LA WTA STA FINENDO I SOLDI (e ha detto no all’ATP)

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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
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23 settembre 1970, Houston.
Nove giocatrici, tra cui un’allora ventiseienne Billie Jean King, firmano un contratto con Gladys Heldman. Nel 1953 quest’ultima aveva fondato World Tennis, una delle riviste di tennis più influenti al mondo, e adesso è l’unica persona disposta a organizzare un torneo tutto per loro. Valore del contratto: un dollaro. Uno.
La federazione americana le sospende due giorni dopo.
Il motivo per cui firmano si trova a Los Angeles. Lì si gioca il Pacific Southwest, un torneo nato nel 1927 che per quarant’anni ha visto vincere quasi tutti i numeri uno del mondo. Da quell’anno lo dirige Jack Kramer, ex campione di Wimbledon, e il suo annuncio è questo: il campione prenderà 12.500 dollari. La campionessa 1.500.
Otto volte meno.
Il torneo di Houston citato in apertura mette in palio 7.500 dollari. A pagarli è Philip Morris, il colosso del tabacco, con Virginia Slims, il suo marchio di sigarette pensato per le donne. Kristy Pigeon, una delle nove, al capo dell’azienda Joe Cullman lo aveva chiesto senza giri di parole:
“Joe, tira fuori la grana!”
Passeranno alla storia come le Original 9. Da quella firma nasce il circuito femminile professionistico. E tre anni dopo, la WTA.
Oggi sono cinquantasei anni esatti. Buon compleanno, tennis femminile.

Tenete a mente quella frase. Perché la WTA la ripete da allora.
Prima le sigarette di Virginia Slims. Poi i telefonini di Sony Ericsson. Fast-forward, nel 2023 CVC, uno dei fondi d’investimento più grandi al mondo: 150 milioni in cinque anni per il 20% della parte commerciale della WTA. Nel 2024 il PIF, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, che si è comprato perfino il nome della classifica mondiale: PIF WTA Rankings.
Cinquantasei anni di “Joe, tira fuori la grana”. A cambiare era solo il soggetto.
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Ora non c’è più nessun Joe.
Proprio nei giorni dello US Open, il Telegraph ha pubblicato un’inchiesta sulle proiezioni interne della WTA: 23 milioni di dollari di perdita operativa nel 2026, circa 15 milioni in cassa a fine anno, e il rischio concreto di restare a secco entro l’autunno 2027.
E tutto mentre sul campo il tennis femminile è ritornato ad essere decisamente avvincente: a New York le prime quattro teste di serie sono arrivate tutte in semifinale, non succedeva dal 1975.
Una parte pesante di quella perdita ha un nome: Finals. Dal 2024 si giocavano a Riad, con un contratto di tre anni pagato dai sauditi. L’accordo è saltato con un’edizione di anticipo, e con lui sono spariti i soldi di Riad. Quelle di novembre si giocano a Indian Wells, in California: se le paga quasi tutte la WTA, e il montepremi scende a 10 milioni. Nel frattempo i 30 milioni l’anno di CVC finiscono nel 2027.
Ora aggiungiamo un altro dato.
L’anno scorso, alle Finals di Riad, Elena Rybakina ha vinto 5,2 milioni da sola. Il 12 settembre a New York ha battuto Sabalenka in finale, si è presa il numero uno del mondo e ha incassato 5,5 milioni: il premio più alto mai pagato in uno Slam.
Una giocatrice, un torneo (che, lo ricordiamo, come gli altri Slam non fa parte del circuito WTA, ma è un’entità a sé stante), più della metà di quello che la WTA riesce a mettere sul piatto per le sue Finals.
Le tenniste non sono mai state così ricche. Il loro circuito non è mai stato così povero.

