L'uomo che ha smesso di cadere in piedi

ApprofondimentoApr 166 min
L'uomo che ha smesso di cadere in piedi

Ci sono cadute che fanno rumore e cadute che no. Quella di Stefanos Tsitsipas appartiene alla seconda categoria. Niente scandali, niente fratture pubbliche, niente conferenze stampa con le lacrime. Solo un numero che scende, settimana dopo settimana, come un orologio che perde secondi senza che nessuno se ne accorga.

Numero 67 del mondo. Sessantasette. Scritto così, per esteso, fa ancora più impressione. L'ultima volta che Tsitsipas si trovava in queste zone della classifica aveva diciannove anni, i capelli più corti e il futuro davanti come una prateria. Oggi ne ha ventisette, tre titoli a Monte-Carlo in bacheca e una schiena che gli chiede il conto di ogni singolo dritto.

Monte-Carlo non è più casa

C'è qualcosa di crudele nel modo in cui il tennis ti toglie i posti che sentivi tuoi. Monte-Carlo era il regno di Tsitsipas. Tre titoli in quattro anni, dal 2021 al 2024. Lì aveva costruito la narrazione più bella della sua carriera: il greco col rovescio a una mano che dominava sulla terra rossa della Costa Azzurra, erede naturale di una tradizione che da quelle parti profuma di Nadal.

Quest'anno, primo turno. Francisco Cerundolo, 7-5, 6-4. Tsitsipas avanti 5-3 nel primo set, poi quattro game consecutivi persi. Recupero dallo 0-4 nel secondo, fino al 4-4. Poi di nuovo giù. Il pattern è diventato la sua firma: costruire il vantaggio, arrivare al momento della chiusura, e lasciar andare. Come chi stringe la mano intorno a qualcosa ma non riesce a chiudere le dita fino in fondo.

A Monaco di Baviera è andata peggio. Un ATP 500 scelto apposta per ritrovare ritmo sulla terra. Fabian Marozsán, primo turno. Tsitsipas vince il primo set, ha un match point nel secondo. Poi il tie-break scivolato via, la sospensione per oscurità, e il giorno dopo la sconfitta in tre set. La classifica scivola verso la settantesima posizione. Il tennis ha una memoria cortissima per chi non vince.

Il momento del declino

Quando è cominciato? Non c'è una data precisa, ma c'è un momento. Agosto 2024, Montreal. Secondo turno, Tsitsipas perde da Kei Nishikori e durante la partita urla al padre di andarsene dallo stadio. Il giorno dopo, un comunicato: Apostolos non è più il suo allenatore. "Preferisco tenere mio padre nel suo ruolo di padre, e solo di padre."

Quella frase conteneva già tutto. La fatica di un rapporto che mescolava sangue e tattica, amore e frustrazione. La consapevolezza che qualcosa si era rotto e andava ricostruito.

Poi Goran Ivanišević. Poco meno di due mesi insieme, dopo Roland Garros fino a Wimbledon. A Londra, Tsitsipas si ritira al primo turno per un problema alla schiena. Ivanišević, intervistato, dice di non aver "mai visto un giocatore così impreparato". Parole che bruciano, soprattutto perché arrivano da uno che Djokovic ha portato al vertice del mondo. Lo split arriva a luglio. Tsitsipas torna dal padre. Il cerchio si chiude, ma non si risolve.

Nel frattempo la schiena continua a parlare. Dopo gli US Open 2025 non riesce a camminare per due giorni. La stagione 2025 diventa un esercizio di sopravvivenza: 22 vittorie, 18 sconfitte, 2-4 negli Slam, ritiro a Wimbledon, fine anticipata dopo la Coppa Davis di settembre. "Mi chiedevo perché lo faccio, perché mi infliggo tutto questo dolore," dirà poi. "Il dolore non è una cosa piacevole quando sei un atleta, soprattutto quando continua a tornare."

La distanza tra chi eri e chi sei

Il problema di Tsitsipas non è solo fisico. I numeri raccontano una storia tecnica altrettanto impietosa. Il servizio ha perso efficacia, anno dopo anno. Il dritto resta uguale a cinque anni fa, solo che il resto del tour è andato avanti. Il rovescio a una mano, quel gesto che era poesia, è diventato il bersaglio preferito di chiunque lo affronti. I numeri sui punti break raccontano un giocatore che non chiude più: meno incisivo in risposta, più vulnerabile al servizio. In un gioco di margini sottilissimi, queste sono voragini.

Ma la statistica più rivelatrice è un'altra: la vittoria contro Fritz alla United Cup di Gennaio è stata la prima contro un top 10 dal Monte-Carlo Masters 2024. Quasi due anni senza battere i migliori nei tornei che contano davvero. Per uno che ha giocato la finale del Roland Garros, che ha portato Djokovic a cinque set avanti due a zero nel 2021, che a Melbourne nel 2023 ha sfidato lo stesso Djokovic per il titolo, questo dato è una sentenza.

Il tennis di Tsitsipas nel suo momento migliore era una cosa rara. Il rovescio a una mano in top spin, la discesa a rete, il gioco di variazioni. Un tennis da esteta in un'epoca di picchiatori dal fondo. Il problema è che quel tennis richiedeva un corpo al massimo dell'efficienza e una testa sgombra. Oggi non ha né l'uno né l'altra.

L'orgoglio di chi accetta

"Accetto la mia posizione attuale," ha detto dopo Monaco. Non c'era rassegnazione nella voce, ma nemmeno la rabbia di chi si sente derubato. Piuttosto la lucidità di chi guarda il proprio riflesso e decide di non voltarsi dall'altra parte.

Tsitsipas ha ammesso che giocherà più tornei 250. Per uno che ha vinto Masters 1000 e giocato finali Slam, presentarsi ai tabelloni dei 250 è un esercizio di umiltà che pochi campioni accettano. Significa mettersi in fila con giocatori che cinque anni fa non avresti incrociato nemmeno al terzo turno di un Masters. Significa accettare che il cammino di ritorno, se esiste, passa da lì.

"Non sono più frustrato," ha aggiunto, "perché non c'è dolore a interrompere i miei allenamenti. Sono in una posizione perfetta per ricostruire." Forse ci crede davvero. Forse è la narrazione necessaria per alzarsi ogni mattina e andare a colpire palline. Nel tennis, le due cose spesso coincidono.

A ventisette anni, Tsitsipas è troppo giovane per considerare finita la storia e troppo vecchio per ricominciare come se niente fosse. Si trova in quella terra di mezzo che il tennis riserva a chi ha avuto tanto e deve decidere quanto è disposto a soffrire per averne ancora. Nadal ci è passato. Djokovic ci passerà. Ma loro avevano venti Slam a fare da ancora. Tsitsipas ha finali perse e titoli bellissimi ma insufficienti a rendere il dolore sopportabile per inerzia.

Il ragazzo che a diciannove anni entrava nella top 100 con gli occhi pieni di futuro oggi ne esce con la consapevolezza che il futuro non è un diritto acquisito. È una conquista quotidiana. E a volte, la conquista più grande è semplicemente restare.