VERONICA #52: L’infortunio di Alcaraz fa paura, ma non per Carlos

Facciamo una cosa strana oggi: parliamo dell’assenza di qualcuno.
Carlos Alcaraz si è fermato.
Lo sapete già, se nell’ultimo mese avete messo almeno un like ad un post tennistico probabilmente il vostro feed vi avrà raggiunto con la notizia.
“Tenosinovite” al polso destro - quella parola che fino a una settimana fa non esisteva nel vocabolario di nessuno, un po’ come “assembramento” prima del 2020.
Tutto è iniziato a Barcellona, durante la partita contro il finlandese Virtanen: Carlitos vince il match, ma il polso chiede una pausa. Gli esami successivi sono spietati. Niente eroismi, niente forzature: il team spagnolo sceglie la prudenza e lo manda ai box.
Tradotto in calendario: niente Madrid, niente Roma, niente Roland Garros.
Quest’anno sul rosso ha giocato solo Montecarlo. La finale parigina dello scorso anno non avrà nemmeno la possibilità di ripetersi, pronta a cementificarsi nei ricordi e a diventare leggenda.
E noi che avevamo già preparato i popcorn.
Sul piano matematico puro, per Sinner è un tappeto rosso srotolato. Alcaraz perde 3.000 punti in un colpo solo per i due forfait (lo scorso anno non aveva partecipato a Madrid), la strada dell’italiano verso la fuga solitaria nel ranking ATP è spalancata. Sulla carta, dominio annunciato.
Certo però, non ditelo a chi ha già comprato i biglietti. Perché parliamoci chiaro: quanti di voi hanno strapagato i biglietti per la finale degli Internazionali di Roma sognando l’ennesimo Sincaraz?
Eh, lo sappiamo. E invece ci ritroveremo a vedere una finale diversa, con un avversario diverso. Ma forse non è tutto da buttare.
Perché Sinner a Roma ha qualcosa da scrivere nella storia, e non è una cosa da poco: gli Internazionali sono l’unico Masters 1000 che manca alla sua collezione. E soprattutto - tenetevi forte - un italiano non vince al Foro Italico dal 1976, quando Adriano Panatta batté Vilas in finale.
Cinquant’anni esatti.
Panatta stesso, nelle scorse settimane, ha detto ridendo che spera di smettere presto di essere intervistato come “l’ultimo italiano a vincere a Roma”. E sarà lì di persona alla cerimonia di premiazione di quest’anno. Se Sinner vince, il testimone passerà di mano davanti ai suoi occhi. Cinquant’anni dopo.
Insomma: abbiamo strapagato il biglietto per vedere Sincaraz, ma potremmo assistere a qualcosa che non succede da mezzo secolo. Poteva andarci peggio.
Ma un campione senza rivale non è un campione. È solo un solitario.
E qui arriviamo al punto vero. Quello che ci preoccupa non è il polso di Carlos - quello guarirà, e lo rivedremo a tirare drittoni a 180 km/h.
Quello che ci preoccupa è Jannik Sinner senza il suo alter ego.
Perché Sinner e Alcaraz non sono semplicemente i numeri 1 e 2 del mondo. Sono il Goku e il Vegeta della nostra generazione. Naruto e Sasuke, Deku e Bakugo.
Su Reddit si fanno continuamente questi paragoni con gli anime, e hanno perfettamente ragione. L’uno non può raggiungere il livello successivo di potenza se l’altro non alza preventivamente l’asticella. È una legge non scritta che si applica tanto agli Shonen quanto al tennis.
Alcaraz lo ha ammesso senza filtri:
“La rivalità con Jannik è nella mia mente ogni giorno. Mi spinge al limite”
Vale anche al contrario. Se manca il tuo alter ego, contro chi combatti? Diventa un monologo. E i monologhi, alla lunga, tolgono quell’1% di cattiveria agonistica fondamentale per vincere.
Non dobbiamo nemmeno andare troppo indietro per dimostrarlo.
Primavera 2025: Sinner viene fermato tre mesi per il caso Clostebol. Tutti da casa pensavano: “Vabbè, ora Carlos gioca da solo, vince pure bendato e si riprende il numero uno”.
E invece? Il vuoto cosmico.
Senza Sinner a fargli da lepre, Alcaraz si è letteralmente accartocciato su se stesso. Ha ammesso lui stesso che la pressione di dover dominare per forza in assenza di Jannik lo aveva “ucciso”.
Togli il rivale, togli l’adrenalina. Ti ritrovi da solo a combattere contro le aspettative, e la racchetta inizia a pesare venti chili.
Ma se volete un’ulteriore prova, dobbiamo tornare all’era analogica. Alle racchette di legno e alle fascette per i capelli. Alla rivalità definitiva:
Bjorn Borg contro John McEnroe.
Il ghiaccio svedese contro il fuoco newyorkese.
Nel 1981, a soli 26 anni, Borg ha un burnout clamoroso. Esce dagli US Open senza aspettare la premiazione e, di fatto, si ritira. McEnroe vince il torneo, ma dentro di sé muore agonisticamente.
John aveva passato anni a settare il suo cervello su un unico obiettivo: capire come distruggere lo svedese. Quando Borg se n’è andato, lo ha pregato disperatamente:
“Non puoi smettere di giocare… perché ho bisogno che tu sia lì”
Senza il suo nemico giurato a spronarlo, Super Mac ha perso la fiamma. Non ha più vinto un singolo Slam dopo i 25 anni.
Il talento purissimo aveva perso il suo specchio.
Sinner dovrà essere bravo a non fare la stessa fine. Certo, all’orizzonte ci sono nuovi stimoli - la nidiata del 2006, Fonseca e Jodar su tutti, che lo stesso Jannik ha elogiato per talento e pulizia nei colpi. Ma per quanto promettenti, non sono Carlos. Non ancora.
Con la vittoria di Madrid ha iniziato col piede giusto, questo va detto. Ma la domanda rimane aperta, e ci ronza in testa:
Sinner dominerà indisturbato questa stagione sulla terra, oppure senza il suo Vegeta a soffiargli sul collo inciamperà su qualche mina vagante?
Voi cosa ne pensate? Siete del team “Jannik pigliatutto” o credete alla maledizione di McEnroe?


