Mejía-Musetti a Montreal: la partita non si decide nel primo set

AnalisiAug 54 min
Mejía-Musetti a Montreal: la partita non si decide nel primo set

Lorenzo Musetti parte nettamente favorito contro Nicolás Mejía, e il pronostico non ha bisogno di essere argomentato: undicesima testa di serie contro il numero 129 del mondo, esordio al secondo turno dopo un bye. La domanda tecnica è un'altra, e riguarda la durata. Nelle tre partite di Washington, il primo torneo di Musetti dopo la lesione al retto femorale rimediata a Roma, l'italiano ha vinto tutti i primi set e ha perso tre dei quattro set successivi. Mejía è esattamente il tipo di giocatore che mette quel dato in allarme.

La curva di Washington: 18-4 nei primi set, 1-3 in quelli dopo

I numeri del rientro sono asimmetrici in modo quasi grottesco. Primi set: 6-0 a Matteo Arnaldi, 6-3 ad Aleksandar Vukić, 6-1 a Rafael Jódar. Diciotto game vinti, quattro persi. I set successivi: uno vinto, tre persi.

Contro Jódar, nel quarto di finale perso 6-1, 1-6, 4-6 in un'ora e cinquantanove minuti, la frattura è misurabile sul servizio. Musetti ha chiuso al 44% di prime palle, e ha convertito solo due delle sette palle break dell'incontro. Quando la prima non entra, il piano di Musetti su cemento veloce si rovescia: il rovescio a una mano e le variazioni servono a costruire il punto, non a difenderlo, e da fermo diventano un invito.

C'è però un dato che va nella direzione opposta: contro Vukić ha portato a termine due ore e sedici minuti senza problemi fisici. Il corpo ha retto. È il ritmo di gioco a non essere ancora tornato.

Un ace in tutta la partita, e la vittoria lo stesso

Mejía, entrato dalle qualificazioni, ha battuto Martín Landaluce 4-6, 6-4, 6-3 in una giornata spezzata dalla pioggia, diventando il sesto colombiano a vincere una partita nel main draw di un Masters 1000. Il profilo statistico di quella vittoria dice quasi tutto su come gioca.

Un ace. Uno solo, contro i sei dello spagnolo. Il 54% di prime in campo. E il 51% dei punti totali, cioè il margine minimo con cui si può vincere una partita di tennis. Il dettaglio più eloquente sta nelle palle break: Landaluce ne ha convertite il 60%, Mejía il 25%. Il colombiano ha sprecato più occasioni dell'avversario e ha vinto comunque, perché ne ha create molte di più.

Questo è un giocatore che non chiude, accumula. Non ha un colpo che gli regali punti gratis, quindi costruisce vantaggi statistici lunghi: tenere lo scambio, restituire profondo, aspettare l'errore. Sul 4-0 del terzo set ha subito il rientro di Landaluce fino al 4-3 e ha ribreakkato subito. Ventisei anni, nuovo best ranking, titolo Challenger a Bogotá e secondo turno a Wimbledon: la maturazione non è un caso.

Lo snodo: la percentuale di prime di Musetti

Contro un avversario di questo tipo, il numero da guardare è uno solo. Se Musetti sta sopra il 60% di prime, la partita finisce in due set e finisce presto, perché Mejía non ha la potenza per fargli male sul primo colpo e sul cemento dell'IGA Stadium il servizio dell'italiano vale molto più che sulla terra.

Se scende verso il 45%, come contro Jódar, Mejía ottiene la partita che sa giocare: scambi lunghi, seconde da attaccare, terzo set. E in un terzo set contro un giocatore che ha disputato tre partite in due mesi e mezzo, il divario di classifica pesa molto meno di quanto suggerisca.

Musetti resta favorito, e in due set. Il pronostico salta se la partita arriva al terzo con l'italiano sotto il 50% di prime: da lì in avanti Mejía diventa un coin flip. Il primo set, a Washington, non ha mai voluto dire niente. Il segnale vero è quanti minuti dura il secondo.

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