L'ultima generazione degli artisti

Ci sono settimane in cui il calendario del tennis sembra cospirare per dirci qualcosa. Roland Garros 2026, prima settimana, due campi diversi, due partite perse al primo turno. Stan Wawrinka esce dal Simonne-Mathieu sconfitto da Jesper de Jong. Gaël Monfils lascia il Philippe Chatrier dopo cinque set contro Hugo Gaston. Nessuno dei due tornerà più a Parigi da giocatore.
Sembrano due notizie separate. Non lo sono. Sono lo stesso addio scritto due volte, con due grafie diverse.
Quando il tennis era anche uno stile
Wawrinka ha quarantun anni. Monfils ne ha trentanove. Entrambi hanno fatto il loro debutto a Roland Garros nel 2005, ventuno primavere fa, quando Federer e Nadal stavano appena cominciando a dividersi il mondo. Hanno attraversato l'era dei Big Three da spettatori privilegiati e ostacoli occasionali. Sopravvissuti, più che protagonisti.
Eppure chiamarli sopravvissuti è ingeneroso. Perché ciò che lasciano non si misura in trofei.
Wawrinka se ne va con tre Slam in bacheca: Australian Open 2014, Roland Garros 2015, US Open 2016. Tre finali, tre vittorie, ogni volta contro il numero uno del mondo. Una volta Nadal, due volte Djokovic. Pochi giocatori nella storia hanno avuto un curriculum così chirurgico nelle grandi occasioni. Best ranking numero tre, sedici titoli ATP. Non è una carriera da gregario.
Monfils invece nei tornei dello Slam non è mai arrivato in finale. Ha toccato due semifinali, è stato numero sei del mondo nel 2016, ha vinto tredici titoli ATP. L'anno scorso, ad Auckland, è diventato il più anziano vincitore di un torneo nell'era ATP. Numeri solidi, niente di leggendario.
Ma le statistiche non hanno mai raccontato cosa fossero davvero questi due.
Il romantico e l'acrobata
Wawrinka era il rovescio a una mano. Quel rovescio. Il colpo che McEnroe aveva definito il più bello del circuito quando ancora c'era Federer in attività. Un movimento che apparteneva a un'altra epoca: la spalla che si chiude, il braccio che si distende, la pallina che parte con un suono diverso da tutti gli altri. Lungolinea, incrociato, controbalzo. Sempre lo stesso gesto. Sempre il rischio assoluto.
C'era qualcosa di romantico in Wawrinka, e non solo per il colpo. C'era la storia del tardivo, del giocatore che a ventotto anni non aveva ancora vinto nulla di importante e poi, all'improvviso, ha cominciato a battere chi non si poteva battere. Nadal a Melbourne. Djokovic a Parigi. Djokovic di nuovo a New York. Tre volte il numero uno del mondo in finale Slam, tre volte vinto. Un'efficienza spaventosa.
Monfils era l'opposto. Era il talento purissimo che non si trasformava mai del tutto in risultato. Le gambe, prima di tutto. Quelle gambe da centometrista che gli permettevano di arrivare su palle che nessun altro avrebbe nemmeno inseguito. Lo split sulla terra rossa. I tweener. I servizi presi a un metro dalla recinzione. Il braccio che si allungava all'indietro per un'arrotata impossibile, e poi il sorriso, sempre il sorriso, anche quando perdeva.
Monfils trattava il campo come un palcoscenico. Lo si poteva amare o detestare per questo, ma non gli si poteva chiedere di essere diverso. Era nato così.
Cosa stiamo perdendo
Il tennis del 2026 è molto più uniforme di quello del 2005. I corpi sono più simili, le tattiche più sovrapponibili, gli scambi più lunghi e più centrali. Il fondo campo ha vinto contro il rovescio a una mano, e contro l'imprevedibilità. Si gioca a duecento all'ora dall'angolo destro al sinistro, e chi alza la palla un metro più in là dell'avversario di solito vince il punto.
Non è un giudizio. È un'evoluzione. Lo sport diventa più efficiente, come tutti gli sport. Le scuole insegnano il rovescio a due mani perché è più sicuro. Le accademie selezionano i fisici. I dati premiano la consistenza sulla creatività.
Però qualcosa, in questo passaggio, si lascia indietro.
