VERONICA #51: L'algoritmo ci sta rubando l'anima del tennis?

Apr 29Lorenzo Zantedeschi5
VERONICA #51: L'algoritmo ci sta rubando l'anima del tennis?

Eh sì, avete letto bene: Veronica è tornata!

Ma vi avviso: ci siamo stufati di fare il compitino. Limitarci alla solita cronaca settimanale ha iniziato a starci stretto (anche perché per quella c’è Tie-Breakfast: Tutto il tennis che hai bisogno a colazione) Veronica da oggi cambia. Diventa un editoriale indipendente e controcorrente. Una voce, diretta e libera, sui temi più scottanti del circuito, ogni mercoledì.

Vogliamo dirvi esattamente come la pensiamo e farci amare (o odiare, lo deciderete voi). Vogliamo scuotere gli animi, vogliamo farvi accendere il fuoco dentro.

L’erba voglio non cresce nemmeno a Wimbledon, ma solo nel giardino di Veronica.

E per questo oggi vogliamo parlarvi di qualcosa che sta piano piano cambiando il nostro sport preferito. E no, non ci riferiamo a qualche nuova racchetta, all’ennesima rivoluzione del calendario o a quei ragazzini che colpiscono con due dritti da entrambi i lati del campo che si vedono su Instagram.

Parliamo di qualcosa che ha preso piede dallo scorso anno, ma che un paio di episodi delle scorse settimane hanno riportato prepotentemente a galla, ispirando questa nostra presa di posizione.

Avete visto cosa è successo a febbraio all’ATP 250 di Santiago del Cile?

Siamo al primo turno. Nicolas Jarry, il beniamino di casa che sta attraversando una crisi di risultati nerissima (non vince una partita da luglio 2025), si gioca la vita contro il croato Prizmic. E lo fa proprio sulla terra del “suo” torneo, quello in cui nel 2023 aveva trionfato alzando il trofeo da eroe nazionale.

Immaginatevi la tensione.

A un certo punto, l’inevitabile scontro tra uomo e macchina: un colpo di Jarry che atterra vicinissimo alla linea viene chiamato “out” dal sistema elettronico.

Jarry impazzisce.

Secondo lui la palla ha pizzicato la riga, e sulla terra battuta il segno è sacro, no? Sbagliato.

Dal 2025, il nuovo regolamento ATP ha reso obbligatorio l’Electronic Line Calling (ELC) Live su tutti i campi, dai 250 fino ai Masters 1000. Pure gli Slam si sono adattati, tranne il Roland Garros che resiste ancora come l’ultimo baluardo di resistenza umana.

Fin qui, potreste dirci, tutto bene: la tecnologia elimina gli errori. Certo, ma il vero dramma è che il regolamento ha letteralmente tolto ogni potere al giudice di sedia. Anche se l’arbitro vede un errore macroscopico del sistema, non può fare overrule.

Zero. Nessuna voce in capitolo.

Il giudice di sedia è stato ridotto a un NPC (Non-Playable Character) che si limita a ripetere il punteggio.

E infatti Jarry, a fine partita, prima di stringere la mano all’arbitro ha lanciato una frecciata sarcastica: “Facciamo in modo che le macchine siano più importanti degli umani, giusto? Congratulazioni!”

In conferenza stampa ha poi rincarato la dose con una frase che ha un sapore quasi distopico: “Non riesco a capacitarmi che il capo sia una macchina, è ridicolo”.

E non è un caso isolato. Vogliamo parlare del nostro Flavio Cobolli a Montecarlo due settimane fa? Stessa identica frustrazione al secondo turno contro Blockx: sfuriata pazzesca contro la giudice di sedia Aurélie Tourte, che l’ha guardato incredula allargando le braccia, come a dire “la tecnologia non si può contestare”. Ma su Montecarlo ci torniamo dopo, e anche sulla Tourte.

Raga, saremo faziosi, ma noi ci schieriamo dalla parte del romanticismo.

