VERONICA #57: Le wild card sono la cosa più ingiusta del tennis, ed è giusto così

Jun 17Lorenzo Zantedeschi7 min
VERONICA #57: Le wild card sono la cosa più ingiusta del tennis, ed è giusto così

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C’è un posto, a Londra, dove il ranking non vale niente.

Dove puoi essere il numero 898 del mondo e infilarti lo stesso nel tabellone dello Slam più sacro che esista, scavalcando una fila di gente che ha sudato un anno intero per arrivarci.

La chiave per entrarci si chiama wild card.

Ed è la cosa più ingiusta e più bella del tennis.

Funziona così. Ogni anno Wimbledon ne ha otto da regalare per ciascun tabellone di singolare. Otto buste dorate che un comitato dell’All England Club assegna a chi vuole lui, a sua totale discrezione, senza rendere conto a nessuno. Il regolamento detta due soli criteri: i meriti passati nel torneo, oppure - testuale - “aumentare l’interesse britannico”. In pratica una porta di servizio per chi il ranking terrebbe fuori: il campione in rientro, l’idolo del pubblico, il ragazzino di casa.

Sono i biglietti d’oro di Willy Wonka, versione erba e fragole con panna.

Buste così ce ne sono in ogni torneo del circuito, intendiamoci. Ma Wimbledon, negli anni, si è fatta una fama tutta sua per come decide a chi darle. Certe scelte sono diventate leggenda: nel 2001 ne regalarono una, quasi per compassione, a un certo Goran Ivanisevic (molti di voi lo conosceranno perché per anni ha allenato Djokovic), numero 125 del mondo e dato per finito. Lui vinse il torneo. Da wild card. Teniamolo a mente, perché ci torniamo.

E ieri, 16 giugno, a pochi giorni dal via, Wimbledon ha aperto le prime buste. Sei su otto nel maschile, sette su otto nel femminile. E come ogni anno, dietro al cancello, c’era la ressa.

Perché su quei biglietti si combattono tre eserciti, ognuno con la sua bandiera:

Il merito. La nostalgia. Il passaporto.

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Il merito aveva la faccia di Matteo Berrettini. Finalista qui nel 2021, quei quarti a Parigi a riprendersi la carriera a morsi dopo due anni di infortuni. A chiederla, apertamente, era stato il presidente della Federtennis Binaghi, con tanto di lettera al direttore del torneo.

Risultato? Niente invito. Il suo nome, nella lista di ieri, non c’è.

Ma occhio, perché probabilmente non è nemmeno uno sgarbo. Matteo è il primo nella lista dei ripescaggi: gli basta un altro forfait e si ritrova nel main draw da solo, senza bisogno di wild card. Deve solo succedere entro il 21 giugno, il giorno in cui si compila il tabellone delle qualificazioni. Ed è facile che a Church Road stiano semplicemente aspettando di capirlo, per non sprecargli un invito che potrebbe non servirgli.

Resta che fa un certo effetto. Un ex finalista appeso alla lotteria dei ritiri altrui, col cronometro che corre, invece che onorato dall’ingresso principale.

Poi c’è la nostalgia. Ed è l’esercito che, per una volta, Wimbledon ha premiato sul serio.

C’è Stan Wawrinka, tre Slam in bacheca e un rovescio a una mano che è già museo, che a fine stagione, come abbiamo detto qualche settimana fa, appende la racchetta al chiodo. Gli hanno dato la busta dorata per l’ultimo inchino. Giusto così.

C’è Grigor Dimitrov, eleganza pura, oggi scivolato al numero 163, che l’anno scorso su quei prati era avanti due set su Sinner - sì, proprio il Sinner che poi ha alzato il trofeo - prima che l’ennesimo infortunio gli strappasse di mano la partita della vita. Una wild card era il conto che il destino gli doveva. E gliel’hanno saldato.

E poi le regine. Serena e Venus, numero incalcolabile di vittorie in carriera e sei titoli di doppio vinti insieme proprio su questi prati, l’ultimo dieci anni fa, hanno avuto il loro invito per il tabellone di coppia. Non per inseguire un trofeo, sia chiaro: per restituire a Wimbledon una standing ovation che mancava da anni.