Si lascia indietro l'idea che ci siano modi diversi di stare in campo. Che un giocatore possa giocare per vincere e contemporaneamente giocare per intrattenere. Che l'eleganza di un gesto, anche se rende meno punti dell'efficienza, valga la pena di essere coltivata. Che si possa essere campione tardivo, sbagliato, instabile, e però capace di alzarsi tre volte nei momenti più importanti della propria vita.
Wawrinka e Monfils non erano i migliori della loro generazione. Non erano nemmeno vicini a esserlo. Ma erano necessari.
Quattro a quattro
Si sono affrontati otto volte in carriera. Quattro vittorie per uno. Una specie di parità perfetta, quasi sospetta nella sua simmetria. Wawrinka avanti negli Slam, due a uno. Monfils unico vincitore sull'erba. L'ultima volta a Wimbledon nel 2024: Monfils in tre set, due tie-break, due vecchi leoni che ancora si concedevano un confronto.
Otto partite distribuite su quasi vent'anni. Mai una semifinale Slam tra loro, mai un titolo in palio. Eppure ogni volta che si incrociavano sembrava una piccola festa, perché i due rovesci più strani del circuito si incontravano: quello a una mano di Wawrinka, il più puro; e quello bimane di Monfils, sparato con la coordinazione di chi era nato per fare ginnastica e si era ritrovato per caso a giocare a tennis.
Adesso quel quattro pari resta lì per sempre. Nessuno lo sbloccherà più.
L'addio doppio
Il 25 maggio scorso Wawrinka è uscito dal Simonne-Mathieu sotto un'ovazione che pesava più della sconfitta. De Jong, lucky loser olandese ripescato all'ultimo dopo il forfait di Fils, aveva fatto il suo lavoro in quattro set. Sugli spalti applaudivano per l'uomo che undici anni prima aveva alzato la Coppa dei Moschettieri proprio lì a Parigi. "È difficile, non voglio dirvi addio qui," ha detto Wawrinka con le lacrime. Ha aggiunto che ha dato tutto per questo sport, e che sa che è la scelta giusta.
Poche ore dopo, lo stesso giorno, è toccato a Monfils. Sessione serale sul Chatrier, cinque set contro Gaston, un altro francese, quattordici anni più giovane, finiti a mezzanotte. Sul campo sono saliti Gasquet, Simon, Tsonga. I quattro moschettieri della generazione francese che non ha mai vinto Roland Garros. Sul maxi schermo i messaggi di Federer, Nadal, Djokovic, Alcaraz, Sinner. Tutti hanno detto la stessa cosa con parole diverse: grazie.
Erano cerimonie quasi identiche, una di pomeriggio e una di notte, sullo stesso giorno. Come se Parigi avesse deciso di chiudere lo stesso capitolo due volte, per essere sicura che lo capissimo.
Quello che resta
Tra dieci anni nessuno ricorderà il punteggio di Monfils contro Gaston, né quello di Wawrinka contro de Jong. È giusto così. Le partite degli addii non sono mai partite vere. Sono soglie, riti, fotografie.
Quello che resterà è altro. Resterà un rovescio a una mano che colpiva la palla con un suono diverso. Resterà un giocatore che faceva volare le scarpe da tennis come se la racchetta fosse un'estensione del corpo intero, e non solo del braccio. Resteranno tre finali Slam vinte contro il numero uno del mondo da uno che non doveva vincerle. Resterà l'idea che si possa stare in campo come si starebbe a teatro: per emozionare, non solo per battere il prossimo.
Il tennis perde due giocatori, certo. Ma soprattutto perde un modo di essere giocatori. Un modo che probabilmente non tornerà più, perché lo sport va in un'altra direzione, e va bene così.
Wawrinka e Monfils non sono stati Federer, Nadal, Djokovic. Non hanno cambiato il tennis. Lo hanno abitato. Lo hanno reso più ricco senza riscriverne le regole. Sono stati la prova che si può lasciare un segno senza essere protagonisti, e che certi gesti — un rovescio, un balzo, un sorriso dopo un punto perso — pesano più di certi trofei.
Si chiude un'era. Non quella dei campioni, perché i campioni ci saranno sempre. Si chiude l'era degli artisti.


