Perché il tennis folle di Dustin Brown ci manca così tanto?

ApprofondimentoJul 6Tommaso Mancin4 min
Dustin Brown Wimbledon coach

Nel tennis contemporaneo, dominato da scambi prolungati da fondo campo e atleti costruiti meticolosamente in laboratorio fin dall'infanzia, Dustin Brown ha rappresentato una splendida, eccezione. Con i suoi iconici dreadlocks lunghissimi che gli ondeggiavano sulle spalle(che non taglia dal lontano 1996), i tatuaggi sul corpo e un sorriso perennemente stampato sul volto, "Dreddy" non ha mai accettato di essere incastrato in uno schema tattico prestabilito. Il suo tennis non è mai stato una scienza esatta, bensì un inno alla pura improvvisazione fatto di serve and volley, accelerazioni di dritto a braccio completamente sciolto, volée in tuffo e smorzate millimetriche millesimi di secondo dopo il rimbalzo. Un tennis d'altri tempi che, nelle giornate di grazia, era capace di mandare in cortocircuito i più grandi campioni dell'era moderna.

Oggi i problemi fisici lo hanno costretto a dire addio al tennis giocato in singolare, la sua mente geniale e la sua comprensione delle superfici rapide non sono andate perdute. Brown ha infatti iniziato una seconda vita sportiva nel circuito ATP, portando la sua sapienza tattica non convenzionale al servizio delle nuove generazioni, proprio in concomitanza con la parte più affascinante dell'anno: la stagione sull'erba.

Per capire l'origine del mito di Dustin Brown, bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino al 2 luglio del 2015, in un pomeriggio estivo che ha cambiato per sempre la sua vita e la storia recente del torneo di Wimbledon. Al secondo turno sui prati del Campo Centrale, il sorteggio pose il tennista tedesco, allora fuori dai primi cento del mondo, di fronte a Rafael Nadal, già vincitore di quattordici titoli del Grande Slam e due volte re di Wombledon. Sulla carta il match si presentava come un dazio inevitabile da pagare per il qualificato Brown, ma la realtà del campo superò ogni logica fantascientifica. Fin dal primo quindici, Brown applicò una tattica spietata, asfissiante e priva di qualsiasi timore reverenziale: decise di azzerare completamente il tempo di reazione dello spagnolo, rifiutando categoricamente lo scambio prolungato. Giocando sistematicamente il serve and volley sia sulla prima che sulla seconda di servizio, aggredendo le risposte con traccianti piatti e scendendo a rete a ogni minima occasione, il giamaicano tolse l'aria a Nadal. Il punteggio finale di 7-5, 3-6, 6-4, 6-4 in favore di Brown lasciò il mondo del tennis a bocca aperta.

La cosa più incredibile, tuttavia, è che quel trionfo non fu un fulmine a ciel sereno. Dustin Brown è infatti uno dei pochissimi giocatori al mondo a poter vantare un bilancio positivo negli scontri diretti contro il fuoriclasse spagnolo. Già l'anno precedente, nel 2014 sul prato tedesco di Halle, "Dreddy" aveva letteralmente surclassato Nadal con un pesantissimo 6-4, 6-1 in meno di un'ora di gioco. Il tennis di Brown era, a tutti gli effetti, la kryptonite per lo spagnolo: laddove Nadal aveva bisogno di ritmo, rotazioni e tempo per organizzare i suoi colpi arrotati, il tedesco rispondeva con palle piatte, traiettorie imprevedibili e blitz a rete che mandavano lo spagnolo totalmente fuori giri, impedendogli di tessere la sua solita tela psicologica e atletica.

Dietro a queste memorabili imprese da copertina si nasconde però una delle storie di vita più affascinanti dello sport moderno.

Nato a Celle, in Germania, da madre tedesca e padre giamaicano, Dustin si trasferì da adolescente a Montego Bay, dove i campi da tennis erano scarsi e le opportunità ancora minori. Quando decise di tornare in Europa per tentare la carriera da professionista, le risorse economiche della famiglia erano pressoché inesistenti. Fu così che i genitori decisero di fare una scommessa totale, regalandogli un camper Volkswagen bianco. Per diversi anni, dal 2004 al 2009, quel camper divenne contemporaneamente la casa, la cucina, il letto e l'officina di Dustin. Brown viaggiava da solo guidando per migliaia di chilometri attraverso l'Europa, spostandosi da un torneo Challenger all'altro. Parcheggiava nei pressi dei circoli per non pagare l'albergo, cucinava i propri pasti a bordo e, per racimolare i soldi della benzina e del cibo, metteva a disposizione degli altri tennisti una macchina incordatrice che teneva nel bagagliaio, cambiando le corde alle racchette dei rivali a prezzi ridotti rispetto a quelli dei circoli.

Nonostante le enormi difficoltà, è riuscito a scalare le classifiche mondiali fino a raggiungere la posizione numero 64 del ranking ATP in singolare nel 2016, conquistando inoltre due titoli nel circuito maggiore in doppio e diventando uno dei giocatori più amati del pianeta per la sua capacità di far divertire il pubblico.

La transizione dal campo alla panchina è stata per certi versi obbligata ma naturale. Un grave infortunio alla schiena, che negli ultimi anni gli rendeva difficile persino svolgere le normali attività quotidiane, lo ha costretto ad abbandonare progressivamente il singolare agonistico. La sua enorme esperienza è però diventata un'opportunità d'oro per il connazionale Daniel Altmaier. Il tennista tedesco, solido specialista della terra battuta e giocatore dal tennis prettamente geometrico ed eccezionale dal lato del rovescio a una mano, ha sempre sofferto una sorta di rigetto tecnico nei confronti dei prati verdi, dove non era mai riuscito a esprimersi ad alti livelli, faticando a superare i primi turni nei tornei preparatori e a Wimbledon. Identificando in Brown l'uomo perfetto per sbloccare i suoi limiti mentali e tecnici sulle superfici rapide, Altmaier lo ha ingaggiato come super-coach specificamente per la stagione su erba.

L'impatto del "Fattore Brown" sulla mente e sui piedi di Altmaier è stato dirompente e immediato, manifestandosi in tutta la sua bellezza proprio nel torneo di Halle, un luogo storico per la carriera di Dustin. Sotto la guida attenta di "Dreddy", che lo ha spronato a spingersi costantemente in avanti e ad accorciare i tempi di esecuzione, Altmaier ha mostrato una metamorfosi tattica impressionante raggiungendo, recentemente, la semifinale ad Halle. Dustin Brown osserva dalla panchina con lo stesso sguardo fiero e rilassato di sempre. Non indossa più i pantaloncini da gioco e non vola più da un angolo all'altro del campo per colpire la palla in tuffo, ma la sua anima tennistica, fatta di genialità, contropiedi e spregiudicatezza, continua a vivere attraverso i colpi del suo allievo, regalando al circuito una ventata di meravigliosa imprevedibilità, che in qualche modo ci affascina sempre tantissimo.