In difesa del padre in panchina

ApprofondimentoAug 25 min
In difesa del padre in panchina

Quando un diciannovenne, appena qualificato per la prima finale ATP 500 della sua vita, prende il microfono e dice che suo padre è "tutto", una parte del mondo del tennis sorride e un'altra parte, silenziosamente, si prepara al peggio. È un riflesso condizionato. Nel nostro sport il padre-allenatore ha una fedina sporca, e chiunque ne veda uno seduto da solo nel box sa già che prima o poi qualcosa succederà e attende, in silenzio, quel momento.

Quel riflesso va smontato. Il tennis ha avuto ottime ragioni per diventare sospettoso, ma ha finito per puntare il dito contro la variabile sbagliata. Il problema non è mai stato il legame di sangue. È l'uso che se ne fa.

Il sospetto è stato guadagnato, sul campo e fuori

Bisogna partire riconoscendo che la diffidenza ha basi solide. Il circuito femminile arrivò a scrivere una regola apposta: a fine 1992 il Women's Tennis Council approvò una norma che permetteva di escludere dai tornei familiari e allenatori dal comportamento inaccettabile. L'anno dopo venne applicata all'uomo che le aveva dato il nome, Jim Pierce, allontanato dal resto della stagione 1993. Sua figlia Mary avrebbe poi raccontato di violenze verbali e fisiche.

Damir Dokic fu espulso da più tornei per le sue intemperanze. Andre Agassi ha dedicato buona parte della sua autobiografia Open a spiegare come si arriva a odiare uno sport che si è costretti ad amare, e la macchina spara-palle costruita da suo padre resta l'immagine più efficace mai prodotta sull'argomento. Sono storie diverse tra loro, ma condividono lo stesso meccanismo: un adulto che scarica sul figlio una propria fame irrisolta, e che ha accesso illimitato al campo, alla casa, al portafoglio e al sonno di quel figlio.

Il tennis, sport individuale e precocissimo, offre a quel meccanismo il terreno perfetto. Nessuno spogliatoio, nessun compagno di squadra, nessun allenatore federale che faccia da testimone. Il sospetto, insomma, è figlio della memoria.

Ma la variabile non è la parentela, è la condizione

Il punto è che la stessa configurazione produce risultati opposti, e con una frequenza che dovrebbe averci insegnato qualcosa. Christian Ruud allena Casper da sempre e nessuno ha mai dovuto scrivere una regola per lui. Bryan Shelton ha portato Ben dal college al vertice restando suo allenatore. Richard Williams ha imposto scelte impopolari, tra cui tenere le figlie lontane dai tornei giovanili, e aveva ragione. La lista dei padri che hanno funzionato è lunga almeno quanto quella dei padri che hanno rovinato tutto.

Se lo stesso ingrediente dà esiti opposti, non è quello l'ingrediente decisivo. La linea che separa le due liste passa altrove, e passa in un punto preciso: se l'affetto del genitore resta disponibile anche dopo una sconfitta. Dove l'approvazione è condizionata al risultato, il rapporto diventa tossico a prescindere dal cognome. Dove non lo è, la parentela diventa il vantaggio competitivo più grande che un tennista possa avere, perché nessun tecnico assunto conoscerà mai il suo giocatore così bene né gli sarà così poco interessato a mentire.

Ecco perché la frase più importante detta da Rafa Jódar a Washington non è "significa tutto per me". È quella dopo: da bambino suo padre lo spingeva ogni giorno a giocare a tennis per divertimento. Quelle due parole, in bocca a un ragazzo che a diciannove anni sta per entrare tra i primi quindici del mondo, sono la dichiarazione tecnica più rilevante dell'intera settimana. Descrive un metodo, non un sentimento.

E il metodo si vede nelle decisioni. Suo padre lo ha allenato fin da bambino, poi ha fatto la cosa che quasi nessun padre-allenatore fa: lo ha mandato via, all'Università della Virginia, accettando di non essere lui il centro del progetto per una stagione. Quando il college è diventato stretto, sono tornati a lavorare insieme. A fine marzo era nei primi cento, ad aprile vinceva Marrakech, a Washington ha eliminato Fils, Nishikori, Musetti e Tabilo. Tra qualche ora sfiderà Fritz e lunedì si sveglierà con il miglior ranking della sua vita. Nel box, per tutto il tempo, una sedia occupata.

L'obiezione seria, e perché non basta

L'obiezione ovvia è che è troppo presto. Che i padri-allenatori sembrano tutti meravigliosi finché il figlio vince, e che il vero esame non è una finale a Washington ma i diciotto mesi di infortuni e primi turni persi che prima o poi arrivano a tutti. È un'obiezione giusta, e va accettata: nessuno può certificare oggi la salute di quel rapporto.

Ma serve a dimostrare l'opposto di quello che si crede. Se il giudizio va sospeso fino alla sconfitta, allora va sospeso anche nell'altra direzione, e il sospetto preventivo verso il padre in panchina è altrettanto infondato dell'entusiasmo preventivo. Si giudica il metodo, e il metodo di questa famiglia ha già superato una prova che vale più di una finale: mandare via il figlio quando restare sarebbe stato più comodo per il padre.

Resta un rischio reale, ma è di altra natura. Una squadra di due persone è fragile dal punto di vista professionale. Non c'è un fisioterapista, non c'è un terzo che faccia da cuscinetto quando padre e allenatore litigano dentro la stessa persona, e il calendario del top 15 non somiglia a quello di un ragazzo che gioca Challenger. Quel problema si risolve assumendo qualcuno, e prima o poi lo assumeranno.

Il tennis ha passato più di trent'anni a chiedersi se i padri debbano stare in panchina. È la domanda sbagliata. La domanda è se quel padre sappia ancora dire a suo figlio che va bene lo stesso. A Washington, per una settimana, la risposta si è vista.