Pagellone Roland Garros 2026: ecco tutti i voti

ApprofondimentoJun 87 min
Pagellone Roland Garros 2026: ecco tutti i voti

Ci sono tornei che si raccontano dalla finale. Questo no. Questo Roland Garros si racconta dai margini, dai quinti set, dalle sedie a rotelle che entrano in campo per portarne fuori uno che poi, due giorni dopo, sarebbe rinato. Si è giocato un torneo strano, sbilenco, dove i favoriti sono evaporati e gli outsider hanno trovato il tennis della vita. Un torneo perfetto per un pagellone: perché i voti, qui, raccontano più della classifica.

Niente diplomazia, niente carezze. Chi ha meritato si prende il dieci. Chi se l'è fatta sotto si prende il pannolone. Ecco le pagelle della redazione, una per una.

Gli eroi: chi ci ha fatto sognare

Matteo Arnaldi — il giocoliere — voto 10

Il voto più alto del torneo va a un giocatore che non ha alzato nessun trofeo. E va bene così, perché il tennis non è solo aritmetica. Arnaldi è entrato in campo e non ne è più uscito: quasi diciotto ore di gioco (diciassette ore e quarantadue minuti, per la precisione, più di chiunque altro nell'era dei tempi cronometrati per arrivare a un quarto di Slam) distribuite su un tabellone che sembrava studiato apposta per spezzarlo. Set persi e rincorsi, partite rimontate, palle break annullate con la faccia di chi non ha intenzione di chiedere scusa a nessuno. Poi, sulla soglia della finale, il corpo ha presentato il conto: un virus lo costringe al ritiro in semifinale. Un epilogo crudele, di quelli che non si dimenticano. Ma chi lo ha guardato in queste due settimane sa una cosa: il giocoliere non ha perso niente. Ha solo finito le forze per stupirci. Dieci, senza discussioni.

Flavio Cobolli — il giocoliere p.2 — voto 10

L'altro giocoliere, l'altro dieci. Perché questo è stato il Roland Garros degli italiani che giocano a carte scoperte e vincono lo stesso. Cobolli è arrivato a Parigi senza l'etichetta del favorito e se n'è fabbricata una nuova, turno dopo turno, con la testardaggine di chi non accetta che la partita finisca prima del previsto. Ha giocato un tennis coraggioso, di anticipo, di gambe e di cuore, di quelli che ti mettono pressione perché non smettono mai di crederci. Ha sfondato il suo soffitto e si è ritrovato in finale, davanti al Chatrier pieno, con la possibilità di scrivere una pagina di storia. Non ce l'ha fatta, e diremo dopo perché. Ma il percorso che l'ha portato fin lì vale ogni decimo di quel voto. Due italiani in semifinale, uno in finale: questo torneo, ricordiamocelo, è stato anche e soprattutto loro.

Jakub Mensik — IceMan — voto 9-

C'è un momento di questo Roland Garros che varrebbe da solo il prezzo del biglietto: Mensik che esce dal campo in sedia a rotelle dopo una battaglia epica contro Navone al secondo turno. In sedia a rotelle, sì. Sembrava la fine. Sembrava che il suo torneo dovesse spegnersi nella partita successiva, che quel corpo non avrebbe retto un altro round. E invece succede l'esatto contrario. Da quel momento il ceco trova il miglior tennis della sua carriera, gioca da uomo che non ha più niente da perdere e infila vittorie come fossero formalità, salvando palle break a ripetizione con la freddezza che gli vale il soprannome. Prima semifinale Slam della carriera, costruita partendo dal punto più basso possibile. IceMan perché è freddo come il ghiaccio nei momenti che contano.

Matteo Berrettini — King Of Tie Break — voto 9

Abbiamo sognato tutti con The Hammer a Parigi, e per una volta la terra rossa non gli ha voltato le spalle. Berrettini ha giocato il suo torneo come si gioca una serie di duelli all'ultimo respiro: lotte, rincorse, e soprattutto tie-break, collezionati a raffica turno dopo turno. Un numero che da solo racconta che tipo di Roland Garros ha attraversato: mai una partita facile, mai un margine comodo. Il capolavoro è quel tie-break decisivo chiuso 15-13 dopo aver annullato due match point a Comesaña, di quelli che ti fanno alzare dal divano e camminare per la stanza. Il re del tie-break si è preso il suo regno proprio dove nessuno se lo aspettava, prima che un guaio fisico lo fermasse sul più bello. Nove pieno.