Su questo, applausi. Wawrinka, Dimitrov, le sorelle Williams: sono esattamente i nomi che avremmo scelto noi. Per una volta, il club ha scommesso sulle storie giuste.

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E infine il passaporto. La logica più fredda delle tre, e anche la più affollata.

Perché tolti Dimitrov e Wawrinka, la lista maschile è una sfilza di nomi di casa: Fearnley, Fery, Pinnington Jones, Samuel. Ragazzi britannici che entrano nel main draw col solo merito di essere nati nel Paese della Brexit. Nel femminile, delle sette wild card assegnate sei sono britanniche: l’unica eccezione è la polacca Chwalinska. E non è un caso isolato: nelle ultime due edizioni le otto wild card maschili sono andate tutte a giocatori di casa. Otto su otto un anno, otto su otto quello dopo. Sedici inviti, sedici britannici. Vedremo quante di queste supereranno il primo turno.

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Nel maschile restano ancora due buste di singolare da assegnare. Ma due dei nomi più attesi, intanto, li hanno già sistemati altrove: nel tabellone di doppio.

Daniel Evans, numero 217, che su Instagram aveva annunciato il ritiro proprio a fine Wimbledon: e guarda un po’, la wild card è puntualmente arrivata. Che poi è il modo più elegante per regalarsela da soli - l’addio alla carriera non lo organizzi a un torneo dove non sei sicuro di entrare. E va benissimo così: un congedo da vent’anni di carriera merita comunque il suo palcoscenico.

Quello che fa storcere il naso è l’altro. Nick Kyrgios, rientrato giusto la scorsa settimana per la stagione su erba e finalista in singolare nel 2022, l’idolo piantagrane che mezzo mondo paga per vedere. Gli hanno dato una wild card per il doppio. In coppia con Bublik. Tradotto: il tuo caos ci piace, ma nel tabellone che in pochi guardano. Il premio di consolazione.

Nick, regalaci un po’ di show.

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E qui arriviamo al punto. Perché tutti questi eserciti, in fondo, partono dalla domanda sbagliata.

Il merito puro te lo certificano le qualificazioni, mica le buste dorate. Il passaporto è la scusa più pigra che esista, una quota travestita da tradizione.

La domanda giusta, l’unica che conta, è un’altra:

chi ci farebbe più rabbia non vedere in campo?

Non chi se l’è guadagnata coi punti. Non chi è nato sull’isola giusta. Ma chi, se resta fuori, ci lascia quell’amaro in bocca.

Con quel metro, stavolta Wimbledon ne ha azzeccate tre su tutte: Wawrinka, Dimitrov, le sorelle Williams. Ma le due buste ancora libere, e un paio di quelle finite per pura geografia, noi le avremmo spese diversamente. Berrettini onorato dall’ingresso principale, non lasciato a sudare sui forfait altrui. E il caos di Kyrgios nel tabellone vero, quello del singolare, dove uno spettacolo così merita di stare. Non parcheggiato in doppio come un soprammobile.

E già che ci siamo, un addio in singolare l’avremmo dato pure a Evans: vent’anni di carriera meritano un ultimo ballo sul Centrale, non solo nel doppio. Anche se, a essere onesti, è facile che il doppio l’abbia scelto lui: per giocarsela alla pari e uscire di scena competitivo, invece di farsi travolgere al primo turno da numero 217 del mondo.

Perché la wild card non è un premio. È una scommessa. È il club che dice: io punto su questa storia.

E ogni tanto - ve l’abbiamo detto in apertura, ma ci piace ripeterci - la storia ti ripaga come ripagò Ivanisevic nel 2001: non per merito, non per passaporto, ma solo perché qualcuno aveva scommesso su un’emozione.

Ecco. Wimbledon ha aperto le sue buste. Noi un paio le avremmo cambiate.

E voi? Se quelle otto buste dorate le aveste avute in mano voi, a chi le avreste date: alla storia, al merito o alla bandiera?

Ditecelo. Che tanto, su questa, lo sappiamo già che siete pronti a litigare.

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