CARO JANNIK, NON DIRCI NIENTE (tanto ce lo inventiamo)

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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
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Venerdì 2 ottobre, Lione. Una ragazza incontra Jannik Sinner al Restaurant Le Santy, si fa una foto con lui e la pubblica su Instagram. Nel post tagga il Centre Orthopédique Santy, una clinica famosa per la chirurgia del ginocchio, a due passi dal ristorante.
Poi toglie il tag. Nel giro di pochi minuti sparisce la foto. Poi il profilo diventa privato.
Troppo tardi.
La sera stessa, su X e sui siti di tennis, gira già il nome del chirurgo che Sinner sarebbe andato a trovare: Bertrand Sonnery-Cottet, uno dei più noti specialisti del ginocchio al mondo. Il giorno dopo è sui giornali italiani.
Perché la ragazza abbia chiuso il profilo non lo sappiamo. E non ce lo inventiamo.
Sappiamo invece cosa aveva detto Sinner a L’Équipe, in un’intervista uscita a maggio, spiegando perché vive a Montecarlo:
“Posso andare al ristorante o fare shopping senza che nessuno mi noti.”
A Lione è andato al ristorante, e l’hanno notato eccome.

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Da quella foto è uscito un chirurgo. Una settimana prima, da una newsletter, era uscita una diagnosi.
Sabato 26 settembre, alle 8:25, il giornalista e autore tv Gabriele Parpiglia manda agli abbonati della sua newsletter un’esclusiva su Sinner. Ad agosto era stato tra i primi a scrivere che il problema era il ginocchio, e ci aveva preso. Stavolta il sottotitolo dice: “Il suo male ha un nome: ITBS. Si mormora la parola che nessuno vuole sentire.”
ITBS sta per sindrome della bandelletta ileotibiale, un’infiammazione sulla parte esterna del ginocchio.
Alle 9:49 la rilancia il Corriere dello Sport, ancora al condizionale: “si tratterebbe, secondo il giornalista”. Il 29 settembre l’AGI ci scrive un articolo con una premessa che dovrebbe essere la norma: “La diagnosi non risulta confermata pubblicamente dal giocatore o dal suo staff medico, per cui è corretto parlarne come di un’ipotesi.” Il titolo, però, va da un’altra parte: “Sinner al bivio, se il ginocchio non guarisce si deve operare.”
Il 6 ottobre, per Sky Sport, il motivo dello stop “ha un nome clinico”: ITBS. E il chirurgo di Lione “ha confermato la diagnosi”.
Il 7 ottobre DiLei, sito di salute e lifestyle, titola “Cos’è l’ITBS che ha Sinner” e nel testo scrive che “è stato lo stesso tennista a chiarire” che si tratta della bandelletta.
Sinner non ha mai chiarito niente del genere.
In 11 giorni, da “si mormora” a “l’ha detto lui”.
Nel frattempo gli sono state assegnate anche una tendinopatia da sovraccarico e una tendinite della zampa d’oca, che sta sul lato interno del ginocchio. La bandelletta sta su quello esterno. Il 30 settembre è stato dato perfino per “clinicamente guarito”.
Tre giorni dopo ha rinunciato a Shanghai…
Quello che ha detto lui, il 6 ottobre, sta in un paio di righe:
“Insieme ai medici abbiamo deciso che ho bisogno di un ciclo di cure per il mio ginocchio, il che significa che la stagione 2026 è ufficialmente conclusa.”
Il suo staff ha aggiunto una parola: infiammazione.

