Perché questa volta Flavio Cobolli può davvero spingersi oltre

ApprofondimentoMay 119 min
Flavio Cobolli agli Italian Open: perché può arrivare fino in fondo a Roma

C'è una soglia che tutti i tennisti italiani, da decenni, conoscono senza averla mai attraversata davvero. È quella che separa il "fare bene a Roma" dall'"andare lontano a Roma". Sta lì, immobile, come una linea di gesso che il pubblico del Foro Italico vede ma non calpesta mai. Negli ultimi vent'anni l'hanno sfiorata in pochi, l'hanno passata davvero in due (Sinner finalista lo scorso anno, Musetti in semifinale nella stessa edizione), e nessuno, ancora, l'ha trasformata in una vittoria. Adesso, di nuovo, qualcuno ci si avvicina.

Flavio Cobolli arriva al terzo turno degli Internazionali con un tabellone che, se uno lo guarda da lontano, sembra averlo aspettato. L'argentino Tirante al questa sera, poi, eventualmente, Medvedev agli ottavi, in un quarto di tabellone in cui Auger-Aliassime, la testa di serie più alta di quel quarto, è già uscito al secondo turno. È un percorso difficile, certo, ma è un percorso. Per la prima volta in carriera, davanti al pubblico romano, Cobolli ha qualcosa che fino a un anno fa nessuno gli avrebbe attribuito: una possibilità reale.

Una chance non è ancora una conquista

Il tennis italiano, dopo Sinner, ha sviluppato un rapporto strano con la parola "occasione". L'abbiamo sentita pronunciare per Berrettini, per Musetti, per Sonego, ogni volta che una stella di prima fascia usciva dalla loro parte di tabellone. Eppure le occasioni, al Foro, hanno quasi sempre la stessa fine: si perdono in tre set tirati, in un tie-break sbagliato, in un servizio messo in rete sul punto importante. Non per mancanza di talento. Per mancanza di abitudine.

Avere una chance non significa nulla, da solo. La chance è un oggetto inerte. Diventa qualcosa solo nel momento in cui qualcuno la raccoglie. E nel tennis maschile italiano, Roma è il luogo dove le chance sembrano pesare di più di altrove. Forse perché ci si arriva con una settimana di domande in più, di interviste in più, di parenti in più ad aspettare in tribuna. Forse perché ogni singolo punto si gioca davanti a persone che sanno il tuo nome da quando avevi sedici anni.

Cobolli, intanto, ha scelto di dirla diversamente. "Sento meno pressione. Voglio divertirmi." È una frase quasi banale, ma a leggerla bene contiene un'inversione: non è uno che sta provando a ignorare il peso del Foro. È uno che ha deciso, semplicemente, che quel peso non gli interessa più come gli interessava un anno fa.

Il Foro è un'arma a doppio taglio, ed è sempre stato così

Giocare in casa, nel tennis, non è come giocare in casa nel calcio. Non c'è una squadra che ti difende. Non c'è un allenatore che decide al posto tuo. Quando sbagli un dritto importante davanti al tuo pubblico, sei tu da solo a sentirlo. E il pubblico romano, con tutto il suo affetto, non perdona la fragilità: la abbraccia, certo, ma la riconosce subito.

Cobolli lo ha detto, in conferenza, in una forma che vale la pena parafrasare: solo lui e Berrettini, in fondo, possono davvero sapere cosa significhi giocare qui, perché la pressione che senti al Foro non te la mette il pubblico, te la metti tu, in modo quasi inconscio, per il bisogno di dimostrare qualcosa in più ogni volta. È una frase da spogliatoio, non da conferenza stampa. Significa che la pressione del Foro non è quella che il pubblico ti mette addosso. È quella che ti metti tu, sapendo cosa il pubblico aspetta da te.

C'è una differenza enorme fra le due cose. La prima si gestisce con la maturità. La seconda si gestisce solo abbassando l'asticella di quello che pensi di dover dimostrare. È quello che Cobolli, a parole, sta tentando di fare. Vediamo se reggerà anche dal vivo, contro Tirante, e poi eventualmente contro Medvedev, e poi davanti al pubblico del Centrale su un campo che ti chiede di non sbagliare proprio adesso.

La generazione che cresce all'ombra di un numero uno

C'è una statistica che vale la pena fissare: per la prima volta da quando esiste il ranking ATP, introdotto nel 1973, l'Italia ha tre uomini nei primi dodici del mondo. Sinner, Musetti, Cobolli. È un dato senza precedenti: nemmeno la generazione Panatta-Bertolucci-Barazzutti, quella che vinse la Coppa Davis nel 1976, riuscì mai a piazzare contemporaneamente tre nomi così in alto. Il primato che oggi sta nascendo nasce di fatto adesso, dal nulla.

Il numero dodici di Cobolli, raggiunto la settimana scorsa, eguaglia per puro numero quello che fu di Paolo Bertolucci nella primissima classifica computerizzata, quella di agosto 1973. È una coincidenza più aritmetica che storica, ma proprio per questo dice qualcosa: il tennis italiano, tornando ai vertici dopo mezzo secolo, si trova a riempire caselle che mezzo secolo fa erano restate quasi vuote.

