Perché l’erba non ama Zverev

ApprofondimentoJun 305 min
Perché l’erba non ama Zverev

Ci sono giocatori che cambiano superficie come si cambia stanza, e altri che ogni anno, per qualche settimana, devono attraversare una frontiera dove la lingua che parlano non viene compresa. Alexander Zverev appartiene alla seconda categoria. Su cemento ha costruito gran parte della sua carriera, sulla terra ha imparato a soffrire e a vincere, ma c'è una porzione di calendario, breve e verdissima, in cui tutto quello che sa fare smette improvvisamente di funzionare.

Zverev è stato numero due del mondo. Ha giocato finali Slam, ha vinto un oro olimpico, ha battuto chiunque almeno una volta. Eppure a Wimbledon, il torneo che più di ogni altro racconta la storia di questo sport, non è mai andato oltre il quarto turno.

Mai pensare troppo

L'erba è l'unico campo dove il tennis torna a essere una questione di reazione prima che di costruzione. La palla resta bassa, scivola, non aspetta. Il punto si decide in tre colpi, a volte in uno solo. Non c'è tempo per organizzare lo scambio, per spostare l'avversario, per imporre quella geometria paziente che sul lento diventa un'arma.

Ed è qui che Zverev incontra il suo limite più intimo. Il suo gioco è una cattedrale costruita sul tempo: scambi lunghi, traiettorie profonde, un servizio enorme seguito da una pazienza altrettanto grande. Tutto questo presuppone una cosa sola, il tempo per pensare.

Non a caso il suo miglior tennis sull'erba è arrivato da ragazzino, prima che il suo stile diventasse così definito. Nel 2016 e nel 2017 raggiunse due finali a Halle, in casa, sull'erba tedesca. Proprio nel 2016, nel cammino verso quella finale, batté Federer in semifinale su questa superficie. Aveva diciannove, vent'anni, il gioco ancora liquido, non ancora cristallizzato nelle abitudini del fondocampo. Poi è diventato grande, fortissimo, e paradossalmente meno adatto all'erba di quanto fosse da promessa.

Le due finali perse

C'è una verità scomoda nello sport individuale: si può essere enormi e restare incompleti. Il talento non è una valuta che vale ovunque allo stesso cambio. Zverev ne è la dimostrazione più nitida del circuito attuale. Lo stesso giocatore che sulla terra costruisce labirinti, sull'erba sembra perdere le coordinate.

Lui stesso lo ha ammesso, parlando di una specie di allergia all'erba che torna puntuale ogni anno. È una battuta, ma le battute degli atleti raramente sono solo battute.

Ed è proprio questo che rende il suo rapporto con l'erba così interessante. Un campione che, davanti a un certo tipo di campo, si scopre vulnerabile come un esordiente. Due finali a Halle restano la sua massima espressione su questo verde, ma sono finali perse, quella del 2016 contro Florian Mayer e quella del 2017 contro Federer, e nessun titolo è mai arrivato. La superficie lo lascia avvicinarsi, mai concludere.

L'adattamento come forma di intelligenza

Il tennis premia chi sa cambiare pelle. I più grandi della storia recente non sono stati i più forti su una singola superficie, ma i più capaci di tradursi da una all'altra senza perdere se stessi. Adattarsi non è un atto minore, è la forma più alta di intelligenza sportiva. Significa riconoscere che il proprio gioco non è una legge universale, ma un dialetto, e che ogni campo chiede una lingua diversa.

Zverev questa traduzione, sull'erba, non l'ha mai davvero compiuta. Forse perché il suo stile è troppo coerente con se stesso, troppo costruito per concedersi l'improvvisazione che il verde pretende. La sua forza, la struttura, la pazienza, diventa zavorra dove servirebbe leggerezza. C'è qualcosa di quasi commovente in questo: il limite di un grande giocatore non è quasi mai la mancanza di qualità, ma l'eccesso di una qualità sbagliata al momento sbagliato.

E il tempo, in tutto questo, gioca contro. Ogni anno l'erba si presenta uguale e ogni anno chiede un cambiamento che diventa più difficile man mano che le abitudini si sedimentano. Quello che a vent'anni era plasmabile, a quasi trenta è diventato identità. E l'identità, sull'erba, può essere una prigione.

Cosa ci insegna un campione respinto

Forse Zverev troverà ancora la sua settimana giusta sul verde, un sorteggio gentile, una condizione di forma perfetta, un rimbalzo che finalmente lo riconosce. Ma anche se non dovesse arrivare mai, la sua storia con l'erba avrebbe comunque qualcosa da dire.

Ci ricorda che la grandezza non è mai totale, che ogni dominio ha i suoi confini, e che quei confini spesso raccontano più dei trionfi. Sul cemento e sulla terra sappiamo chi è Zverev. È sull'erba, dove fatica, che lo vediamo davvero per quello che è: un uomo straordinario in una cosa, eppure umano in un'altra, costretto ogni estate a fare i conti con una superficie che ammira il suo tennis senza mai amarlo.

L'erba lo respinge perché parla un'altra lingua, e lui, per quanto grande, non ha mai imparato del tutto a risponderle.