Il fallimento non esiste: e Sinner ha ragione a dirlo

ApprofondimentoJul 134 min
Il fallimento non esiste: e Sinner ha ragione a dirlo

La cosa più intelligente detta nel tennis in questo 2026 non è una lettura tattica né una previsione. È una definizione. Dopo aver vinto il suo quinto Slam a Wimbledon, superando Zverev in quattro set, Jannik Sinner ha spiegato come guarda al mestiere che fa:

«Non c'è fallimento se non vinci uno Slam». Sembra una frase di circostanza. Non lo è. È la tesi più radicale che un numero uno del ranking possa sostenere, e ha ragione a sostenerla.

Vale la pena prenderla sul serio, perché ribalta il modo in cui misuriamo i tennisti.

Una frase che vale per come è stata guadagnata

Un vincitore che dice «perdere non è fallire» è quasi sempre poco credibile. Sono parole gratuite finché a pronunciarle è qualcuno che non perde. La forza della frase di Sinner sta tutta nel punto da cui arriva.

Bastano cinque mesi a spiegarlo. A gennaio aveva perso la semifinale degli Australian Open contro Djokovic, al quinto set. A fine maggio, al Roland Garros, era andato molto peggio: secondo turno, avversario Juan Manuel Cerundolo, numero 56 del mondo. Sinner conduceva 6-3, 6-2 e 5-1 nel terzo set, a un game dalla vittoria. Poi il caldo di Parigi, i crampi, diciotto punti persi di fila, la partita sfuggita in cinque set. Non una sconfitta: un'umiliazione pubblica, davanti a chi lo dava già campione.

Quando a luglio dice che il fallimento non esiste, quindi, non parla dall'alto di una carriera senza incrinature. Parla dall'altra parte del pomeriggio peggiore della sua vita sportiva. Ecco perché la frase pesa.

Il ricatto del conteggio

Il tennis riduce le carriere a un numero di Slam vinti. Lo facciamo di continuo. «Quanti Major ha in bacheca» è la prima domanda, spesso l'unica. È il metro con cui si decide chi è grande e chi no.

L'aritmetica di Sinner è pensata proprio contro questo automatismo. Cinque Slam, ha detto, sono «cinque giorni su tanti altri giorni». Non è un modo per sminuire i trofei. È una correzione di scala. Una carriera è fatta di migliaia di giorni di allenamento e di centinaia di partite; trattare quattro domeniche come il verdetto complessivo è una distorsione che accettiamo senza accorgercene. La frase la nomina, quella distorsione. Il valore di una stagione non può essere deciso da due settimane a Londra o a Parigi.

Chi misura tutto in Slam, del resto, è costretto a conclusioni assurde: la stessa primavera in cui Sinner ha vinto tutti e cinque i Masters 1000 andrebbe archiviata come mezzo disastro, perché in mezzo c'è il crollo con Cerundolo. Contata così, la realtà smette di avere senso.

«Facile dirlo con cinque Slam in bacheca»

L'obiezione è ovvia, e va affrontata. Solo chi ha vinto può permettersi di dire che vincere non è tutto. C'è del vero: nella frase c'è un privilegio, quello di chi parla dopo il trofeo e non prima.

Ma l'obiezione sbaglia il momento in cui quella filosofia ha davvero lavorato. La prova che Sinner ci creda non è la conferenza stampa dopo un titolo. È il 5-1 del terzo set a Parigi, con i muscoli che si bloccano e la partita che scivola via. Sono le settimane dopo, quando invece di recriminare ha scelto più preparazione e un lavoro specifico sulla tolleranza al caldo, presentandosi a Wimbledon con la testa libera. La stessa idea che a luglio suona come un lusso da vincitore è ciò che gli ha permesso di ricostruirsi dopo giugno. Non ha inventato la filosofia per giustificare la coppa. L'ha usata per sopravvivere a non averla.

Perché conta

Il tennis è uno sport crudele con la sconfitta. Sei solo, non hai compagni con cui dividere la colpa, e ogni lunedì una classifica ti ricorda quanto vali. In quel contesto, dire che il fallimento non coincide con la mancata vittoria non è debolezza mentale travestita da saggezza. È l'unico modo sano di durare a lungo.

Sinner non sta dicendo che perdere non faccia male. Sta dicendo che perdere non lo definisce. È una distinzione che vale più di molti titoli, e che quasi tutti gli atleti imparano troppo tardi, o non imparano affatto. Lui l'ha capita a ventiquattro anni, con il trofeo ancora caldo in mano. Ecco perché è la frase dell'anno.