Kyrgios, tutto esaurito per uno che non ha mai vinto niente

Jul 8Lorenzo Zantedeschi4 min
Kyrgios, tutto esaurito per uno che non ha mai vinto niente
Mercoledì 1 luglio il campo più conteso di Wimbledon non era il Centrale. Era il 17, per un doppio di primo turno. Noi eravamo lì, dopo una notte in tenda nella Queue. Ed è lì che è nata la domanda di oggi: Perché abbiamo così tanto bisogno di Nick Kyrgios?

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Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

Ore sette del mattino, Wimbledon Park.

La Queue si è svegliata da un pezzo. Quella vera: tende, numerini, disciplina britannica. Noi siamo lì in mezzo, reduci dalla nottata, e mentre ci avviciniamo a passo lento verso i cancelli dell’All England Lawn Tennis Club facciamo l’unica cosa che si può fare dopo ore di coda: ascoltare i discorsi degli altri.

E i discorsi, quella mattina, erano tutti uguali.

“Sì, vorrei provare a prendere i biglietti del Centrale, o magari dell’1. Però voglio vedere Kyrgios.”

Quel giorno sul Centrale giocava Sinner, campione in carica e numero 1 del mondo. Eppure Nick era sulla bocca di tutti quelli che avevano fatto la nottata lì, come noi.

Il match di giornata, per il popolo della Queue, era un doppio di primo turno. Sul 17, un campo da forse 200 posti, senza prenotazione: chi prima arriva, si siede. Gli altri restano fuori, in piedi nel vialetto, ad ascoltare i punti dal rumore del pubblico.

Kyrgios e Bublik contro Arevalo e Pavic.

un doppio di primo turno. Tutto esaurito.
un doppio di primo turno. Tutto esaurito.

La partita in sé è durata poco: 6-3 6-4 per Arevalo e Pavic, seste teste di serie, gente che il doppio lo fa di mestiere. Nick ha pure avuto da ridire con l’arbitro, come suo solito, dopo un break subito a inizio secondo set.

Ma verso la fine è successa la cosa vera. Kyrgios al servizio guarda Bublik e gli dice che sta servendo per l’ultima volta a Wimbledon. Poi lo ripete in conferenza:

“Direi con una certa sicurezza che è stato il mio ultimo Wimbledon”.

E qui, per chi ha memoria delle date, i brividi.

Perché quel mercoledì era il primo luglio 2026.

E il primo luglio 2014 - dodici anni esatti, giorno per giorno - un diciannovenne australiano numero 144 del mondo, entrato in tabellone con una wild card, batteva Rafael Nadal numero 1 sul Centre Court. 7-6 5-7 7-6 6-3, con quel tweener che ancora oggi rivediamo in loop. Il turno prima aveva salvato nove match point contro Gasquet. McEnroe in telecronaca annunciava una nuova stella.

La sua storia a Wimbledon è iniziata sul Centrale il primo luglio. Ed è finita sul 17 il primo luglio.

Primo luglio 2014. Dove tutto è cominciato.
Primo luglio 2014. Dove tutto è cominciato.

In mezzo, lo sappiamo, c’è stato di tutto. La finale del 2022 persa contro Djokovic - senza dubbio il suo punto più alto - e poi il corpo che presenta il conto: ginocchio operato, polso ricostruito con un intervento che, parole sue, nessun tennista aveva mai fatto per poi provare a tornare. Una partita giocata nel 2023. Zero tornei nel 2024. Cinque match nel 2025. Quest’anno, le briciole.

E allora eccola, la domanda che ci gira in testa da quel giorno.

Com’è possibile che il giocatore più atteso della prima settimana di Wimbledon sia uno che in singolare non ha mai vinto uno Slam, mai alzato un Masters 1000, mai nemmeno visto la top 10 (best ranking numero 13)?

La risposta, secondo noi, è semplice e scomodissima.

La gente non ha mai pagato per vedere Kyrgios vincere. Ha sempre pagato per vedere cosa sarebbe successo.

Nel wrestling, che guardavamo sempre da piccoli nel weekend e che in questi anni sembra ritornato - maledetta nostalgia anni ‘90 - questo personaggio ha un nome preciso: heel. Il cattivo. Quello che il pubblico fischia, insulta, e non si perderebbe per niente al mondo. Le arene non si riempiono per i buoni: si riempiono quando c’è il cattivo da odiare.

E il tennis i suoi heel li ha sempre venerati in segreto. Nastase detto “Mr. Nasty”. McEnroe detto “Superbrat”, che urlava ai giudici proprio su questi prati.

E poi il più grande di tutti: Djokovic, per quindici anni l’antagonista ufficiale della favola Fedal, fischiato perfino nelle finali che vinceva.

Kyrgios è l’ultimo della dinastia. E il curriculum da bad boy se l’è costruito con dedizione.

La pallata tirata addosso a Nadal, sempre qui a Wimbledon, nel 2019: Rafa lo fulmina con lo sguardo, e lui a fine partita niente scuse - “può reggere una pallata al petto”. Nello stesso match, tanto per gradire, l’ace col servizio da sotto. E poi Montreal 2015, la frase al cambio campo con cui informò Wawrinka, con parole che qui non possiamo ripetere, di certe presunte frequentazioni tra l’allora fidanzata dello svizzero Vekic e l’amico Kokkinakis. Puro trash-talking in stile NBA, per il tennis era una novità.

Ma il bello degli heel è che il copione, prima o poi, li fa incontrare. Nel 2019 Kyrgios diceva di Djokovic: “Non lo sopporto”. Tre anni dopo era uno dei pochissimi a difenderlo pubblicamente durante il caso del visto in Australia. Poi la finale del 2022, il bromance dichiarato al microfono, fino al doppio giocato insieme a Brisbane nel 2025. I due cattivi della classe, diventati amici. Una cosa così non l’hanno mai osata nemmeno gli sceneggiatori di Beautiful.

E prima che ce lo scriviate nei commenti: sì, uno Slam in bacheca Nick ce l’ha. L’Australian Open 2022, in doppio, proprio con quel Kokkinakis tirato in mezzo a Montreal. E indovinate? Pure lì, nel tabellone che “non guarda nessuno”, riempivano gli stadi come a un concerto. Il fenomeno è sempre lo stesso.

Special K’s - il loro nome in doppio.
Special K’s - il loro nome in doppio.

Perché con lui vale una regola che nel tennis di oggi non esiste più: non sai mai cosa stai per guardare.

Il circuito attuale è meraviglioso e ottimizzato - ne parliamo da mesi. Tutto misurato, tutto preparato, tutto prevedibile perfino nella sua eccellenza. Tennis on-demand.

Kyrgios era diretta pura. Il punto dell’anno o il crollo dell’anno, spesso nello stesso game. Non è un caso che Netflix, per aprire Break Point, la serie pensata per vendere il tennis al mondo, abbia scelto lui. Non il numero uno del ranking. Lui.

E adesso che se ne va, il conto è presto fatto: il tennis non perde un campione. Perde un personaggio. E non è detto sia la stessa cosa.

Che ne pensate? Kyrgios è il più grande talento sprecato della sua generazione e il circuito starà meglio senza il suo caos?

O è stato il giocatore più importante degli ultimi dieci anni tra quelli che non hanno vinto (quasi) niente - e quel campo pieno di mercoledì è la prova definitiva?

Noi una risposta ce l’abbiamo. Ma stavolta vogliamo prima la vostra.