Non è solo il calendario: perché le braccia dei tennisti cedono

ApprofondimentoJul 65 min
Non è solo il calendario: perché le braccia dei tennisti cedono

Ogni volta che un giocatore si ferma, il tennis emette la stessa sentenza: troppe partite, troppi tornei, un calendario che non lascia respirare nessuno. È una spiegazione comoda, e comoda perché è vera a metà. Il problema è la metà che manca, quella che quasi nessuno ha voglia di guardare: la racchetta che il giocatore stringe in mano.

A dirlo, il 2 luglio 2026 a un evento IBM a Wimbledon, è stato Andy Murray. Non un ingegnere e non un opinionista qualsiasi: uno che ha giocato per vent'anni al massimo livello con un braccio operato più volte. Il suo ragionamento merita di essere preso sul serio, perché sposta il dibattito da dove si trova comodamente da anni.

La tesi che nessuno vuole sentire

Murray parte da un dato che ribalta il senso comune. "Non credo che i numeri dicano che ci siano più infortuni oggi rispetto a dieci anni fa", ha spiegato. Il volume complessivo, insomma, non è esploso come racconta la percezione.

Quello che è cambiato è la loro natura. "Sembra però che ci siano più infortuni agli arti superiori di prima, e secondo me questo dipende dal cambiamento nella tecnologia delle racchette e nelle corde che i giocatori usano." Non le ginocchia, non la schiena. Braccia, spalle, gomiti, polsi. La parte del corpo che tocca la palla.

È uno spostamento chirurgico del problema. Se il numero totale è stabile ma cresce una categoria precisa, allora la causa non può essere solo il carico di lavoro, che colpirebbe tutto il corpo in modo indistinto. Deve esserci qualcosa che concentra lo stress esattamente lì, sull'arto che impugna l'attrezzo.

Dove finisce la forza

Qui il discorso diventa fisica elementare, e la fisica non ammette narrazioni. Ogni impatto tra palla e corda genera una quantità di energia che deve andare da qualche parte. O la assorbe la racchetta, o la assorbe il braccio.

Per decenni la racchetta ne assorbiva la parte maggiore. Telai pesanti, corde morbide, budello naturale che smorzava le vibrazioni come un ammortizzatore. "Prima i giocatori usavano corde molto più tolleranti e racchette più pesanti, e questo significava che gran parte della forza passava per la racchetta invece che per il braccio", ha ricordato Murray.

Poi è arrivato il poliestere. Dalla fine degli anni Novanta le corde in poly e co-poly hanno conquistato il circuito, e hanno cambiato le proporzioni di quel bilancio. La loro rigidità dinamica arriva a valori vicini ai 300 libbre per pollice, contro i circa 170 di un sintetico e i circa 100 del budello naturale. Tradotto: una corda in poliestere restituisce controllo e rotazione straordinari, ma non ammortizza quasi nulla. Lo shock che una volta si perdeva nel telaio adesso risale il manico e arriva al polso.

Sull'altro versante, i telai. Il passaggio dal legno alla grafite ha reso le racchette molto più leggere, e i giocatori le hanno volute sempre più leggere. Il motivo lo spiega di nuovo Murray, ed è ragionevole: "Il gioco è diventato più veloce, i giocatori sentono di aver bisogno di una racchetta leggera." Quando la palla arriva a quella velocità, la si vuole muovere prima, e una racchetta leggera si muove prima. Ma una racchetta leggera oppone anche meno massa all'urto, e quel che non ferma lei lo ferma il braccio.

Sommate le due cose. Corde che non assorbono più nulla, telai che pesano meno e restituiscono di più al polso. Il risultato è un attrezzo ottimizzato per vincere lo scambio e pessimo per proteggere chi lo usa.

Il caso Draper

Jack Draper è l'illustrazione quasi troppo perfetta di questo discorso. Ha chiuso in anticipo la stagione 2025 dopo lo US Open per una lesione da stress osseo al braccio sinistro, il braccio del dritto e del servizio. Ha saltato gli Australian Open 2026 per la stessa ragione, è rientrato solo a febbraio, e a Wimbledon si è dovuto fermare di nuovo per una recidiva dello stesso guaio.

Una lesione da stress dell'osso non è un incidente. È il corpo che si arrende a un microtrauma ripetuto migliaia di volte, colpo dopo colpo, finché l'osso non regge più. È esattamente il tipo di danno che ci si aspetta da un braccio a cui viene chiesto di assorbire, in ogni singolo impatto, una frazione di forza in più di quanta ne assorbisse una generazione fa. E Draper non parte da zero: nel 2023 aveva già perso sei mesi per la spalla, con più di un intervento. Un arto superiore che cede, poi ricede, poi ricede ancora.

Il colpevole scomodo

Va detto con onestà: il calendario esiste, e il problema è reale. A Wimbledon 2026 si sono contati almeno diciotto ritiri, e lo stesso Draper ha chiesto pubblicamente che qualcosa cambi. Nessuno qui sostiene che giocare undici mesi all'anno faccia bene.

Ma il calendario spiega la stanchezza, non la sua sede. Un corpo sovraccarico può crollare ovunque, mentre qui crolla con precisione statistica sempre nello stesso punto. La compressione delle partite è una causa generale; l'attrezzo è la causa specifica, quella che decide dove andrà a rompersi la corda tesa del carico.

Il motivo per cui il tennis preferisce parlare di calendario è che il calendario è un colpevole esterno. La racchetta no. La racchetta chiama in causa le scelte dei giocatori, gli sponsor tecnici, un'intera industria costruita sul messaggio che più rigidità e più leggerezza equivalgano a più prestazione. Ammettere che l'attrezzo protegge meno significa ammettere che il progresso ha avuto un prezzo, e che quel prezzo lo pagano le braccia di chi vince gli scambi.

Murray non ha proposto una rivoluzione. Ha solo suggerito che, forse, qualche giocatore dovrebbe rivedere il proprio setup. È un consiglio modesto. Ma dietro c'è una domanda che il tennis rimanda da vent'anni: siamo sicuri di aver costruito racchette per giocare meglio, o soltanto per colpire più forte finché il braccio regge?