Moïse Kouamé — "la rivelazione" — voto 8.5

Diciassette anni appena compiuti, in tabellone grazie a una wild card, e già un curriculum da fare invidia. Kouamé ha battuto un campione Slam come Cilic, ha superato un terraiolo vero come Vallejo e poi se l'è giocata alla pari con Tabilo, senza mai dare l'impressione di essere lì per caso. Non è il tennis acerbo di un predestinato che deve ancora capire dove mettere i piedi: è già gioco strutturato, è già personalità. Il ragazzo arriverà in alto, e quando ci sarà arrivato ci ricorderemo di questo Roland Garros come del posto in cui l'abbiamo visto la prima volta. Otto e mezzo a una rivelazione che di rivelazione, presto, non avrà più nulla.

Il verdetto: l'MVP e il pannolone

Alexander Zverev — "MVP" — voto 9-

E poi c'è lui, che alla fine ha alzato la coppa. Diciamolo con onestà, perché qui non si fanno sconti a nessuno: in finale Zverev ha giocato da Zverev. Quei momenti tesi in cui le gambe si irrigidiscono, il servizio comincia a tradire, lo sguardo cerca un appiglio che non arriva, li conosciamo a memoria, fanno parte del personaggio. La differenza, stavolta, è che dall'altra parte della rete non c'erano né Sinner né Alcaraz. C'era Flavio, c'era un Cobolli reduce da un torneo strepitoso, e quel margine è bastato. Sascha non ha dovuto essere perfetto: ha dovuto solo essere abbastanza, e per una volta lo è stato. Niente pannolone per lui, stavolta. Un bellissimo, sudato, meritato MVP. MVP! MVP!

Frances Tiafoe — "Premio Pannolone" — voto 6

E veniamo al premio che nessuno vuole vincere. Tiafoe arriva agli ottavi avanti due set a uno, conduce 4-1 40-15 nel quarto, ha la partita in tasca, la qualificazione a un passo, il pubblico dalla sua. E lì, esattamente lì, gli si chiude la gola. Si fa rimontare dal nostro Arnaldi in un crollo che è più mentale che tecnico, di quelli che lasciano un odore in campo. Sei, perché il talento c'è e nei primi tre set si è visto. Ma il sei è di quelli con la puzza sotto, perché chiudere una partita del genere è il minimo sindacale di un giocatore del suo livello. Premio Pannolone assegnato, e ben puzzolente.

Daniil Medvedev — "il fantasma del centrale" — voto 2

A Roma aveva giocato benissimo. Davvero benissimo, al punto che mezzo FantaTennis aveva puntato su di lui per Parigi, convinto di aver trovato l'affare della stagione. E invece il Medvedev di Roma è rimasto a Roma. A Parigi si è ripresentato il fantasma di Monte Carlo, quello svuotato, scollegato, in lotta con se stesso prima ancora che con l'avversario. Esce subito, contro Walton, in una di quelle partite in cui non capisci se il problema sia il dritto, la testa o la voglia. Un due che è quasi un atto d'accusa: non per la sconfitta in sé, ma per l'occasione buttata e per tutti i FantAllenatori traditi. Il fantasma del centrale si è aggirato per Parigi senza mai materializzarsi.

Cosa resta

Resta un torneo che ha premiato il coraggio più del pronostico. Resta Zverev con la coppa e gli italiani con la sensazione di aver toccato qualcosa di grande. Resta Mensik che entra in sedia a rotelle ed esce in semifinale, che è il genere di storia per cui vale la pena seguire questo sport.

Dieci ai giocolieri. MVP a Sascha. Pannolone a Tiafoe. Due al fantasma. Le pagelle, in fondo, raccontano sempre la stessa cosa: chi ha avuto il coraggio di restare in campo fino alla fine, e chi se l'è fatta sotto un attimo prima del traguardo.