VERONICA #54: L'ultima generazione che osava


Ciao e benvenuti su Veronica, la newsletter editoriale di Ace Cream!
Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
Trentatré gradi sulla terra rossa di Parigi.
Una di quelle giornate in cui le scarpe affondano, i polmoni urlano e perfino la pallina sembra rallentare per la pietà.
Lunedì pomeriggio, sul Simonne-Mathieu, Stan Wawrinka cede l’ultima palla a un certo Jesper de Jong, lucky loser olandese che fino a tre giorni prima non era nemmeno nel tabellone (è entrato al posto di Arthur Fils, infortunato all’anca).
6-3, 3-6, 6-3, 6-4. Tre ore e quattro minuti di battaglia.
Faccia rossa come il mattone tritato, gambe di ricotta, e poi quella frase che ci ha squagliato il cuore:
“È grazie al Roland Garros che ho voluto diventare un tennista”
Qualche ora dopo, in piena notte parigina, sul Philippe-Chatrier, Gaël Monfils contro il connazionale Hugo Gaston.
Match assurdo, di quelli che solo La Monf può regalare.
Sotto due set a zero, sembrava finita. Poi Gaël - o Hugo, questione di punti di vista - ha tirato fuori il coniglio dal cilindro: 6-3, 6-2 nei due set successivi, pubblico in delirio, gambe ritrovate, magie a ripetizione. Stava per riscrivere il finale di una carriera.
Poi, sul 0-3 del quinto set, il corpo ha detto basta. Fisio in campo, fasciatura al piede sinistro, la luce che si spegne come quando stacchi la spina di una console.
Il quinto si è chiuso 6-0 per Gaston. Pochi minuti prima di mezzanotte. Monfils ha vinto otto punti totali nel set decisivo.
Otto.
E qui scatta un brivido per chi mastica tennis. Perché quel 6-0 finale di Monfils al suo ultimo Roland Garros suona maledettamente familiare.
Wimbledon 2021, quarti di finale. Roger Federer contro Hubert Hurkacz. 6-3, 7-6, 6-0. Lo svizzero, 39 anni e mezzo, esce dal campo centrale tra una ola affettuosa e qualche grido di “One more year”. Quella sarà di fatto la sua ultima partita ufficiale in carriera. Primo 6-0 incassato in 22 partecipazioni a Wimbledon. Nemmeno il “Re” è riuscito a uscire di scena con un finale dignitoso.

Vabbè, evidentemente il copione lo scrivono lassù.
Eh sì, perché oggi non parliamo di un evento, e non parliamo nemmeno di due tennisti al crepuscolo. Parliamo di un’epoca intera che chiude i battenti.
Perché Stan e Gaël non se ne stanno andando da soli. A fine anno appenderanno la racchetta al chiodo anche Kei Nishikori, Roberto Bautista Agut e David Goffin. Milos Raonic e Richard Gasquet hanno già salutato qualche mese fa. Una sfilza pazzesca di nomi che hanno scritto due decadi di tennis.
Ma chi erano, davvero, questi qua?
Oggi facciamo una lezione di storia tennistica per chi ha iniziato ad appassionarsi grazie a Sinner, per gli altri invece spero sia ugualmente un modo per rimembrare gli anni che furono 🥹
“Questi qua” erano la generazione che si è presa il compito più ingrato della storia recente: tenere testa ai Big 3. Provarci, fallire, riprovarci. E ogni tanto, miracolosamente, vincere.
Wawrinka è il manifesto perfetto. Tre Slam vinti rubando l’anima ai mostri sacri: Nadal a Melbourne 2014, Djokovic a Parigi 2015, ancora Djokovic agli US Open 2016. Tre finali Slam contro divinità che dominavano il circuito, tre vittorie strappate con le unghie e con quel rovescio a una mano che faceva tremare il vetro.

E come se non bastasse, lo slam parigino lo ha vinto con quei - prima inguardabili, poi iconici - pantaloncini rosa a scacchi. Sembravano un pigiama, ma Stan li ha portati al museo del Roland Garros con tutti gli onori. Perché era così: tennista, ribelle, rockstar che si beveva champagne fino all’alba dopo aver demolito il numero uno del mondo. (tutto vero!)
Monfils invece non ha mai vinto uno Slam. Mai.
Eppure è stato uno dei tennisti più amati di sempre.
La scorsa settimana sua moglie Elina Svitolina ha pubblicato sul Players’ Tribune una lettera alla figlia Skaï di tre anni intitolata “Your Dad, the Magician”.