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Quei titoli, però, esistono perché li apriamo.
Perché vogliamo sapere tutto di lui?
Per due anni e mezzo Sinner è stato la cosa più prevedibile delle nostre domeniche. Lo chiamavamo robot. Lo chiamiamo Jannik, per nome, come uno di casa.
Poi il robot si è fermato, e adesso vogliamo il libretto delle istruzioni. Vogliamo sapere perché, come se ci fosse dovuto.
Lui dice che è cambiato tutto con il primo Slam in Australia. Ma qui non dimentichiamo: il copione, secondo noi, era cominciato prima.
Settembre 2023. Sinner salta la fase a gironi di Coppa Davis, a Bologna: “Sfortunatamente non ho avuto abbastanza tempo per recuperare dopo i tornei in America.” La Gazzetta titola “Tutti contro Sinner. I grandi dello sport italiano: ‘La Nazionale prima di tutto’”. Sportweek, il settimanale della rosea, lo mette in copertina con il titolo “Caso Nazionale”, e dentro c’è un pezzo che si apre così: “E se Jannik Sinner, il Peccatore, chiedesse scusa del suo peccato?”
Il peccato, per la cronaca, era una settimana di riposo.
Due mesi dopo, a Malaga, Sinner annulla tre match point a Djokovic e riporta in Italia la Coppa Davis, 47 anni dopo Panatta.
Ottobre 2025, stessa storia. Sinner rinuncia alle Finali di Davis, di nuovo a Bologna. Il 21 ottobre la Gazzetta apre con “Sinner ripensaci”. Pochi giorni dopo pubblica un sondaggio di SWG, istituto triestino di sondaggi d’opinione, su 800 adulti: per il 63% la scelta del tennista non è giustificabile, per il 30% andrebbe addirittura sanzionato.
A novembre risponde su Sky: “abbiamo una squadra incredibile anche senza di me”, “la possibilità di vincere è alta”. Il 16 novembre vince le ATP Finals battendo Alcaraz. Il 23 l’Italia vince la Coppa Davis senza di lui.
Aveva ragione lui. Tutte e due le volte.
Un anno fa esatto Emanuele Atturo, su Ultimo Uomo, ha trovato le parole: “c’è l’idea sotterranea che Sinner ci appartenga, e che quindi ci debba qualcosa.” Prima ci doveva la maglia azzurra. Adesso ci deve la diagnosi.
Il giorno dopo l’annuncio della fine della stagione, il vicedirettore della Gazzetta Gianni Valenti ha scritto che “un campione di tale caratura deve fare della trasparenza un principio cardine”, e che una diagnosi esatta fin dall’inizio avrebbe evitato “una marea di supposizioni e speculazioni”. Due righe prima, nello stesso commento, la bandelletta era “un’ipotesi, per quanto probabilmente vicina alla realtà”. E il 3 ottobre, sulla Gazzetta, c’erano la tendinopatia da sovraccarico e la zampa d’oca.
Quando gioca, quando non gioca, quando riposa, quando sta zitto: di Sinner si deve parlare, perché Sinner porta clic. Il Post l’ha scritto già nel 2025:
“se tanti vogliono sentir parlare di Sinner, se ne parla in qualsiasi modo, a volte anche piuttosto grottesco, purché si continui a farlo.”
Il 7 ottobre, il giorno dopo l’annuncio, la newsletter da cui era partita la bandelletta è passata alla sua vita sentimentale. Quel pezzo evitiamo di riassumervelo.
Noi non ci chiamiamo fuori. Anche questa newsletter oggi parla di Sinner, e non facciamo finta che il suo nome nel titolo non aiuti.
Parlarne si può. Basta usare solo quello che ha detto lui, chiamare le ipotesi ipotesi e correggersi quando si sbaglia.
Punto.
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Le obiezioni, però, ci sono. E un po’ di ragione ce l’hanno.
Il 4 ottobre, a Repubblica, Corrado Barazzutti, ex numero 7 del mondo ed ex capitano di Coppa Davis: “Sinner, perché tutti questi silenzi? Non c’è niente di male a dire le cose. Capisco la privacy, ma poi la gente finisce per speculare.”
Il 7 ottobre Stefano Semeraro su Quotidiano Nazionale sotto il titolo “Caro Jannik, dicci qualcosa”: “Sinner non ci deve nulla, per carità. Ma proprio per questo sarebbe bello, forse anche giusto, che, dimenticandosi il motto dei reali inglesi (‘never complain, never explain’) ci facesse sapere qualcosa di più.”
Rileggetele. Tutte e due gli concedono qualcosa: “capisco la privacy”, “non ci deve nulla”.
E tutte e due gli chiedono di parlare lo stesso.
Su una cosa hanno ragione: il silenzio lascia uno spazio, e qualcuno lo riempie sempre. Ma riempirlo con una diagnosi è una scelta di chi scrive. E di chi clicca.
E c’è una ragione più semplice per cui Sinner non dice di più. Su Slice, il 4 ottobre, Emanuele Ricciardi ha spiegato che spesso, mentre gestiscono un infortunio, nemmeno gli atleti hanno un quadro del tutto chiaro. Secondo la Gazzetta, Sinner è stato visitato da almeno tre specialisti. Forse la risposta definitiva non ce l’ha nemmeno lui.
E se anche ce l’avesse, resterebbe sua. La settimana scorsa, nel podcast Served, il giornalista Jon Wertheim ha detto ad Andy Roddick, ex numero 1 del mondo, che a tutti piacerebbe sapere qualcosa di più. Roddick ha risposto che “non abbiamo il diritto di sapere tutto”.

Ogni data di rientro annunciata, ha spiegato, diventa una cosa da rispiegare appena i piani cambiano. E Sinner, ha ricordato Roddick, non ha mai parlato troppo nemmeno durante il caso Clostebol.
Poi un’ipotesi l’ha fatta anche lui: che Sinner stia usando lo stop per sistemare pure altri piccoli problemi fisici, e prendere due piccioni con una fava. Ma prima ha premesso di non saperne niente, e un’ipotesi detta così si può fare.
Il giorno dopo, sui siti italiani, i titoli erano quasi tutti per l’ipotesi. Il caso più chiaro è il Fatto Quotidiano, perché in un solo articolo succede in piccolo quello che è successo con la bandelletta. Il titolo è l’ipotesi, tra virgolette e in prima persona: “Penso che Sinner stia usando la pausa per risolvere anche altri problemi”.
Nel primo paragrafo lo stop è dovuto alla “tendinopatia al ginocchio”, una diagnosi che Sinner non ha mai dato. Più avanti il giornale aggiunge di suo che il corpo di Sinner “evidentemente era già stato logorato dalle ultime annate vincenti”. La difesa della sua riservatezza arriva solo nell’ultimo paragrafo, e la frase sul diritto di sapere non c’è. Delle due cose che ha detto Roddick, ce ne interessa solo una.
Se Sinner gioca, ci riguarda. Cos’ha, no.
Il calendario di un tennista è pubblico, e Sinner l’ha sempre comunicato: ogni rinuncia, da Montreal a Shanghai, l’ha annunciata lui. E lo diciamo noi che facciamo un FantaTennis: a gennaio, a chi fa la squadra per Melbourne servirà sapere se Sinner è in tabellone. Il nome della diagnosi, invece, non sposta un credito.
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Sul ginocchio di Sinner sappiamo quello che ci ha detto il 6 ottobre: un ciclo di cure, la stagione finita, “spero di rivedervi molto, molto presto in campo”.
A noi basta. Il resto, se vorrà, ce lo dirà lui.
Se non vorrà, è affar suo.


