IL QUINTO SET NON SI TOCCA (il calendario sì)

Ciao e benvenuti su Veronica - la voce scomoda del Tennis, la newsletter editoriale di Ace Cream!
Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
———
Domenica 28 gennaio 2024, Melbourne. In Italia è mattina: c’è chi fa colazione davanti alla televisione e chi segue il punteggio dal telefono, al bar.
Jannik Sinner gioca la sua prima finale Slam. Dall’altra parte della rete c’è Daniil Medvedev, che uno Slam l’ha già vinto e sa come si fa.
Dopo due set è 6-3 6-3 per Medvedev.
Il resto lo sapete. 3-6 3-6 6-4 6-4 6-3 in 3h44m, Sinner sdraiato sul cemento a braccia aperte. Il primo Slam di un italiano dai tempi di Adriano Panatta, Parigi 1976.

Adesso rigiocate quella finale al meglio dei tre set.
Dopo il secondo set Medvedev alza la coppa, Sinner ringrazia il pubblico da sconfitto e voi spegnete la tv prima di pranzo.
Quella domenica diventa una domenica qualsiasi.
———
Ci abbiamo ripensato il 30 settembre, quando a Tokyo hanno chiesto a Carlos Alcaraz cosa pensa dell’idea di accorciare gli Slam.
“La bellezza degli Slam è giocare al meglio dei cinque set. Se lo togliamo e giochiamo al meglio dei tre, stiamo uccidendo l’eredità degli Slam. E stiamo uccidendo gli Slam.”
L’idea era arrivata dall’Australia. A inizio settembre Andrew Abdo, amministratore delegato di Tennis Australia, ha detto che “forse in futuro” gli Slam cambieranno durata a seconda dei turni e che “forse non giocheremo al meglio dei cinque fino in fondo”. Per parlare ai giovani, perché altrimenti “si resta indietro”.
Il 10 settembre, sui profili ufficiali dell’Australian Open, è comparsa una nota:
“Il tennis al meglio dei cinque set è qui per restare.”
Il torneo ha smentito il suo stesso capo in pochi giorni.
Alcaraz ha ragione. E per spiegarvi quanta, abbiamo fatto un gioco.
Abbiamo preso tutte le finali Slam maschili dal 2020 a oggi. Sono 27, perché Wimbledon 2020 non si è giocato. Per ognuna ci siamo chiesti chi avrebbe vinto se la partita si fosse fermata al meglio dei tre set.
In 7 casi il campione sarebbe un altro.
Più di una finale su quattro.
Dominic Thiem avrebbe vinto Melbourne 2020 contro Djokovic. Stefanos Tsitsipas avrebbe il suo Slam, Parigi 2021, sempre contro Djokovic. Medvedev ne avrebbe due in più, tutti e due a Melbourne: contro Nadal nel 2022 e contro Sinner nel 2024. È l’unico uomo dell’Era Open ad aver perso due finali Slam da avanti due set a zero.
Infatti, da Pechino, Medvedev ha detto la sua:
“Di sicuro toglierebbe qualcosa alla storia degli Slam. Ma fin da piccolo dico: guardate, io preferisco i tre set. Quindi, se lo chiedete a me, giochiamo al meglio dei tre.”
Lo capiamo.
Alexander Zverev, il nuovo numero 1 designato, avrebbe vinto New York 2020 contro Thiem e Parigi 2024 contro Alcaraz. Quattro Slam invece di due, e il primo sei anni prima.
E poi Parigi 2025, la finale di 5h29m: Sinner avanti 6-4 7-6, e la coppa è sua.
Rileggete l’ultima e mettetela accanto a quella dell’anno prima.
Al meglio dei tre, Carlos Alcaraz non avrebbe vinto NESSUNO dei suoi due Roland Garros.

Lo sappiamo, è un gioco, e con un formato più corto si giocherebbe in un altro modo. Il senso però resta. Il meglio dei cinque è l’unico formato del tennis in cui due set di svantaggio non vogliono dire sconfitta.
Eppure Zverev, che al meglio dei tre avrebbe due Slam in più, sta dalla parte di Alcaraz. Anche lui da Pechino:
“Vincere uno Slam è una delle cose più difficili dello sport perché giochiamo cinque set. Altrimenti potremmo giocare i Masters e aggiungere quattro Masters all’anno.”
E poi:
“Non conosco un solo giocatore che vorrebbe giocare al meglio dei tre. Sì, forse Novak, perché ovviamente adesso sta invecchiando un po’.”
(Noi aggiungeremmo Medvedev)
E qui arriva la parte scomoda per noi italiani. Se c’è un tifoso che dovrebbe firmare subito per il meglio dei tre, è il nostro. Sinner al quinto set ha vinto 7 partite e ne ha perse 12. Al meglio dei tre avrebbe anche un Roland Garros.
Ma non avrebbe Melbourne 2024. E nemmeno Wimbledon 2025: agli ottavi Grigor Dimitrov era avanti 6-3 7-5, prima di farsi male al pettorale e ritirarsi.
Il primo Slam e il primo Wimbledon non esisterebbero.
———
Poi ci sono le partite che al meglio dei tre avrebbero avuto lo stesso vincitore. E che oggi non ricorderebbe nessuno.
Wimbledon 1980. Il tie-break più famoso della storia, 18-16 per John McEnroe contro Björn Borg: cinque championship point annullati in più di 20 minuti. Borg vince comunque 8-6 al quinto, mettendo in fila 19 punti consecutivi al servizio.
Quel tie-break si è giocato nel quarto set.
Al meglio dei tre, non sarebbe mai esistito.

