Mirra Andreeva e l'arte rara di non avere fretta

ApprofondimentoJun 54 min
Mirra Andreeva Roland Garros

Le bambine prodigio del tennis somigliano quasi tutte alla stessa fotografia: una vittoria troppo grande arrivata troppo presto, e poi gli anni passati a rincorrere quella prima immagine come un debito. Mirra Andreeva, alla vigilia della sua prima finale Slam, sembra l'eccezione. Non perché sia arrivata in fretta. Ma perché ci è arrivata al momento giusto.

Sabato, sul Philippe-Chatrier, gioca per il Roland Garros contro Maja Chwalinska. Ha diciannove anni. È la finalista Slam più giovane da quando Coco Gauff raggiunse l'atto conclusivo di Parigi nel 2022, e la prima giocatrice nata dopo il 2005 a spingersi fin qui. Eppure la cosa più interessante della sua storia non è la precocità. È il modo in cui ha imparato ad aspettare.

Il talento che brucia e il talento che cresce

Esistono due modi di essere giovani e fortissimi, e raramente convivono.

C'è il prodigio che esplode: vince qualcosa di enorme a sedici o diciassette anni, illumina una stagione e poi scopre che il resto del circuito ha studiato, che il corpo cambia, che la pressione di essere già stati grandi pesa più della pressione di diventarlo. È la traiettoria che ha consumato decine di carriere, alcune mai davvero ripartite dopo il primo lampo.

E poi c'è il prodigio che cresce per accumulo. Vince meno presto ma sbaglia meno strada. Costruisce un gioco prima di costruire un mito. Andreeva appartiene a questa seconda categoria, ed è una rarità.

Il dato che lo racconta meglio è il meno spettacolare. In questa stagione il suo bilancio è di ventinove vittorie e nove sconfitte: due titoli, ad Adelaide e Linz, una finale persa a Madrid contro Marta Kostyuk. Numeri solidi, non leggendari. Non sta riscrivendo i libri dei record a ogni settimana. Sta facendo una cosa più difficile e meno visibile: migliorare in modo lineare, senza il picco che brucia e senza il crollo che segue.

Cosa significa "essere pronta"

La parola che Andreeva ha usato di sé in questi giorni non è "talento". È "tattica".

Nelle sue parole di questi giorni, dopo la semifinale vinta su Kostyuk per 6-1 6-3 e dopo averne spezzato la striscia di vittorie, torna l'idea di saper affrontare ogni partita in modo diverso, di leggerla prima di giocarla. È un linguaggio che un prodigio classico non usa. Il prodigio classico parla di sensazioni, di istinto, della palla che entra. Lei parla di lettura, di adattamento, di un piano che cambia da un avversario all'altro. Sta descrivendo il passaggio dal giocare bene al capire perché si gioca bene.

È questo che separa la promessa dalla campionessa, ed è quasi sempre una questione di tempo, non di doti. Il talento puro arriva con il primo respiro. La capacità di amministrarlo si impara, partita dopo partita, finestra dopo finestra. Il merito di Andreeva, e di chi le sta intorno, è non aver provato a comprimere quel processo per arrivare prima al traguardo.

La finale, e ciò che viene dopo

Se sabato dovesse vincere, diventerebbe la prima teenager a conquistare uno Slam femminile da Coco Gauff agli US Open 2023. Sarebbe un titolo raro, e sarebbe giusto celebrarlo per quello che è.

Ma su ogni finale del genere incombe un altro precedente, più scomodo: quello di Emma Raducanu, campionessa a New York nel 2021 a diciotto anni. Quel trionfo, arrivato dal niente e senza un percorso costruito sotto, si rivelò più una vetta isolata che un punto di partenza. La differenza tra una carriera e un colpo solo non si vede nel giorno della vittoria. Si vede negli anni in cui bisogna ricominciare da capo, con tutti che ti chiedono di essere di nuovo quella di un pomeriggio.

Qui sta la vera ragione per cui la storia di Andreeva merita attenzione adesso, prima ancora del risultato. Lei a Parigi non è arrivata dal niente. Ci è arrivata dopo stagioni di crescita misurabile, con un gioco che ha basi e non solo lampi, con la testa di chi sa spiegare le proprie vittorie. Vincere sarebbe un coronamento. Perdere non cancellerebbe nulla di quel lavoro.

Le bambine prodigio del tennis ci hanno insegnato a diffidare delle vittorie troppo precoci. Andreeva suggerisce l'opposto: che la cosa più rara, per un talento enorme e giovanissimo, non è arrivare presto. È avere la pazienza di arrivare al momento giusto. Sabato sapremo se quel momento è già adesso. In ogni caso, non sarà l'ultimo.