IL REGOLAMENTO DEL TENNIS NON HA SENSO

Oct 28Lorenzo Zantedeschi5 min
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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

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13 settembre, Arthur Ashe Stadium. Finale dello US Open.

Alexander Zverev sbaglia la prima di servizio, prende un’altra palla e comincia a farla rimbalzare. Dieci volte. Quindici. A volte 20.

Un tifoso li ha contati nei primi cinque turni del torneo: 12.040
Zverev replica: “Non li conto. Non so perché siano aumentati così tanto.”

Zverev fa rimbalzare la palla durante lo Us Open
New York, 13 settembre. Uno, due, tre…

Dall’altra parte della rete Ben Shelton aspetta. A un certo punto la giudice di sedia, Marijana Veljovic, lo richiama: quando Zverev comincia a palleggiare, deve farsi trovare sulla riga.

Lui, non Zverev.

E regolamento alla mano, ha ragione lei. Chi risponde deve adeguarsi al “ritmo ragionevole” di chi serve. Chi serve, prima della seconda, non ha limiti: il regolamento dice solo che va battuta “senza ritardo”. Nessun numero.

Shelton, a fine partita, l’ha chiamata “una regola stupida”:

“Se fa rimbalzare la palla 20 o 25 volte, non dovrei stare lì fermo ad aspettare.”

Il bello è che il tennis ha un cronometro quasi per tutto.

25 secondi tra un punto e l’altro. 90 al cambio di campo, 120 tra un set e l’altro. Tre minuti per un trattamento medico. Tre minuti per la pausa bagno, che partono da quando il giocatore entra in bagno: la strada per arrivarci non si conta.

Lo shot clock, però, si accende solo per la prima. E anche lì a farlo partire è il giudice di sedia, quando annuncia il punteggio: se lo scambio è stato lungo o il pubblico fa rumore, può aspettare.

Dove non arriva il cronometro, il regolamento usa le parole. Senza ritardo. Ragionevole. Apposta. Cosa vogliano dire, punto per punto, lo decide l’arbitro.

E alcune di queste regole, lette da vicino, sono assurde.

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Ragionevole.

Se si rompono una scarpa o un laccio per cause che il giocatore non controlla, il gioco si ferma per un tempo “ragionevole”. Il regolamento ATP concede un solo cambio di scarpe con tempo extra a partita, ma se l’attrezzatura si rompe ogni richiesta fa storia a sé.

La racchetta, invece, no. Se un giocatore si mette a rifare il grip e allo scadere dei 90 secondi del cambio campo non è pronto, si prende una time violation: per il regolamento ATP la racchetta non è attrezzatura da sistemare.

L’attrezzo con cui giochi conta meno dei lacci. Boh.

Chiedete a Denis Shapovalov. Cincinnati, agosto, secondo turno contro Rafael Jódar, 20 anni, oggi numero 11 del mondo. Nel terzo set lo spagnolo chiama il fisioterapista per la gamba sinistra. Sull’1-4 gli si rompe un laccio. Sul 3-5 si rompe di nuovo, e la pausa supera il minuto. Shapovalov sbotta: “L’ultima volta stavi bevendo acqua”, incolpando lo spagnolo di usare queste pause anche per rifiatare, che non dovrebbe essere parte dello scopo.

Da 1-5 Jódar vince sei game di fila e chiude 7-5 4-6 7-5.

“È una situazione che non posso controllare, sinceramente”, ha detto dopo. Possiamo credergli. Ma il regolamento non ha modo di distinguere un laccio sfortunato da uno comodo per il momento: con un Jódar in malafede, Shapovalov avrebbe aspettato lo stesso identico tempo. A decidere quanto fosse ragionevole, due volte nello stesso set, è stato il giudice di sedia.

Jodar con un sacco di scarpe dopo aver rotto i lacci
Chiaramente un meme, ma secondo voi è cattiva o buona pubblicità per il brand?

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Apposta.

Se un giocatore disturba l’avversario durante lo scambio, è hindrance. Se l’ha fatto apposta, il punto va all’altro. Se no, si rigioca.

Semplice, finché non si legge come il regolamento ATP definisce “apposta”. Qualsiasi distrazione causata da un giocatore:

“può essere giudicata volontaria e costare il punto (intenzionale o non intenzionale).”

Volontaria, anche se non intenzionale. Rileggetela. Per l’ATP basta che tu volessi fare il gesto che ha disturbato, urlare per esempio, anche senza l’intenzione di disturbare. Cosa volessi fare, a scambio in corso, lo stabilisce l’arbitro.

