La normalità dell'impossibile

ApprofondimentoApr 125 min
La normalità dell'impossibile

Ventidue vittorie consecutive. Quattro tornei Masters 1000 di fila. Trentasette set vinti senza cederne uno, prima che Macháč gli ricordasse che anche lui è umano. I numeri di Jannik Sinner non hanno più bisogno di aggettivi. Hanno bisogno di una spiegazione.

Perché il dato più inquietante di questo dominio non è la striscia in sé. È il modo in cui avviene. Senza drammi, senza urla, senza quei gesti che nel tennis servono a convincere sé stessi prima ancora che l'avversario. Sinner vince come chi va al lavoro sapendo esattamente cosa fare. E questa, nel tennis, è la cosa più rara che esista.

La geografia di un dominio

Parigi, ottobre 2025. Bercy, cemento indoor. Cinque partite, dieci set, zero ceduti. Indian Wells, marzo 2026. Deserto californiano, cemento outdoor. Sei partite, dodici set, zero ceduti. Miami, subito dopo. Stesso copione: sei partite, dodici set, zero ceduti. Lehečka in finale non ha mai avuto la sensazione di poter vincere.

Poi Monte-Carlo. Terra battuta. Vento. La superficie che per anni è stata il punto interrogativo della carriera di Sinner. Quella su cui i dubbi sembravano legittimi, dove il rovescio a una mano degli esteti e le palle corte dei maghi della terra avrebbero dovuto smascherare i limiti del ragazzo di Sesto Pusteria.

Humbert liquidato 6-3 6-0. Zverev, numero tre del mondo, spazzato via 6-1 6-4 in poco più di un'ora e venti. Auger-Aliassime regolato senza affanno. Solo Macháč, con quel tie-break strappato nel secondo set, ha interrotto la sequenza perfetta dei set. Ma non quella delle vittorie.

E poi la finale. Alcaraz dall'altra parte della rete. Il numero uno del mondo in palio. Il primo Masters 1000 su terra rossa in carriera come premio. Tutto ciò che poteva rendere il momento pesante, lo rendeva pesante. Sinner ha vinto 7-6 6-3 in due ore e quindici minuti, con la calma di chi ha già deciso come andrà a finire.

Dove finisce il talento e inizia qualcos'altro

Quattro Masters 1000 consecutivi. Prima di Sinner, ci erano riusciti solo Djokovic, che nel 2011 arrivò addirittura a cinque, divorando Indian Wells, Miami, Madrid, Roma e Montreal, e Nadal nel 2013, quando si prese Madrid, Roma, Montreal e Cincinnati come se il circuito fosse un buffet aperto solo per lui. Compagnia esclusiva. Ma il confronto più interessante non è quello statistico.

Djokovic nel 2011 vinse cinque Masters di fila con la ferocia controllata di chi voleva dimostrare di essere il migliore del pianeta. Lo era, e voleva che tutti lo sapessero. Nadal nel 2013 tornava da un infortunio che aveva messo in discussione tutto: ogni vittoria era una rivincita contro il proprio corpo.

Sinner non ha niente da dimostrare e niente da vendicare. Ha ventiquattro anni, ventisette titoli ATP, otto Masters 1000. Non gioca contro il tempo come Djokovic, non gioca contro il dolore come Nadal. Gioca contro la partita. Ogni volta, solo quella.

"Sono molto contento di aver vinto almeno un trofeo importante su questa superficie," ha detto dopo la finale. Almeno. Come se vincere il primo Masters 1000 su terra battuta fosse un compito rimandato troppo a lungo, non un'impresa storica. Poi ha aggiunto che la classifica è secondaria. Lo ha detto sul serio.

Il doppio fallo che vale una stagione

C'è un momento, nel tie-break del primo set, che racconta Sinner meglio di qualsiasi statistica. Sul 5-6, Alcaraz serve per restare nel set. Doppio fallo. Primo set Sinner.

Non è il doppio fallo in sé. È quello che succede dopo. Sinner non esulta. Non stringe il pugno. Non guarda il suo angolo. Cammina verso la propria panchina come se avesse appena vinto un game qualsiasi nel terzo set di un torneo 250. Eppure ha appena piegato il suo più grande rivale nel momento decisivo, in una finale che valeva il numero uno del mondo e il primo trofeo su terra.

Alcaraz lo sa. Nella cerimonia di premiazione, il suo è quasi un inchino: "È impressionante quello che stai ottenendo. Solo un uomo era riuscito a fare il Sunshine Double e vincere Monte-Carlo, e tu sei il secondo." Quando il tuo rivale ti elogia così, non è cortesia. È resa.

Il secondo set conferma ciò che il tie-break aveva annunciato. Sinner va sotto di un break, ma la reazione è immediata, chirurgica. Cinque game consecutivi per chiudere 6-3. Match archiviato con la stessa serenità con cui era iniziato.

Madrid come orizzonte

Ora c'è Madrid. Dal 22 aprile, Sinner avrà l'occasione di eguagliare il record assoluto di Djokovic: cinque Masters 1000 consecutivi, quei cinque del 2011 che sembravano irripetibili. Nadal si fermò a quattro. Nessuno è mai arrivato a sei.

Ma la vera domanda non è se Sinner vincerà Madrid. La vera domanda è quanto a lungo può durare questo stato di grazia in cui il tennis sembra un problema che ha già risolto.

Perché c'è qualcosa di quasi perturbante nella perfezione di questa striscia. Cemento indoor, cemento outdoor, terra battuta. Climi diversi, avversari diversi, pressioni diverse. Il risultato è sempre lo stesso. Sinner entra in campo, esegue il suo piano, e quando finisce va a casa. Non è spettacolo. È inevitabilità.

Forse è questo il tratto che definirà la sua era. Non la potenza devastante di Alcaraz, non il genio tattico di Djokovic, non la furia fisica di Nadal. Ma qualcosa di più sottile e, in un certo senso, più impressionante: la capacità di rendere normale l'impossibile. Ventidue vittorie di fila ai Masters 1000, e la sensazione che la ventitreesima sia solo una questione di calendario.

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