Crescere all'ombra di Sinner, però, non è la stessa cosa che crescere all'ombra di Panatta. Panatta era il più forte di un movimento di pari. Sinner è qualcosa di diverso: è un fenomeno che ha alterato la scala. Quando dietro di te c'è un numero uno del mondo che vince Slam in serie, le tue medaglie inevitabilmente si misurano sul suo metro. Una semifinale al Foro, per Cobolli, varrebbe per qualunque altro italiano una stagione intera. Ma su un comunicato stampa la frase "secondo italiano in semifinale dopo Sinner" suonerà sempre con una virgola, mai con un punto.

È una condanna, questa? In parte sì. È anche, però, una protezione. Esistere accanto a un fenomeno significa giocare con meno luce addosso, ma anche con meno aspettativa di vittoria. Cobolli, che è cresciuto a Roma e che ha detto in conferenza che il suo sogno più grande è giocare sul Pietrangeli, sembra abbastanza intelligente per saperlo.

Cosa serve per trasformare un'occasione in una storia

Non serve un colpo geniale. Non serve una serata di grazia. Quello che serve, davvero, in tornei come questo, è un'altra cosa: la capacità di non sparire al momento decisivo. Di essere ancora dentro la partita quando comincia il quarto game del set decisivo. Di non aver consumato il proprio tennis nei primi quaranta minuti.

Cobolli ha mostrato di avere questa cosa. Il titolo di Amburgo lo scorso anno, il quarto di finale a Madrid pochi giorni fa, il bilancio nettamente positivo sulla terra negli ultimi dodici mesi non sono lampi: sono una linea. Si chiama costanza, ed è la qualità più rara nel tennis italiano della generazione precedente, quella che prometteva tantissimo e non sapeva quasi mai presentarsi due settimane di fila.

Ma costanza nei tornei intermedi non equivale automaticamente a peso specifico nei Mille. È una cosa che si scopre solo quando capita. E Roma è esattamente il posto in cui sta per capitare. Non a Sinner, che il peso lo porta da anni e si è abituato. A Cobolli, che lo sta provando per la prima volta col vento che gli soffia in poppa, e non più contro.

L'identità che si costruisce un punto alla volta

Questa generazione del tennis italiano ha un problema interessante: deve ancora capire chi è. Sinner è Sinner. Musetti è il talento estetico, l'erede di una tradizione di rovesci a una mano. Berrettini è il romantico di ritorno, la potenza nostalgica. Cobolli è il più recente: uno che ha cominciato a vincere sul circuito principale solo da un paio d'anni, e che non ha ancora un'etichetta consolidata.

Forse è proprio questo il vantaggio. Cobolli arriva al Foro senza il personaggio che lo precede. Non è "quello che doveva diventare". Non è "quello che ce la fa quando vuole". Non è ancora niente di questo. È un giocatore che sta scoprendo cosa è capace di fare, e lo sta scoprendo in pubblico. Il rischio è sbagliare in diretta. Il vantaggio è che quando vinci, in quella fase, vinci senza dover smentire una versione di te stesso.

C'è una frase che Cobolli ha detto nei giorni scorsi, parlando del Foro: "Qui è come se fosse sempre la prima volta." Il significato era nervoso, voleva dire: ogni anno mi tremano le gambe come se non avessi mai giocato qui. Ma se la si rilegge all'incontrario, contiene una verità più grande. Per chi sta costruendo un'identità, ogni torneo importante è davvero la prima volta. Non c'è ancora una versione di te a cui tornare. C'è solo quella che stai scrivendo, punto dopo punto, dentro un campo che ti guarda con affetto e attesa.

E adesso

Adesso c'è Tirante, di lunedì sera. Poi, eventualmente, Medvedev, che a Roma è la testa di serie più scomoda di quel quarto. E poi una semifinale ipotetica in un quarto in cui la prima testa di serie, Auger-Aliassime, è già fuori al secondo turno: aria rarefatta, opportunità reale, niente fantasmi.

Non sappiamo dove arriverà Cobolli. Sappiamo che la sua chance è vera, non costruita dal racconto. Sappiamo che il pubblico romano lo terrà in piedi finché lui terrà in piedi sé stesso. E sappiamo che la generazione che adesso prova a salire (Sinner finalista qui un anno fa, Musetti in semifinale nella stessa edizione, Cobolli con il suo turno davanti) non sta più aspettando un'occasione, sta provando a renderla normale.

È questo il salto vero. Non una semifinale isolata, da incorniciare. Ma il momento in cui andare lontano al Foro smette di essere un'eccezione e comincia a diventare una regola, una di quelle cose che il tennis italiano si aspetta da sé stesso senza più sorprendersi. Cobolli non ci arriverà da solo, e forse non ci arriverà nemmeno questa settimana. Ma per la prima volta da molto tempo è uno dei nomi che possono provarci, in casa, senza dover chiedere il permesso.

Il resto, come sempre, dipenderà dal giocatore. Da quanto vorrà osservare e da quanto vorrà pretendere. Da quale delle due ambizioni sceglierà di portarsi in campo.