Per dire che l'odio fa male bisogna prima vincere un WTA 1000

ApprofondimentoAug 235 min
Per dire che l'odio fa male bisogna prima vincere un WTA 1000

Iga Swiatek ha battuto Elena Rybakina 6-2 6-3 in settantacinque minuti e ha usato il microfono della premiazione di Toronto per dedicare il titolo a chiunque stia subendo giudizi ingiusti e odio. In conferenza stampa ha aggiunto una cosa più interessante della dedica: era la prima volta in carriera che si sentiva arrabbiata dopo aver vinto un torneo. L'ordine dei fattori conta. Prima il ventiseiesimo titolo, poi il permesso di parlare.


Nei mesi precedenti di ragioni per essere arrabbiata ne aveva molte di più. Non vinceva dal torneo di Seul nel settembre 2025, era scivolata all'ottavo posto del ranking, aveva chiuso il rapporto con Wim Fissette dopo Miami e ingaggiato Francisco Roig a stagione in corso. In quelle settimane la stampa polacca ha smontato il suo staff pezzo per pezzo, e lei ha risposto in conferenza che i media del suo paese erano stati durissimi con tutta la squadra. Quella frase è passata quasi inosservata. La stessa protesta, pronunciata con una coppa in mano, è diventata una notizia internazionale e ha ricevuto la solidarietà pubblica di Chris Evert. Questo è il meccanismo di cui vale la pena parlare.


Evert ha ragione sulla ferita e sbaglia il colpevole

Il 15 agosto Evert ha rilanciato le parole di Swiatek su X aggiungendo le sue:

«A volte mi chiedo se la gente capisca davvero cosa devono affrontare dietro le quinte i giovani atleti sotto i riflettori. Commenti pieni di odio, commenti vergognosi, commenti che feriscono. Questo è ciò che i social media hanno aperto».


Chiude notando che molti la considerano il prezzo da pagare, e che resta comunque orribile.

Sul dolore ha ragione. Sull'imputato no. Il colpo più duro incassato da Swiatek quest'estate non è arrivato da un account anonimo con quattordici follower. È arrivato da un podcast polacco, Trzeci Serwis, dove una psicologa ospite ha diagnosticato a distanza una giocatrice che non ha mai visitato: ha ipotizzato che fosse solo spaventata e incapace di capire la propria situazione, ha messo in dubbio che amasse ancora il tennis, le ha suggerito di iscriversi all'università. Un professionista con un titolo, un conduttore con un nome, una redazione che ha scelto di pubblicare. Quando la puntata è stata rimossa e il podcast si è scusato ammettendo la propria responsabilità editoriale, ha implicitamente riconosciuto la differenza tra un troll e sé stesso.

Evert ha giocato l'intera carriera prima che esistessero le piattaforme, e il suo riflesso è quello di chi ricorda una stampa più lenta ma sempre firmata. Attribuire tutto ai social è comodo per chiunque scriva o parli di tennis per mestiere: trasforma una scelta editoriale in un fenomeno atmosferico. I commenti degli anonimi sono il rumore di fondo. Il danno strutturale lo fa chi ha un pubblico, e chi ha un pubblico ha anche un nome.

«Il prezzo da pagare» lo incassa qualcun altro

Evert cita l'obiezione e la lascia lì, quindi conviene raccoglierla, perché è l'argomento più solido contro Swiatek. Guadagna milioni, ha scelto una vita pubblica, e il suo 2026 fino a Toronto è stato mediocre per i suoi standard: 23 vittorie e 12 sconfitte all'arrivo in Canada, nessuna finale WTA dal settembre 2025. Scriverlo è il mestiere. Una stampa che non può dire che una ex numero uno ha perso il dritto in risposta e la pazienza sul rovescio non serve a nessuno, e le giocatrici che pretendono solo carezze meritano di essere ignorate.

Ma Swiatek non ha chiesto di essere risparmiata sui risultati. Ha detto di aver lavorato attraverso un rumore inutile, e che è quel rumore a farla arrabbiare. La linea è ben visibile e nessuno la traccia per caso: giudicare il tennis è un conto, diagnosticare la persona è un altro. Quella puntata non analizzava la sua seconda di servizio né la scelta di cambiare allenatore a marzo. Speculava sul suo equilibrio mentale e le proponeva un cambio di vita. Nessun risultato sportivo, nessun montepremi, nessun contratto di sponsorizzazione autorizza quella conversazione.


E poi c'è la formula in sé. «Prezzo da pagare» descrive uno scambio concordato tra due parti. Qui manca il contratto: nessuno ha chiesto agli atleti se accettavano quella voce di costo, e nessuno riesce a spiegare cosa ci compri. L'odio online non migliora il livello del dibattito, non informa i tifosi, non tiene i campioni sulla corda. Chi usa quella formula sta descrivendo il funzionamento attuale del sistema e fingendo che sia il suo prezzo di listino.


Il test non è Toronto

A Toronto Swiatek ha vinto sei partite di fila lasciando per strada due set, battendo Marta Kostyuk, Diana Shnaider, Elina Svitolina e Rybakina, ed è rientrata nelle prime cinque del ranking. «Non ho lasciato che mi definisse», ha detto del giudizio ricevuto nei mesi bui. A Cincinnati, una settimana dopo, si è fermata in semifinale: Jessica Pegula l'ha battuta 7-5 4-6 6-4 in due ore e quarantotto, e le ha tolto il titolo che difendeva.

Il punto è che quella frase è stata ascoltata perché arrivava dopo un WTA 1000. La solidarietà di Evert, i titoli che l'hanno rilanciata, il podcast che si è scusato: tutto poggia sul 6-2 6-3. La prossima giocatrice che perderà al primo turno dello US Open e dirà esattamente le stesse parole verrà letta come una che cerca alibi, e chi la criticava continuerà a farlo con la coscienza pulita. Se qualcosa è cambiato lo vedremo lì, non nella settimana in cui Swiatek ha vinto.