Il diritto di ricominciare

Matteo Berrettini è disteso per terra a Indian Wells, i crampi che gli mordono i polpacci, e il suo corpo gli sta dicendo una cosa molto chiara: non sei ancora pronto. Due settimane dopo, a Miami, batte Bublik 6-4, 6-4 con diciassette ace e la faccia di uno che ha smesso di chiedere permesso. Nel tennis il confine tra fragilità e rinascita è sottile come il nastro della rete. A volte basta attraversarlo per ritrovarsi dall'altra parte.
Berrettini ha ventinove anni. Per un tennista del circuito moderno non è vecchiaia, ma non è nemmeno giovinezza. È quella zona grigia in cui il talento c'è ancora, il corpo non sempre lo asseconda, e la testa deve colmare la differenza. Ci sono giocatori che in questa fase rallentano, altri che si spengono. Poi ci sono quelli che si reinventano. A Miami, Berrettini sta provando a fare esattamente questo.
Il corpo come campo di battaglia
La lista degli infortuni di Berrettini è diventata una specie di mappa geologica: strati su strati di fratture, operazioni, ritiri. La mano destra operata nel 2022. L'addominale nel 2023. La caviglia al US Open, quella che si è girata in diretta mondiale contro Rinderknech. Poi ancora l'addominale, quello che gli ha portato via l'Australian Open 2026 a gennaio. Sette Slam saltati nelle ultime quattro stagioni. Numeri che farebbero smettere chiunque.
Ma Berrettini non è chiunque. A febbraio è riapparso a Buenos Aires, sulla terra argentina, battendo Coria 7-5, 7-5 nella prima partita ufficiale dopo tre mesi di silenzio. Non era brillante. Era presente. E nel tennis, a volte, esserci vale più di vincere.
"L'obiettivo di quest'anno non ha niente a che fare con il ranking o i risultati, ma con la continuità," ha detto prima di Miami. È una frase che suona come una resa, ma è il contrario. È la dichiarazione di un uomo che ha capito cosa gli mancava davvero: non il servizio, non il dritto, ma la possibilità di giocare abbastanza partite di fila da ritrovare se stesso.
Miami, il palcoscenico giusto
C'è un rapporto particolare tra Berrettini e il cemento americano della Florida. L'anno scorso qui ha raggiunto i quarti, spingendo Fritz fino al terzo set in una partita in cui il numero quattro del mondo ha avuto bisogno di sette match point per chiuderla. Fritz, che all'epoca conduceva 4-0 nei precedenti, ha avuto bisogno di sette match point per chiuderla.
Quest'anno è tornato con un atteggiamento diverso. Contro Muller, primo turno, ha chiuso 6-4, 6-2 in un'ora e ventidue minuti: nove ace, un solo doppio fallo, ventidue vincenti. Non è stato dominante nel senso spettacolare del termine. È stato efficiente, chirurgico. Ha fatto sembrare facile una partita che per il Berrettini di tre mesi fa sarebbe stata un'impresa logistica.
Poi Bublik. E qui la storia si fa interessante. Bublik è il tipo di avversario che può farti impazzire: talento puro, servizio imprevedibile, la capacità di trasformare qualsiasi scambio in un numero da circo. Contro un giocatore così devi essere solido senza diventare passivo. Berrettini ci è riuscito. 6-4, 6-4, con una qualità di tennis che ha sorpreso anche chi lo conosce bene.
"Quando torni in un torneo dove hai giocato bene in passato, senti quella sensazione che ti dice che puoi giocare bene." Non è superstizione. È memoria muscolare. Il corpo riconosce il campo, la luce, l'umidità dell'aria. E risponde.
La formica e il martello
Berrettini si è definito con la metafora della formica: passo dopo passo, senza fretta. È un'immagine che stride con il suo tennis. Perché il tennis di Berrettini, quando funziona, è tutto tranne che paziente. È il martello del dritto, la pressione costante dal servizio, la volée che chiude il punto come una porta sbattuta. È un gioco che richiede esplosività, fiducia, certezza fisica.
Il paradosso è che per tornare a giocare così, deve accettare di non giocare così. Deve costruire partita dopo partita, torneo dopo torneo, la base su cui poi il suo tennis naturale possa tornare a esistere. A Indian Wells ha battuto Mannarino dopo aver perso il primo set, rimontando 4-6, 7-5, 7-5. Poi è finito a terra con i crampi. Quello era il prezzo da pagare. A Miami il prezzo si è abbassato.
La classifica dice numero 68 del mondo. Non racconta niente di utile. Non dice che il Berrettini che ha giocato contro Bublik era un giocatore da top 20. Non dice che il servizio è tornato a essere un'arma, che il dritto ha ritrovato profondità, che i piedi si muovono di nuovo come quelli di un atleta che si fida delle proprie gambe.
Quattro italiani nei primi venti del ranking ATP. Sinner che domina, Musetti che cresce, Cobolli e Darderi che spingono. In mezzo a questa generazione dorata, Berrettini occupa un posto strano: è il più esperto, il più titolato dopo Sinner, ma anche il più fragile. L'uomo che ha giocato una finale a Wimbledon contro Djokovic sembra appartenere a un'altra era, eppure ha solo ventinove anni.
Forse è proprio questo il punto. Berrettini non sta cercando di tornare a essere quello del 2021. Sta cercando di diventare qualcos'altro. Un giocatore che conosce i propri limiti e li usa come punti di partenza. Che sa che il corpo non gli darà più trenta tornei all'anno, ma che in quelli giusti, nei giorni giusti, può ancora fare male a chiunque.
A Miami sta dimostrando di aver trovato la misura. Due partite, due vittorie pulite, zero drammi fisici. Per uno che due settimane fa era steso per terra a Indian Wells con i crampi, è più di un risultato. È una promessa.
Il torneo non è finito. Ci saranno avversari più duri, giorni più complicati, momenti in cui il corpo chiederà di nuovo pietà. Ma intanto Berrettini è qui, in piedi, con la racchetta in mano e la faccia di uno che non ha finito di raccontare la sua storia.


