Una cattedrale è solo un campo: la generazione che non ha più paura

ApprofondimentoJun 35 min
Una cattedrale è solo un campo: la generazione che non ha più paura

C'è una frase, detta da un diciannovenne in conferenza stampa, che dice più di qualsiasi statistica su dove sta andando questo sport. Gli avevano chiesto cosa avesse provato a giocare per la prima volta sul Philippe-Chatrier, il campo dove Nadal ha costruito un mito, dove la terra rossa diventa storia. Rafael Jodar ha risposto che non lo aveva impressionato per niente. Era solo un campo in più.

Non è arroganza. È qualcosa di più interessante. È un modo nuovo di stare al mondo.

Il quarto di finale come misurazione, non come sogno

Jodar ha perso il suo primo quarto di finale Slam contro Alexander Zverev. Sette-sei, sei-uno, sei-tre. Un punteggio che racconta la differenza tra chi ai quarti ci arriva da anni e chi ci è capitato per la prima volta. Eppure, ascoltando il ragazzo dopo la partita, non si trova traccia di quella parola che ci si aspetterebbe da un debuttante uscito di scena: rimpianto.

"Sono contento del torneo, della mia partecipazione a Parigi", ha detto. E poi, parlando di Zverev: "Devo lavorare duro", "migliorare molte cose". Ma anche, senza esitazione: "Posso competere contro chiunque".

Si potrebbe leggere come la solita retorica del giovane che minimizza la sconfitta. Sarebbe un errore. Quello che Jodar ha fatto in conferenza stampa è stato trattare la partita più importante della sua vita come un dato. Non un trauma da elaborare, non un sogno realizzato a metà. Un test. Ha messo se stesso accanto al numero due del mondo, ha guardato la distanza, e l'ha registrata come un'informazione su cui lavorare.

È un atteggiamento che dieci anni fa non esisteva. I ragazzi che arrivavano per la prima volta sui grandi campi ci arrivavano intimiditi, consapevoli di essere ospiti. Jodar ci è entrato come se fosse il suo ufficio.

La fine della soggezione

Per capire quanto sia anomalo tutto questo, basta guardare i numeri della sua stagione, che sono già di per sé un piccolo miracolo. Jodar ha cominciato il 2026 da numero 168 del mondo. A marzo era nei primi cento. Poi nei primi cinquanta, poi nei primi trenta. Il 18 maggio ha toccato il suo best ranking, numero 29, dopo il primo titolo ATP a Marrakech e due quarti di finale consecutivi nei Masters 1000 di Madrid e Roma. A Roma è diventato il primo teenager a spingersi così avanti dai tempi di un certo Djokovic nel 2007.

Tutto questo in pochi mesi. E la cosa più sorprendente non è la velocità della scalata. È che lui sembra trovarla normale.

Qui sta il punto vero. La caratteristica che definisce la generazione di Sinner e Alcaraz, e quella che adesso li insegue, non è il talento. Di talento il tennis ne ha sempre avuto. È l'assenza di soggezione. Sinner non ha mai trattato Djokovic come un monumento. Alcaraz è entrato in finale Slam ridendo. E ora Jodar guarda il Chatrier e vede del cemento e della terra, non un santuario.

Per decenni il tennis ha funzionato anche grazie alla paura. Il giovane che incontrava il campione affermato giocava contro la reputazione prima ancora che contro l'uomo. La leggenda era un avversario in più, invisibile e spesso decisivo. Quella leggenda, per questi ragazzi, semplicemente non c'è. Sono cresciuti guardando highlights su uno schermo, non in tribuna con il fiato sospeso. Per loro Nadal non è un dio della terra rossa. È un giocatore molto forte di cui hanno studiato i video.

Lavoro, non culto

C'è chi vede in questo qualcosa di perduto. Il romanticismo, la sacralità, il brivido di chi sa di essere piccolo davanti a qualcosa di più grande. Forse è vero. Ma c'è anche un guadagno, e va riconosciuto.

Trattare le cattedrali dello sport come luoghi di lavoro, e non come altari, è ciò che permette a un diciannovenne di giocarci dentro senza tremare. La soggezione paralizza. La freddezza libera. Jodar dice che il Chatrier non lo ha impressionato non perché non ne capisca la grandezza, ma perché ha imparato, prestissimo, che impressionarsi è un lusso che chi vuole vincere non si può permettere.

Lo chiamano "il nuovo Nadal" — alto un metro e novantuno, rovescio a due mani, allenato dal padre, applaudito dal pubblico spagnolo come l'erede. Ma il paragone, in fondo, rischia di mancare il punto. Nadal venerava i campi su cui giocava. Ne parlava con devozione, li trattava come templi. Jodar appartiene a un'altra specie. Non venera niente. E proprio per questo, forse, va più veloce.

Ha perso, a Parigi. Ha trovato un avversario più forte, più esperto, più completo. Tornerà a casa a lavorare sulle "molte cose" da migliorare. Ma se ne va dal suo primo grande appuntamento avendo già imparato la lezione più difficile, quella che a tanti costa anni di carriera: che il campo più storico del mondo, quando ci sei sopra, è lungo ventitré metri e settantasette e largo otto e ventitré come tutti gli altri.

Solo un campo in più. È spaventoso pensare a cosa farà questa generazione quando i campi cominceranno davvero a contare qualcosa per loro.

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