Quelli che si allenano insieme sapendo di doversi distruggere

Giovedì pomeriggio, sul Campo 1 di Wimbledon, Jannik Sinner e Novak Djokovic hanno passato quarantacinque minuti a scambiarsi colpi. Si sono cercati, corretti, studiati. Un'ora dopo, il sorteggio li ha messi nella stessa metà di tabellone, sulla stessa rotta, verso lo stesso punto di non ritorno.
C'è qualcosa che il tennis fa e che pochi altri sport si permettono: costringe due avversari a prepararsi insieme alla propria collisione. Non è cortesia, non è teatro. È il modo in cui questo gioco lavora le persone.
L'allenamento come confessione
Allenarsi con qualcuno significa mostrargli come ti muovi quando non stai vincendo niente. Il rovescio che esce un po' corto, il piede che parte in ritardo dopo lo spostamento, il servizio del secondo che ancora non ti convince. In partita queste cose si nascondono. In allenamento, no.
Sinner e Djokovic hanno scelto di mostrarsele a vicenda. Tre giorni prima che il tabellone potesse spingerli l'uno contro l'altro, hanno deciso che il modo migliore di prepararsi era farlo con la persona più pericolosa a portata di mano.
Non è masochismo. È riconoscimento. Per allenarti davvero ti serve qualcuno che ti faccia male nel modo giusto, che ti obblighi a tirare fuori il colpo che in una sessione comoda non tireresti mai. A quel livello, le persone capaci di farlo si contano sulle dita di una mano. E così succede che il miglior partner di allenamento sia esattamente l'uomo che vorresti evitare in semifinale.
Il rispetto non è tenerezza
Si parla spesso di "rispetto" tra atleti come se fosse una forma di affetto. Non lo è. Il rispetto, quello vero, è più freddo e più duro. È sapere con precisione di cosa è capace l'altro. È non illudersi.
Djokovic conosce Sinner meglio di quanto lo conosca quasi chiunque. Lo ha visto crescere, lo ha battuto, lo ha perso. Quest'anno è riuscito a superarlo in semifinale a Melbourne: non un dettaglio, contro l'uomo che ha vinto qui dodici mesi fa. Sinner, dall'altra parte, ha imparato da nessuno quanto da lui. Quando si guardano attraverso la rete, in allenamento, nessuno dei due vede un amico. Vedono un problema da risolvere. È la forma più alta di considerazione che un tennista possa offrire a un altro.
Per questo la scena di giovedì non era tenera. Era seria. Due uomini che si misurano a bassa intensità sapendo che presto dovranno farlo sul serio, e che quel "sul serio" deciderà qualcosa che pesa per entrambi: per Djokovic un venticinquesimo Slam che il tempo gli sta contando, per Sinner la difesa di un titolo che lo conferma là dove è arrivato.
La collisione è già scritta
Il tabellone, venerdì mattina, ha fatto la sua parte. Stessa metà. Una rotta che, se entrambi reggeranno, li porta a incrociarsi prima della finale. Nessuno dei due, sul Campo 1, poteva ignorarlo. Forse è anche per questo che si sono allenati insieme: meglio guardarsi adesso, da vicino, che immaginarsi dall'altra parte della rete tra dieci giorni senza aver preso le misure.
C'è una linea, nel tennis, che separa l'allenamento dalla partita, e non è fatta di tecnica. È fatta di permesso. In allenamento ti è permesso sbagliare, ridere, ripetere il punto. In partita no. Sinner e Djokovic giovedì stavano dalla parte buona di quella linea. Sapevano entrambi che presto dovranno attraversarla, e che dall'altra parte non ci sarà più niente da condividere.
Il bello, e il crudele, è proprio questo. Per due settimane Wimbledon offre a due uomini la possibilità di aiutarsi a vicenda a diventare la versione migliore di sé stessi. Poi, con la stessa naturalezza, chiede a uno dei due di mandare a casa l'altro.
Quarantacinque minuti di colpi scambiati. Un sorteggio. Una rotta che converge. Non serve aggiungere altro. Chi si allena insieme sapendo di doversi distruggere ha già capito tutto di questo sport.


