Perché il tennis femminile è dominato dalle ragazze dell’Est?

Aprite la classifica WTA e fate un esperimento semplice. Leggete i cognomi delle prime venti, ad alta voce. Świątek. Sabalenka. Rybakina. Krejčíková. Muchová. C'è un suono che ritorna, una geografia che si ripete. Metà delle prime dieci, quasi la metà delle prime venti, viene da una striscia di mondo che va da Varsavia a Mosca, da Minsk ad Almaty. Non è un caso. È una storia che dura da trent'anni e che nessuno racconta mai fino in fondo.
La domanda che quasi nessuno fa è la più ovvia. Perché proprio loro? Perché quando immaginiamo una campionessa di tennis, la nostra mente costruisce quasi sempre una ragazza dell'Est, con un padre severo sugli spalti e un'infanzia che non somiglia per niente a quella che il tennis si porta dietro come reputazione?
L'eredità di un impero che non esiste più
Bisogna partire da una cosa scomoda. Il tennis femminile contemporaneo è figlio dell'Unione Sovietica, anche se l'Unione Sovietica è morta da più di trent'anni.
Il sistema sovietico aveva un'idea precisa dello sport. Non era svago, non era ceto, non era country club. Era una macchina di Stato che individuava il talento da bambino e lo allevava con il denaro pubblico, dentro centri e scuole costruite per produrre vincitori. Quando l'impero è crollato, quelle strutture e quella cultura del lavoro fisico sono rimaste. È cambiato solo il movente. Dove prima c'era la gloria della nazione, è arrivato qualcosa di più antico e più potente: i soldi, e la possibilità di una vita diversa.
È la combinazione che ha fatto la differenza. Il metodo sovietico più la fame capitalista. Disciplina da regime, motivazione da emigrante. Una ragazza cresciuta in quel mondo imparava a soffrire in palestra perché lo Stato glielo chiedeva, e continuava a soffrire perché aveva capito che la racchetta poteva essere un biglietto di sola andata.
Aryna Sabalenka, alla quale è stato chiesto una volta perché tante delle migliori vengano dall'Est, ha risposto senza filosofare troppo. Siamo cresciute in condizioni dure, siamo gente dura, siamo combattenti. Non è una citazione elegante. Ma dice più cose di mille analisi.
Il rovescio della medaglia borghese
Per capire l'Est bisogna guardare l'Ovest, e ammettere una cosa che agli occidentali piace poco.
In Europa occidentale e negli Stati Uniti il tennis è rimasto a lungo uno sport di estrazione agiata. La tessera del club, le lezioni private, il campo prenotato il sabato mattina. Un passatempo elegante per famiglie che potevano permetterselo. Lo si gioca perché è bello giocarlo, non perché ne dipende il futuro.
A Est è stato l'opposto. Lì il tennis non è stato un lusso da custodire ma una porta da forzare. Una via di mobilità sociale, una scommessa familiare, a volte una disperazione travestita da disciplina sportiva. La differenza non è di talento. È di posta in gioco. Quando perdere significa solo perdere una partita, giochi in un modo. Quando perdere significa tornare a una vita che volevi lasciare, ne giochi un altro.
C'è una distanza enorme tra chi gioca per diventare qualcuno e chi gioca perché è già qualcuno. Quella distanza si vede sul punteggio.
I padri, i sacrifici, le valigie
La leggenda vuole queste ragazze figlie di privilegio. La realtà, quasi sempre, è il contrario.
Prendete Maria Sharapova, il volto che ha innescato tutto. Nata vicino alla Siberia, da una famiglia fuggita dalle conseguenze di Chernobyl. A sei anni una clinica di tennis a Mosca, poi la decisione che cambia una vita: il padre Yuri parte con lei per la Florida, all'accademia di Bollettieri. Arrivano con settecento dollari in tasca e senza una parola di inglese. La madre resta bloccata in Russia per due anni a causa del visto. Yuri fa lavori sottopagati per finanziare le lezioni della figlia. Dieci anni dopo quella ragazzina vince Wimbledon a diciassette anni. Non è una favola di talento. È una favola di rischio.
Elena Rybakina ha raccontato di non aver mai ricevuto sostegno dalla federazione russa, e che i suoi genitori non potevano permettersi i costi di un'aspirante professionista. Ha cambiato bandiera nel 2018, a diciannove anni, e ha iniziato a giocare per il Kazakistan. La sua spiegazione è quasi brutale nella sua semplicità: il Kazakistan ci ha creduto, ha offerto. La Russia no. Una carriera intera decisa da chi era disposto a pagare.
Persino i casi che sembrano diversi raccontano la stessa fame travestita. Iga Świątek è figlia di un ex canottiere olimpico che voleva a tutti i costi fare delle figlie delle atlete, e che scelse per loro uno sport individuale perché lì il controllo sul proprio destino è maggiore. Simona Halep aveva un padre che produceva latticini a Constanța e che sosteneva i figli perché ricordava bene quanto lontano avrebbe potuto arrivare lui nel calcio, se solo qualcuno avesse potuto finanziarlo. Non è privilegio. È un padre che proietta sul figlio il rimpianto di ciò che non ha potuto essere.
La generazione che ha visto Sharapova vincere
C'è un momento esatto in cui questa storia accelera. È lo snodo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando prima Kournikova e poi Sharapova diventano icone globali.
Milioni di bambine, da un capo all'altro dell'ex impero sovietico, vedono due cose insieme. Vedono la gloria e vedono il denaro. Vedono una ragazza nata nel loro stesso mondo grigio sollevare un trofeo a Londra e firmare contratti che nessun ingegnere, nessun medico, nessun operaio di quelle parti vedrà mai in vita sua. Il messaggio è semplice e devastante: si può uscire. Da qui si può uscire, e la racchetta è la porta.
Da quel momento il tennis smette di essere uno sport e diventa un progetto. Le accademie si riempiono. I padri caricano le valigie. E vent'anni dopo, quelle bambine sono le donne che si dividono gli Slam.
Un modello che funziona anche dove l'impero non è arrivato
C'è un'eccezione che in realtà conferma la regola, ed è la Repubblica Ceca. Un Paese di dieci milioni di abitanti che produce campionesse con una continuità che imbarazza nazioni dieci volte più grandi.
Lì non c'è la fame dell'emigrante né il trauma post-sovietico nella stessa forma. C'è qualcos'altro: una fitta rete di club modesti sparsi in ogni cittadina, una marea di tornei giovanili, allenatori spesso reduci dal circuito, e un orgoglio nazionale che si autoalimenta. Muchová l'ha detta con semplicità: il bello, in Repubblica Ceca, è che ci sono tanti tornei in cui le giocatrici possono affrontarsi tra loro. La concorrenza interna come palestra. Non è una generazione d'oro, è un sistema che si ripete da decenni.
Il filo che unisce Praga a Mosca non è la povertà. È l'idea che il tennis sia una cosa seria, da costruire dal basso e da non lasciare al caso. Una cosa per cui valga la pena organizzarsi, sacrificarsi, partire.
Quando guardiamo una finale Slam femminile e troviamo due ragazze dell'Est, tendiamo a leggerla come un dato sportivo. È invece un dato storico, quasi sociologico. Stiamo guardando l'ultimo atto di un impero scomparso, la riconversione di una macchina di Stato in una fabbrica di destini individuali. Quelle ragazze non vincono perché sono nate per vincere. Vincono perché, da qualche parte tra Varsavia e gli Urali, qualcuno ha deciso che valeva la pena rischiare tutto. E il tennis, sport spietato come pochi, premia esattamente chi ha qualcosa da perdere.