E la finale di Wimbledon 2008, quella chiusa quasi al buio, sarebbe un 6-4 6-4 per Nadal.
Anche la corsa più bella della storia del tennis, quella a chi vinceva più Slam tra Federer, Nadal e Djokovic, è passata dal quinto set.
Melbourne 2022. Nadal ha 35 anni e un piede che gli ha fatto saltare la seconda metà del 2021. In finale perde i primi due set con Medvedev. Nel terzo, sul 2-3, è sotto 0-40 al servizio. Vince 7-5 al quinto, dopo 5h24m. È lo Slam numero 21, quello che rompe il 20-20-20 con Federer e Djokovic.
Al meglio dei tre, su quello 0-40 Medvedev sarebbe già stato in conferenza stampa con la coppa.
Djokovic, da due set sotto, ha rimontato almeno otto volte. Una contro Sinner, a Wimbledon 2022.
E adesso fermatevi un attimo, perché vi portiamo al cinema.
C’è una scena che ci ricordiamo da quando eravamo bambini. Per noi resta una delle più EPICHE mai girate.
Il Signore degli Anelli - Le due torri, 2002. Prima di partire, Gandalf lascia ad Aragorn una promessa:
“Attendi il mio arrivo alla prima luce del quinto giorno: all’alba, guarda ad Est.”
Per chi non l’ha visto: al Fosso di Helm gli uomini di Rohan resistono tutta la notte all’esercito di Saruman. Le mura cedono, gli orchi entrano nella fortezza. Quando ormai è persa, re Théoden esce a cavallo con Aragorn per l’ultima carica. E all’alba, in cima alla collina, compare un cavaliere bianco.
È Gandalf. Dietro di lui, i cavalieri di Rohan. Il sole gli sorge alle spalle e acceca gli orchi.

Il quinto set è quel quinto giorno.
Chi è sotto di due set è nel Fosso di Helm a notte fonda: le mura sono cadute e la partita sembra persa. Ma se tiene il terzo set, e poi il quarto, arriva l’alba. È il set in cui Sinner completa la rimonta su Medvedev, in cui Nadal a 35 anni chiude 7-5, in cui Alcaraz si prende Parigi al tie-break.
Al meglio dei tre, la battaglia finisce di notte. E Gandalf, all’alba, troverebbe solo le rovine.
———
Le obiezioni serie, però, ci sono. E non facciamo finta di niente.
La prima è l’orario. Shelton-Alcaraz, la partita delle 3:33 che ormai conoscete a memoria, è stata la conclusione più tarda nella storia dello US Open. Ma a farla finire a quell’ora è stato l’orario d’inizio, non il formato: la night sessionvenduta alla tv, un quarto di finale messo dopo un’altra partita. Una partita al meglio dei tre che comincia alle undici di sera finisce all’una e mezza, e nessuno la chiama riforma.
E le partite infinite il tennis le ha già tolte. Nel 1969 Pancho Gonzales, a 41 anni, batte Charlie Pasarell 22-24 1-6 16-14 6-3 11-9 in due giorni, e due anni dopo Wimbledon introduce il tie-break. Nel 2010 Isner e Mahut chiudono 70-68 al quinto. Dal 2022 il set decisivo, sul 6-6, finisce con un tie-break a dieci punti: lo stesso che Shelton ha vinto 10-7 da sotto 3-5.
La seconda è quella di Abdo: un ventenne cinque ore di tennis non le guarda. Probabile. Non le guardavamo nemmeno noi, nel 2008. Si accende la tv al quarto set perché qualcuno vi ha scritto “guarda che sta rimontando”, e il match point che il giorno dopo si riguarda sul telefono vale qualcosa solo per le quattro ore che c’erano prima.
Resta la fatica. Ed è lì che Alcaraz ha detto la cosa più importante, quella finita in fondo agli articoli. Gli hanno chiesto cosa cambierebbe, allora:
“Il calendario. L’ho sempre detto che deve cambiare. Giocare un po’ meno, e non avere tutti quei tornei di fila, settimana dopo settimana.”
Ha ragione anche qui. Nel 2026 sette Masters 1000 su nove durano 12 giorni. “12 giorni sono quasi come uno Slam”, ha detto Arthur Fils a Madrid. Sette volte l’anno, e nessuno propone di accorciarli: quella durata è il prodotto venduto a sponsor, televisioni e città.
Solo che qui la sua richiesta perde forza.
Dal 21 al 24 ottobre Alcaraz è iscritto al Six Kings Slam di Riad: esibizione, zero punti in classifica, in esclusiva su Netflix. Mentre scriviamo non si sa nemmeno se si giocherà. Da giorni gli Houthi colpiscono l’aeroporto della città, e l’attacco di sabato ha fatto almeno 12 morti. Gli organizzatori, per ora, non hanno cambiato nulla.
Il punto, però, non è Riad. A gennaio Alcaraz ha giocato un’esibizione in Corea, a settembre la Laver Cup, che punti non ne dà. Un’esibizione pesa meno di un Masters, è vero. Ma chiedere un calendario più leggero e poi riempire le settimane libere di esibizioni può suonare ipocrita e dà un appiglio a chi siede dall’altra parte del tavolo.
E quel tavolo gli appigli li cerca.
———
Il quinto set non ha bisogno di difensori. Si difende da solo ogni volta che qualcuno resta sveglio fino alle 3:33, o rimanda il pranzo della domenica.
Se il tennis vuole davvero alleggerire i tennisti, cominci dal calendario.
Il quinto set lasciatelo stare.
E allora ditecelo voi, ma siate sinceri.
Quinto set: sì o no?


