Il primo muro vero

ApprofondimentoMar 94 min
Il primo muro vero

Nel tennis esistono livelli che non si vedono dal punteggio. Si vedono dalla velocità con cui la palla torna indietro, dall'angolo che non pensavi possibile, dal silenzio che cala quando capisci che l'altro sta facendo qualcosa che tu non sai fare. Joao Fonseca sta per scoprire se quel silenzio è anche il suo.

Arriva agli ottavi di Indian Wells con un bilancio che grida talento: 7-1 contro i primi trenta del mondo da settembre, un ATP 500 a Basilea, Tommy Paul demolito 6-2, 6-3 in casa sua. A diciannove anni, Fonseca è già dentro al tennis che conta. Martedì però troverà Sinner. E Sinner è un muro che non si crepa.

Il ragazzo che ha smesso di essere una sorpresa

Fonseca ha attraversato il confine tra promessa e realtà in meno di un anno. A Melbourne, gennaio 2025, batteva Rublev al debutto Slam: 7-6, 6-3, 7-6. A Buenos Aires prendeva il primo titolo ATP, il più giovane sudamericano a farlo nell'era del Tour ATP. A Basilea alzava un ATP 500, il titolo più importante per un brasiliano dai tempi di Kuerten al Masters di Cincinnati nel 2001. Ventuno anni di attesa, cancellati da un ragazzo di Rio con un dritto che sembra un'esplosione controllata.

"Prima ero l'underdog, adesso devo dimostrare di meritare il mio ranking," ha detto a inizio stagione. Quando nessuno ti sottovaluta più, devi trovare un altro modo per vincere.

A Indian Wells lo sta trovando. Contro Khachanov, sotto di un set e due match point nel tiebreak, ha piazzato quattro punti consecutivi con la serenità di un veterano. Poi Paul, numero 12 del mondo, sepolto in ottanta minuti con venti vincenti e zero doppi falli.

"Credo di avere il livello per competere con Alcaraz e Sinner." La frase è rimbalzata ovunque. A un certo punto devi farla, se vuoi che il mondo smetta di trattarti come una promessa.

L'abisso tra i primi trenta e i primi due

Fonseca ha battuto giocatori nei primi trenta come se fosse la cosa più naturale del suo lunedì. I primi due del mondo però vivono altrove. Tolgono tempo, trasformano il tuo tennis migliore in qualcosa che non basta, e lo fanno su ogni singolo punto.

Sinner a Indian Wells non ha ancora perso un set. Svrcina liquidato 6-1, 6-1, Shapovalov 6-3, 6-2 in settantuno minuti. Il canadese ha commesso venticinque errori non forzati: Sinner lo costringeva in una zona dove ogni colpo diventa vita o morte.

Fonseca non ha mai affrontato un top 5. Paul e Rublev hanno momenti di vulnerabilità, game in cui il livello cala. Sinner no. Ti restituisce tutto quello che gli tiri contro, un centimetro più profondo, un grado più angolato. Per tre, quattro ore, senza dare l'impressione di fare fatica.

L'esame che non si può preparare

Ogni carriera ha i suoi momenti-verità. Per Sinner fu la finale di Pechino 2023 contro Medvedev, la prima volta che batté chi lo aveva dominato sei volte di fila. Per Alcaraz fu il quinto set contro Djokovic a Wimbledon 2023, quando diventò campione Slam. Per Fonseca, quel momento potrebbe essere martedì.

"Noi tennisti non vediamo l'ora di giocare contro i migliori. Sarà un piacere e spero di poter vincere." Chi affronta Sinner con paura ha già perso. Il punto è se quell'incoscienza regge anche quando il punteggio inizia a pesare.

La domanda vera, però, è un'altra. Il tennis di Sinner e Alcaraz ricorda quello di Federer e Nadal: due giocatori così dominanti da sembrare inarrivabili, con stili opposti che si completano in una rivalità perfetta. Federer e Nadal sembravano bastare. Poi è arrivato Djokovic, e il dualismo è diventato un tridente che ha definito un'era. Fonseca può essere il terzo di questa generazione? Ha l'età giusta, il talento grezzo, la fame. Quello che ancora non ha è una risposta a questa domanda.

Martedì potrebbe arrivare un primo indizio.