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Una di quelle letture che ti svuotano.
Elina scrive che Gaël, in un solo colpo, in un solo momento, poteva ottenere ciò che pochi atleti riescono mai a ottenere.
Poteva far sentire qualcosa alle persone.
Come a un concerto quando parte la canzone giusta, o al cinema quando arriva la battuta perfetta.
Tradotto in termini tennistici: Monfils era pura magia. Era lo schiocco delle mani che si alzava da solo dalle tribune. Era il punto impossibile dopo il quale ti veniva da chiamare il tuo migliore amico per raccontarglielo.
Niente Slam in bacheca, certo. Ma mezzo pianeta che ha imparato ad amare questo sport guardando lui.
E al “Gaël & Friends” di giovedì scorso, sul Chatrier, c’erano davvero tutti. Sinner, Djokovic, Osaka, Zverev, Tsitsipas, Sakkari. Pure Martin Solveig al DJ set.
Ma soprattutto, sul campo con Gaël, c’erano gli altri tre Moschettieri: Gilles Simon, Jo-Wilfried Tsonga e Richard Gasquet.

Eh sì, perché loro quattro - tutti francesi, tutti nati a cavallo del 1985, tutti finiti in top 10 - sono stati battezzati i “Quattro Moschettieri”, in omaggio diretto a Cochet, Borotra, Brugnon e Lacoste, la mitica generazione d’oro che dominò il tennis tra le due guerre. (Che a loro volta erano così soprannominati per il celebre libro di Dumas). La versione 2.0 non ha mai vinto uno Slam in quattro, ma ha riempito stadi per vent’anni con uno stile irripetibile.
E infine, c’è il resto della comitiva che chiude bottega a fine anno.
Nishikori: numero 4 del mondo, finalista agli US Open 2014, il primo tennista asiatico maschio a sfondare il muro degli Slam.
Bautista Agut e Goffin invece sono il manifesto perfetto del tennista che gli startuppari della Silicon Valley non elogerebbero mai con un “disruptive”. Nessun colpo da highlights, nessuna sceneggiata, nessun vestito-meme. Solo solidità, intelligenza tattica e quel fastidio costante che alla lunga sfianca chiunque.
Lo spagnolo: numero 9 del mondo, semifinale a Wimbledon 2019, e soprattutto colui che ha trascinato la Spagna alla vittoria in Coppa Davis nello stesso anno giocando il giorno dopo la morte di suo padre. Roba che nemmeno nei film.
Il belga: numero 7, finalista alle ATP Finals 2017, capace di battere Federer e Nadal nello stesso torneo. Mica facile.
Stili diversi, storie diverse. Ma tutti accomunati da una cosa: erano gli unici che ogni tanto - dopo trenta sconfitte di fila - riuscivano a strappare un set, un match, addirittura un titolo a Federer, Nadal e Djokovic.
E quando ci riuscivano, era festa nazionale per chiunque si fosse stufato del monopolio.

Ricordate la scena finale di Avengers Endgame, quando i protagonisti si schierano per l’ultima battaglia?
Ecco, Wawrinka è Captain America con il rovescio al posto dello scudo, Monfils è Black Panther con le mosse acrobatiche, Bautista Agut e Goffin quei comprimari sottovalutati - tipo Hawkeye e Falcon - che però quando serve ci sono sempre.
Tutti reduci dall’ultima battaglia, tutti pronti a salutare a fine 2026.
E indovinate chi rimane ancora in piedi, in mezzo a questa terra bruciata?
Esatto. Nole.
Il Tony Stark del nostro tennis.
L’armatura è ammaccata, il corpo scricchiola, ma ogni volta che alza il visore è ancora lui il personaggio più pericoloso in campo. 39 anni compiuti la settimana scorsa, 24 Slam in bacheca, ottantaduesimo Grand Slam giocato in carriera (record assoluto). Domenica ha sudato quattro set per battere il francese Mpetshi Perricard al primo turno, perdendo pure il primo set - una cosa che non gli succedeva al primo turno del Roland Garros dal 2010.
Anche lui ormai al crepuscolo, è inutile fingere. Ma è ancora lì.
Vi diciamo la verità, però: senza “questi qui” il tennis sarà più ordinato, più tecnico, più ottimizzato. Il tempo sta già sfornando le prossime leve - Fonseca, Mensik, Jodar - tutti grandi talenti, tutti puliti, tutti misurati.
Ma noi qui sul divano, qualche brivido in meno lo sentiremo. Perché il tennis perde i suoi personaggi. E con essi, un grosso pezzo della sua anima.
Che dite? La nuova nidiata avrà il carisma per riempire questo vuoto, o verserete pure voi più lacrime di Roger e Rafa alla Laver Cup, quando a fine anno le racchette dei nostri eroi verranno appese al chiodo?
Noi abbiamo già iniziato a piangere.



