L'uomo che continua a tornare

ApprofondimentoJun 44 min
L'uomo che continua a tornare

Ci sono carriere che si misurano dai trofei. Quella di Matteo Berrettini si misura da quante volte è stato dato per finito, e da quante volte è tornato lo stesso.

Mercoledì sera, sul campo del Roland Garros, era a un set e mezzo da una semifinale Slam che non aveva mai raggiunto. Poi il corpo ha detto basta. L'anca, stavolta. Sotto 5-7, 2-5 contro Matteo Arnaldi, si è seduto e ha pianto. Non era la sconfitta a farlo piangere. Era il modo.

Il corpo che cede

Berrettini ha cominciato a sentire qualcosa al servizio, già nel primo set. È il dettaglio più crudele della giornata: il servizio è la sua arma, la cosa che lo ha portato in finale a Wimbledon nel 2021, il colpo attorno a cui ha costruito tutto. E proprio quel gesto, ripetuto migliaia di volte, è diventato il punto da cui il corpo ha iniziato a sgretolarsi. Più giocava, più serviva, più colpiva di dritto, peggio stava. Una partita che si consuma da dentro, mentre fuori il punteggio scorre come se niente fosse.

Chi segue il tennis conosce questa scena. L'ha già vista. È il problema. Gli infortuni di Berrettini non sono un episodio, sono una biografia. Lui stesso ha raccontato di farsi male "praticamente da quando avevo dodici anni". Addominali, oblicui, mani, piedi. Tornei saltati, mesi fuori, rientri, ricadute. Una carriera che non è mai stata una linea, ma una serie di interruzioni separate da ritorni.

E i ritorni, a un certo punto, smettono di essere notizie liete. Diventano una domanda. Quante volte ancora? È la domanda che gli faceva il pubblico, che gli facevano i commentatori. Ed è difficile credere che non se la facesse anche lui, da solo, nei mesi senza tennis.

La volontà che resiste

"Sono l'ultimo che vuole ritirarsi", ha detto dopo. "Ne ho talmente piene le tasche. Non voglio farlo, ma a volte devi farlo." E ancora: è stato duro soprattutto perché l'ho già fatto tante volte.

In quelle frasi c'è tutto il paradosso di questo atleta. Il ritiro, per la maggior parte dei giocatori, è una resa tattica: si protegge il corpo, si pensa al torneo dopo. Per Berrettini è il contrario di ciò che è. È un uomo costruito per restare in campo, per finire i punti, per imporre il suo gioco con la forza. Alzarsi e andarsene è il gesto che lo nega. E lo ha dovuto fare di nuovo, davanti a un altro italiano, a un passo dal risultato più grande del suo ultimo lustro.

Eppure la storia vera non è il ritiro. È che fosse lì. Cinque anni dopo la sua ultima apparizione a Parigi, dopo aver saltato Slam interi, dopo aver passato stagioni a domandarsi se ne valesse la pena, Berrettini era di nuovo nella seconda settimana di un Major. Ai quarti di uno Slam, dove non arrivava dal 2022. Non è arrivato lì nonostante gli infortuni. Ci è arrivato avendoli attraversati, uno dopo l'altro, e avendo deciso ogni volta di ricominciare da capo.

Questo è il punto che la lacrima rischia di nascondere. Piangere su quel campo non era il segno di un uomo sconfitto dal proprio corpo. Era il segno di un uomo che al proprio corpo non ha ancora smesso di chiedere tutto, e che ogni volta paga il prezzo di averlo chiesto.

Cosa misura, davvero, una carriera

Il tennis è lo sport più solo che esista, e anche il più onesto. Non ci sono compagni a coprirti, non c'è una panchina su cui nasconderti. C'è solo il corpo, e ciò che la testa riesce a farne. Per questo è una misura così precisa: di quanto vali, ma soprattutto di quanto sei disposto a continuare.

Berrettini, su questa seconda misura, ha pochi pari. La sua carriera non racconta un talento che si è realizzato in pieno. Racconta una volontà che si è rifiutata di arrendersi, anche quando arrendersi sarebbe stato ragionevole, persino saggio. C'è chi, dopo il terzo o il quarto stop lungo, avrebbe smesso senza che nessuno avesse niente da obiettare. Lui no.

Tra qualche anno, forse, non ricorderemo il punteggio di questo quarto di finale. Ricorderemo invece la cosa più semplice e più difficile che un atleta possa fare: rialzarsi un'altra volta. Berrettini lo ha già fatto più volte di quante chiunque potesse chiedergli. E la sensazione, guardandolo uscire dal campo in lacrime, non è che fosse la fine. È che, conoscendolo, stesse già pensando al prossimo ritorno.