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La risposta della WTA è arrivata la settimana scorsa.
Dal 2027 le Finals vanno a Charlotte, in North Carolina, nel palazzetto degli Hornets della NBA, per tre anni. Nella stessa città trasloca anche la sede centrale, che oggi è in Florida.
L’annuncio l’ha fatto Valerie Camillo, presidente della WTA da novembre 2025: una manager che arriva dallo sport americano, tra NBA, baseball e hockey, e che il tennis lo gestisce da dieci mesi. Ha spiegato che stavolta l’evento lo organizzerà la WTA in prima persona, investendo insieme ai partner locali. Obiettivo dichiarato: farne “il Super Bowl dello sport femminile”. Il montepremi? Ancora da decidere.
Il Super Bowl. Con quindici milioni in cassa.
È l’ultima speranza, l’all-in di chi, al tavolo da poker, ha davanti le ultime fiche e le spinge tutte al centro.

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Solo che a luglio un’altra strada c’era. E la WTA l’ha scartata.
Da anni WTA e ATP trattano per mettere insieme la parte commerciale. Attenzione: non significa far giocare uomini e donne negli stessi tornei. Significa vendere insieme diritti tv e sponsor. Una cassa sola, un prodotto solo.
A gennaio dall’ATP dicevano di essere “abbastanza vicini”. A luglio è tutto congelato: Camillo ha respinto l’accordo sulla spartizione dei ricavi che Steve Simon aveva quasi chiuso. Simon è l’uomo che ha guidato la WTA per dieci anni, dal 2015 fino al suo arrivo.
Il motivo sta nei numeri. Nel 2024 la WTA ha fatturato 142 milioni di dollari, l’ATP 294. La trattativa partiva da una divisione di circa 80 a 20. Per la WTA era troppo poco.
Due mesi dopo, il Telegraph, con quell’inchiesta citata sopra, ci ha evidenziato quanto rischia di costare quel rifiuto.
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Facciamo i seri.
Non sappiamo in che percentuali, ma quell’accordo andrà firmato anche a costo di rimetterci.
Perché, secondo le stesse ricostruzioni della trattativa, la fusione avrebbe garantito alla WTA più ricavi di quelli che fa da sola. Meno percentuale, più soldi veri. E Charlotte, a quel punto, può servire proprio a questo: sedersi al tavolo con qualche fiche in più e strappare una percentuale migliore.
Meglio una fetta più piccola di un circuito vivo che il 100% di un circuito fallito.
“Sì, ma così le donne tornano a contare meno degli uomini. Esattamente quello contro cui hanno firmato quelle nove nel 1970.”
No. Nel 1970 la battaglia era sul prize money: otto volte meno, stesso torneo, stessa settimana. Quella battaglia negli Slam è vinta da un pezzo, e nessuna fusione commerciale la cancella. Oggi non si discute di quanto prende chi alza il trofeo. Si discute di chi tiene in piedi il circuito nelle altre 44 settimane dell’anno, quelle senza Slam.
E sull’orgoglio, la parola spetta a chi quel contratto da 1$ l’ha firmato davvero.
Billie Jean King, la ventiseienne di Houston. Poi 39 titoli Slam tra singolare, doppio e misto, la “Battaglia dei sessi” vinta contro Bobby Riggs nel 1973, di nuovo a Houston, davanti a trentamila persone e, nello stesso anno, la fondazione della WTA. Nel 2020 ha detto:
“Uomini e donne insieme, una voce sola: è da sempre la mia visione. La WTA da sola è sempre stata il piano B.”
Il piano B. Detto dalla fondatrice.

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Chi è cresciuto con Dragon Ball questa scena l’ha vista mille volte.
Vegeta, davanti alla fusione con Goku, dice di no. Per orgoglio. La danza è ridicola e, soprattutto, significa ammettere che da solo non è forte abbastanza. Aspetta fino all’ultimo, fino a quando il nemico sta per spazzarli via tutti e due.
Poi la fa. E quello che ne esce non si chiama né Goku né Vegeta. È un mix, ed è più forte di entrambi.
La WTA oggi è Vegeta a braccia conserte che aspetta di autoconvincersi, mentre il conto scende.
Nel 1970 nove ragazze hanno firmato per un dollaro, pur di avere un circuito.
Nel 2026 la WTA rischia di perderlo per non accettare una fetta più piccola.
E allora ditecelo voi.
La fusione con l’ATP, anche rimettendoci qualcosa, pur di salvare il circuito?
O la WTA deve restare da sola, a costo di non arrivare al 2028?


