Si può licenziare un padre?

Jul 15Lorenzo Zantedeschi4 min
Si può licenziare un padre?

Ciao e benvenuti su Veronica - la voce scomoda del Tennis, la newsletter editoriale di Ace Cream!

Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

Lo sappiamo, il tennis è lo sport più solitario che esista.

Un campo, due lati, nessun compagno a cui passare la palla, nessuna panchina in cui nasconderti. Solo tu, la tua testa e uno di fronte che vuole batterti. Punto.

Allo stesso tempo è anche lo sport più familiare del mondo. Perché in mezzo a quella solitudine, quando ne hai bisogno, alzi gli occhi verso un punto solo: il box.

E il box, alla fine, è un po’ la tua famiglia: allenatore, preparatore, fisio. La gente con cui passi più giorni all’anno di chiunque altro.

Ma oggi non parliamo di quella. Oggi parliamo della famiglia vera. Quella di sangue.

Perché nessun altro sport ti mette papà e mamma lì, a due metri, dentro l’inquadratura, per ogni singolo punto della tua vita. Culla e gabbia nello stesso posto. Tenete a mente queste due parole.

Article image
La culla o la gabbia?

L’idea di oggi ce l’ha data Tsitsipas.

Alla vigilia di Wimbledon ha licenziato suo padre. Di nuovo. Ma stavolta, giura, per sempre. E ha spiegato così:

“Devo pensare a me stesso e al mio futuro”.

Fermiamoci un attimo su quella frase.

Sembra la frase di un sedicenne che sbatte la porta della cameretta dopo aver litigato con i genitori. Tsitsipas ne ha ventisette.

Un passo indietro, per chi si fosse perso la telenovela.

Apostolos Tsitsipas è stato l’allenatore del figlio da sempre. Con lui Stefanos è arrivato numero 3 del mondo, ha vinto le ATP Finals, giocato due finali Slam. La culla ha funzionato alla grande.

Poi la culla è diventata gabbia.

Oggi Tsitsipas è numero 88. Ottantotto. E ha passato gli ultimi due anni a lasciarsi e riprendersi con papà come in una relazione tossica (la stessa di cui parlava Badosa dopo la rottura con lo stesso greco): lo molla nel 2023, torna. Lo rimolla nel 2024, torna. Adesso ci riprova.

Le sue parole, stavolta, sono da brividi: “Più cresco, più è difficile avere un rapporto stabile con mio padre”. E ancora: “averlo accanto mi dava sicurezza, ma non era la soluzione”.

Ecco. Ci siamo.

Nel tennis, prima o poi, la stessa persona che ti ha costruito diventa quella che ti tiene fermo.

Gli psicologi lo chiamano individuazione: il momento in cui smetti di essere il figlio di qualcuno e diventi te stesso. E in quasi tutte le storie che amiamo, per riuscirci, l’eroe deve simbolicamente “uccidere” il padre. Per gli amanti di Star Wars capirlo è più semplice: Luke che rifiuta di diventare come Darth Vader.

Nel nostro sport, ucciderlo vuol dire una cosa sola: mandarlo via dal box.

E qui la storia ci ha lasciato due versioni opposte dello stesso padre-architetto. Quello che pianifica tutto prima ancora che tu nasca.

La prima è un incubo. Mike Agassi piazza in giardino una macchina spara-palle - “il Drago” - che ne tira 2.500 al giorno addosso al figlio di sette anni. Da grande Andre scriverà la frase più devastante mai uscita da un campione: “Odio il tennis. L’ho sempre odiato”. Agassi è rinato solo dopo aver fatto a pezzi quel rapporto: coach veri, otto Slam in carriera, e una vita finalmente sua.

Article image
“2.500 palle al giorno. Il Drago non riposava mai.”

La seconda è un sogno. Richard Williams si mette a tavolino e prepara un piano di 78 pagine per fare di due figlie non ancora nate le più forti del mondo. Il tennis lo impara dai libri, le cresce sui campi sbrecciati di Compton. E il piano, follia pura, funziona: Venus e Serena, trenta Slam in due.

Article image
Richard Williams con le figlie: Venus e Serena.

Due padri agli antipodi. Uno una prigione, l’altro un lancio verso le stelle.

Eppure, indovinate un po’, anche dalla culla di Richard le figlie sono dovute uscire.

Nel 2012 Serena, dopo la prima sconfitta al primo turno Slam della sua vita, si affida per la prima volta a un coach fuori dalla famiglia. Da lì, dieci dei suoi ventitré Slam. Il nome di quell’allenatore? Un certo Patrick Mouratoglou.

