Shapovalov: Il traguardo che si allontana

ApprofondimentoAug 66 min
Shapovalov: Il traguardo che si allontana

Un corpo che si protegge è un corpo che si fa male due volte. La caviglia cede, il polpaccio si irrigidisce per difenderla, il quadricipite lavora al posto suo, il ginocchio paga il conto di tutti. Dopo qualche giorno il dolore non abita più dove era cominciato. È diventato un sistema.

Martedì pomeriggio, al primo turno del National Bank Open, Denis Shapovalov ha descritto questa catena con le parole ruvide dello spogliatoio: non riusciva ad arrivare al traguardo, sentiva che altre parti del corpo cominciavano ad andarsene. Aveva vinto il primo set contro Zachary Svajda, aveva perso il secondo, era sotto 3-0 nel terzo. Un'ora e quaranta di partita, un medical timeout, poi la mano alzata. Il torneo di casa finito così, davanti al proprio pubblico. Poche ore dopo, anche Gabriel Diallo si sarebbe ritirato per infortunio.

Un anno che non è mai cominciato davvero

Il bilancio del 2026 di Shapovalov dice tredici vittorie e quindici sconfitte. È un numero che non racconta nulla, perché il problema non è mai stato il tennis.

I guai fisici lo accompagnano da dopo Miami. A giugno, sull'erba del Queen's, si frattura una costola. Il 29 giugno scende comunque in campo al primo turno di Wimbledon contro Pablo Carreño Busta e si ritira. Poi sparisce dal circuito per un mese intero.

Riappare a Los Cabos alla fine di luglio, dove difendeva il titolo. Arriva in finale, e la perde dal francese Arthur Géa per 6-3 6-4. Il ranking lo premia con venticinque posizioni recuperate in una settimana, fino al numero 43. È esattamente lì, mentre le cose tornavano al loro posto, che la caviglia si è gonfiata.

Da Los Cabos a Montreal ci sono un continente e pochi giorni. "In campo mi sono sentito bene, ma fisicamente ho faticato", aveva raccontato prima del torneo. La frase più dura di tutto il suo 2026 è questa, e non contiene nessuna lamentela: descrive un uomo che ha ritrovato il proprio gioco e non ha il mezzo per usarlo.

Il talento non è mai stato la variabile

Shapovalov è arrivato nel tennis con un rovescio a una mano e la fretta di chi non vuole aspettare il proprio turno. Nel settembre 2020, a ventuno anni, era il numero 10 del mondo. Nell'estate del 2021 giocava una semifinale a Wimbledon. Nessuno, in quel momento, avrebbe messo la sua carriera nella colonna delle promesse da verificare.

Poi è arrivato il ginocchio. Il primo dolore a Vienna, nell'ottobre 2022, contro Medvedev. Sei mesi di stop dopo Wimbledon 2023, il rientro ad Auckland a gennaio dell'anno successivo, la lenta risalita. Nel 2025 era tornato al numero 23 quasi in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse davvero, e quello sembrava il capitolo in cui la storia si raddrizzava.

Il problema, allora, non sta nell'infortunio in sé, ma nel suo tempismo: ogni volta arriva nel momento esatto in cui il tennis aveva ricominciato a funzionare. La carriera di Shapovalov è fatta di ripartenze, e ogni ripartenza costa più della precedente: non in dolore, ma in tempo. A ventisette anni un giocatore non ha ancora finito niente, però ha smesso di avere anni da buttare.

Quello che nessuna classifica registra

C'è una frase che Shapovalov ha detto a Montreal e che meriterebbe di essere letta due volte:

“ho giocato Wimbledon con una costola fratturata, ho giocato in Canada con una caviglia gonfia."

La tentazione, davanti a una dichiarazione così, è l'ammirazione. Che uomo, che carattere. Ma giocare da infortunato non è solo eroismo. Ci sono punti da difendere, un pubblico di casa che compra i biglietti col tuo nome sopra, sponsor che misurano le presenze, una classifica che non distingue tra chi si ferma per prudenza e chi non si è mai fermato. Il circuito registra i risultati con precisione notarile e non ha nessuna casella per il prezzo pagato. Quella contabilità la tiene solo il corpo, e la presenta tutta insieme.

La caviglia di Los Cabos non ha fatto male solo alla caviglia. Ha irrigidito il flessore, ha affaticato il quadricipite, ha caricato il ginocchio. Tre giorni di compensazione hanno prodotto più danni di una distorsione.

Per questo la cosa più significativa che Shapovalov ha detto martedì non riguarda l'infortunio: la chiave, ha spiegato, è prendersi un po' più di tempo ed essere sano. Detta da un ventisettenne al numero 43 del mondo, senza titoli nel 2026 e con Cincinnati in dubbio, è una frase che costa. Prendersi tempo significa scendere ancora. Significa guardare gli altri accumulare punti mentre tu accumuli guarigione.

Il talento interrotto non è quello che sparisce. È quello che resta lì, intatto, perfettamente funzionante, e semplicemente non trova più un corpo disposto a portarlo in fondo a un torneo. Shapovalov gioca bene. Lo dice la finale di Los Cabos, lo dice il primo set vinto contro Svajda. Il tennis c'è.

Il traguardo di cui parlava sta molto oltre la fine di una partita: è il posto dove un atleta pensa di poter finalmente sistemare le cose, e che si sposta ogni volta che ci si avvicina. Il tennis lo chiama sfortuna. È solo il conto, e arriva a tutti.