E c’è di più. Se ti cade una palla dalla tasca o ti vola via il cappellino, la prima volta si rigioca. Dalla seconda, per regolamento, l’hai fatto apposta e quindi perdi il punto.

Poi ci sono i grugniti, o meglio i grunt. Il regolamento WTA li cita come esempio di distrazione, senza dire dove sia il limite. A Melbourne, a gennaio, la giudice di sedia Louise Engzell ha chiamato hindrance ad Aryna Sabalenka per un verso:

“Hai fatto ‘uh-AYA’. Non è il verso normale.”

Quale sia il verso normale, lo decide l’arbitro.

E a volte la decisione indirizza una finale Slam. US Open 2011, Serena Williams contro Samantha Stosur. Serena, sotto di un set, serve sul 30-40 nel primo game del secondo. Tira un dritto e urla “Come on!” prima che Stosur colpisca. La giudice di sedia, Eva Asderaki, dà punto e game all’australiana. Serena sbotta, si prende 2.000 dollari di multa, e Stosur vince 6-2 6-3.

Serena Williams discute con l'arbitro Asderaki durante la finale US Open 2011
New York, 2011. Un “Come on!” che vale un game.

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Tre minuti.

La pausa bagno ha un tempo limite dal 2022. È arrivato dopo lo US Open 2021, quando Stefanos Tsitsipas era rimasto fuori dal campo circa 8 minuti prima del quinto set contro Andy Murray. “Ho perso rispetto per lui”, aveva detto Murray.

Tre minuti, si diceva. Ma da quando entri in bagno.

Shanghai, 12 ottobre 2026. Zizou Bergs vince il primo set contro Carlos Alcaraz ed esce dal campo. Rientra dopo più di 8 minuti, senza un warning, e poi vince la partita. Jamie Murray, il fratello di Andy, sui social:

“Dal centrale agli spogliatoi ci vorranno 20 secondi. Com’è possibile che sia permesso?”

Cinque anni e una regola dopo, gli stessi 8 minuti.

Alcaraz si lamenta delle condizioni di Shanghai
Shanghai, 12 ottobre. Alcaraz in panchina, Bergs in bagno.

Solo l’ultimo colpo.

Sempre Shanghai, semifinale del 17 ottobre. Daniil Medvedev è sotto 2-4 nel primo set, parità sul servizio di Jódar. Il sistema elettronico dà buono un dritto dello spagnolo vicino alla riga, Medvedev sbaglia il colpo dopo e vuole rivedere quel rimbalzo.

Non si può. Il giudice di sedia, Adel Nour:

“Daniil, da protocollo si può mostrare solo l’ultimo colpo.” Cioè quello sbagliato da lui.

Medvedev:

“Io non mi muovo, eh? Posso ritirarmi, non mi interessa. Tanto l’ATP mi multa comunque. Mi ritiro. Fammi vedere la palla, altrimenti esco dal campo.”

Nour chiede il replay. Sul maxischermo compare il rimbalzo: il dritto di Jódar era buono.

Probabilmente Nour ha scelto la strada più sensata. Ma per farlo è dovuto uscire dal protocollo, perché il protocollo ti fa rivedere solo il colpo che hai sbagliato tu. E ha dovuto deciderlo da solo, con un ex numero 1 del mondo che minacciava di andarsene.

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Messe in fila, queste regole hanno una cosa in comune. Dove il regolamento non ha scelto, sceglie l’arbitro: sul momento, con lo stadio che guarda e un giocatore che protesta. E dal 2025, quasi ovunque, le righe le chiama la macchina. Senza ritardo, ragionevole e apposta sono quasi tutto quello che è rimasto da giudicare al giudice di sedia.

“Sì, ma il tennis non è il basket. Non si gioca col cronometro”, direte voi.

In realtà si gioca già col cronometro: 25 secondi, 90, 120, tre minuti. Manca solo dove servirebbe di più.

Non tutto si può misurare, questo è vero. Un laccio rotto, un grunt, un “Come on!” urlato a metà scambio: lì serve qualcuno che guardi e decida, ok.

Ma dove un numero si può mettere, va messo. Alle Next Gen ATP Finals c’è già: 8 secondi al massimo tra prima e seconda. Andy Roddick, nel suo podcast Served, ne propone quattro o cinque. E il cronometro della pausa bagno può partire quando il giocatore lascia il campo, non quando apre la porta.

Meno parole da interpretare, meno peso su chi sta sul seggiolone, meno zone grigie.

Ora la palla passa a voi: 8 secondi tra prima e seconda, o rimbalzi a volontà?

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