Segnatevelo. Ci torna utile tra un attimo.

Perché non sempre serve toccare il fondo per uscire dal nido. A volte a spingerti fuori è la famiglia stessa.

E qui, orgoglio nostro, c’è Jannik Sinner.

Se n’è andato a tredici anni e mezzo. Da solo, a seicento chilometri da casa, a Bordighera. Papà cuoco, mamma in sala, zero pressioni, zero panchina familiare. “Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io”, ha detto alzando il suo primo Slam, a Melbourne.

Article image

E la verità è scomoda: nel tennis la famiglia più sana è quella che si fa da parte prima ancora che tu glielo chieda.

Ai genitori di Sinner l’individuazione del figlio è costata un addio a tredici anni. A Tsitsipas è arrivata a ventisette, con la carriera forse già a pezzi.

E attenzione, perché non è una legge valida per tutti.

All’estremo più buio, quella sedia nel box non è una metafora: è una prigione vera. E il nome da conoscere è Jelena Dokic.

Oggi molti la vedono sorridente a bordo campo agli Australian Open, microfono in mano, una delle voci più amate del circuito (perlomeno all’estero). Ma prima è stata una predestinata: rifugiata dalla ex Jugoslavia, a sedici anni sbuca dalle qualificazioni di Wimbledon e asfalta la numero 1 del mondo Martina Hingis. A diciannove è numero 4.

Accanto a lei, sempre, il padre-allenatore Damir. Che l’ha allenata e, come lei stessa ha raccontato nel libro Unbreakable, picchiata e umiliata per anni, da quando ne aveva sei.

Se non conoscete la sua storia (oltre a consigliarvi il libro), c’è una scena che dice tutto. Wimbledon 2000: Jelena ha appena perso la semifinale, il miglior risultato della sua vita. Il padre, invece di festeggiarla, la lascia sola dentro il circolo e al telefono le fa capire che a casa, dopo una sconfitta, non è il caso di tornare. La ritrovano a tarda sera gli addetti alle pulizie, nascosta nella sala giocatori.

Diciassette anni, semifinalista a Wimbledon, e nessun posto dove andare.

Lì non c’è culla che tenga, non c’è nostalgia. C’è solo una ragazza che andava protetta.

Article image
Jelena Dokic, oggi, sorridente e, in qualche modo, sopravvissuta.

Ma all’estremo opposto c’è chi nella culla ci resta tutta la vita, e vince lo stesso. Zverev ve lo abbiamo raccontato appena qualche settimana fa: ventinove anni con papà Alexander al suo fianco, stesso timone da sempre. E a giugno, a Parigi, il primo Slam, con lui in lacrime sugli spalti.

E poi c’è chi la sua storia la sta scrivendo proprio adesso, e non sappiamo ancora come andrà a finire.

Ben Shelton, allenato da papà Bryan: ex numero 55 del mondo e allenatore universitario di lunghissimo corso, che nel 2023 ha mollato l’università della Florida per seguire il figlio in giro per il mondo. Finora, gran viaggio: Ben è volato fino al numero 5, e nel 2026 ha vinto su cemento, terra ed erba.

Ma la domanda resta lì, sospesa. Sarà la culla che regge tutta la carriera, come per Zverev? O quella che a un certo punto stringe, come per Tsitsipas?

Non lo sa nessuno. Nemmeno loro. Quando papà è nel box, non sai mai in anticipo da che parte penderà.

Torniamo a Tsitsipas. E a quel nome che vi avevamo detto di segnarvi.

Perché indovinate a chi si è affidato (di nuovo) Stefanos ora che ha mandato via il padre? Alla struttura di Patrick Mouratoglou. Lo stesso uomo che quattordici anni fa raccolse Serena appena uscita dalle mani di Richard Williams.

Il cerchio si chiude. Il padre esce dal box, e al suo posto entra il professionista.

Ed ecco che arriva la nostra domanda. La più intima che vi abbiamo fatto fino ad ora, e a cui pure noi a sto giro fatichiamo a rispondere.

Si può amare profondamente un genitore e, nello stesso istante, doverlo licenziare per sopravvivere?

C’è chi risponde sì senza pensarci: crescere è esattamente questo, uscire dalla culla, e il genitore che ti ama davvero è quello che ti spinge fuori - o che accetta di essere spinto.

E c’è chi la vede al contrario: quel legame di sangue e sudore (e soldi investiti!) è l’ultima cosa vera rimasta in un circuito di team, agenti e data analyst, e buttarlo via è il tradimento più freddo che esista.

La culla o la gabbia?

A volte, sono esattamente la stessa cosa.