Ci manca da morire il sistema “analogico”. Ci manca il brivido di quando un giocatore alzava il dito per chiamare il challenge, sfidando letteralmente la visione dell’arbitro. Ve lo ricordate? Quel momento di pura tensione, il battito di mani ritmato del pubblico che cresceva d’intensità, gli sguardi incollati al maxischermo dello stadio aspettando che il falco emettesse il suo verdetto.

Ma quanto era bello?

E poi, senza l’errore umano, come faremo ad avere quegli sketch leggendari che hanno fatto la storia di questo sport?

Il primo pensiero va all’iconica sfuriata di Fabio Fognini a Wimbledon nel 2013 contro Melzer. Una chiamata dubbia sulla linea di fondo, e Fabio che lascia cadere la racchetta, si stende a pancia in giù sull’erba come se lo avessero abbattuto, per poi alzarsi e urlare al giudice di sedia: “Ha preso il gesso Pascal! […] It touch the white line, I was here on the net! Ma come c**o fai? Madonna oh, madonna...”*

Un momento altissimo, drammatico e divertente, umano al 100%. Dai, ci hanno pure fatto le magliette.

Puro SHOW.

Immaginatevelo oggi: sarebbe impossibile. L’algoritmo non ha sentimenti, non suda, non si emoziona e, soprattutto, non puoi insultarlo.

Perfino l’eterno Roger Federer, il maestro assoluto dell’equilibrio zen e delle dichiarazioni sempre non polarizzanti, aveva un’opinione fortissima al riguardo. All’inizio era un fiero oppositore dell’occhio di falco. Sosteneva che l’errore del giudice di linea facesse parte del gioco, esattamente come un nastro sfortunato o una folata di vento.

Secondo Roger, l’errore va accettato perché, alla lunga, la statistica si riequilibra: a volte l’errore ti distrugge, a volte ti salva. Superare l’ingiustizia arbitrale era il vero test per misurare la forza mentale di un campione.

Eppure, so bene cosa state pensando. Vi vedo, siete lì dietro lo schermo a gridarci: “Sì vabbè, ma l’errore umano a volte costa carissimo!”. E avete ragione.

Basti pensare a quel maledetto giorno: Montecarlo 2024, semifinale tra Jannik Sinner e Stefanos Tsitsipas.

Terzo set, palla break per Sinner che lo avrebbe mandato a servire sul 4-1. Tsitsipas tira una seconda di servizio che atterra su qualche yacht attraccato al porto, ma la giudice di sedia Aurélie Tourte non fa una piega. Doppio fallo non visto.

Il punto continua, Sinner lo perde, si innervosisce, arrivano i crampi e cede 6-4.

Una mazzata devastante.

Nell’immediato, quell’errore ha fatto malissimo. Ma se ci fermiamo un attimo a guardare il panorama oggi, ad aprile 2026, la legge del karma tennistico teorizzata da sua maestà Federer si è ripresa tutto con gli interessi.

Guardate il ranking: Sinner è comodamente numero 1 del mondo, in piena lotta per riscrivere i libri di storia, e quel torneo di Montecarlo quest’anno l’ha pure vinto. E Tsitsipas? Il greco è precipitato addirittura oltre la sessantesima posizione ATP.

Ok, la macchina è perfetta, non sbaglia (quasi) mai. Ma il tennis non è solo un’equazione geometrica su dove atterra una pallina gialla di feltro. Il tennis è sudore, nervi, pressione. È ingiustizie subite e rinascite clamorose.

E forse, togliendo all’uomo il diritto di sbagliare, gli stiamo togliendo anche una parte dell’anima del nostro gioco.

Voi cosa ne pensate? Siete del team “precisione assoluta” o, come noi, avete un po’ di nostalgia per quei momenti di tensione prima di un challenge?

Guardate questo video e parliamone, noi intanto ci mettiamo comodi.