VERONICA #53: I tennisti non sono animali allo zoo

Ciao e benvenuti su Veronica, la newsletter editoriale di Ace Cream!
Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
Immaginate la scena.
Melbourne, gennaio 2026. Un corridoio di cemento sotto la Rod Laver Arena, luce al neon, silenzio. Coco Gauff è appena uscita dal campo dopo aver perso 6-1 6-2 contro Elina Svitolina ai quarti dell’Australian Open. 59 minuti di umiliazione tennistica.
Cerca un angolo. Un buco. Un posto qualsiasi dove poter essere, per due minuti, una ragazza di 22 anni e non un brand globale da milioni di follower.
Pensa di averlo trovato. E lì, in quel cunicolo da garage dimenticato da Dio, prende la racchetta e la spacca in sette colpi violentissimi contro la rampa.
Gesto viscerale, umano al 100%. Una valvola di sfogo, anche per non riversare la rabbia sul team o davanti al microfono in conferenza.
Solo che la telecamera c’era. Una telecamera di sorveglianza piazzata proprio lì, in quell’angolo “remoto” che remoto non era.
E in tre secondi netti, la crisi di nervi di Coco Gauff diventa il meme della settimana su ESPN, TikTok e tutti i salotti tennistici del pianeta.
Fast forward. Sabato sera, Roma, Foro Italico.
Quattro mesi dopo Melbourne, Gauff e Svitolina si rivedono in campo. Stavolta è la finale degli Internazionali d’Italia. Tre ore di battaglia sulla terra battuta, in una fredda notte romana, con una rimonta sfiorata.
6-4 6-7 6-2 per l’ucraina, il suo terzo titolo a Roma.
Ma il dettaglio che ci interessa è un altro: Coco ha avuto 17 palle break. Ne ha convertite 3. Numeri da mangiarsi le mani.
In conferenza stampa, niente alibi tecnici: “Sono stata troppo passiva nei momenti chiave. Era una questione di nervi.”
Nervi. Eh, c’è da capirla.
Perché quando ti hanno trasformata nella protagonista involontaria di The Truman Show, dove ogni smorfia, ogni asciugamano lanciato male, ogni secondo di smarrimento può finire virale prima che tu sia tornata sulla panchina, beh, i "nervi" non li perdi solo in finale. Li perdi un pezzo alla volta, da gennaio in poi.
E qui scoperchiamo il vaso di Pandora, perché Coco non è sola.
Negli ultimi mesi praticamente tutti i big del circuito hanno alzato la voce.
Iga Swiatek, l’eterna diplomatica, è andata giù pesantissima:
“La domanda è, siamo tennisti o siamo animali nello zoo, osservati anche quando andiamo in bagno?”
Iperbole, certo. Ma il fatto che la dica lei vuol dire che il limite l’abbiamo superato di un bel po’.
Djokovic ha chiesto a gran voce spazi dove potersi “nascondere e sfogare la frustrazione” senza finire sui Per Te altrui. Jessica Pegula ha parlato apertamente di “atmosfera da reality show” insostenibile, ricordando che il tema era già stato sollevato anni prima da Madison Keys nel consiglio WTA: “Dobbiamo fermare queste telecamere, è folle“.
Indovinate: non è successo niente.
Alexander Zverev è stato addirittura costretto a cambiare il pin del suo cellulare perché era stato spoilerato dalle telecamere in diretta a Montecarlo.
E poi c’è il precedente che vale doppio: nel 2023, Aryna Sabalenka spaccò la racchetta nel backstage degli US Open dopo aver perso la finale (proprio contro Gauff). Si ritrovò mandata in onda dalle telecamere di Netflix per la docuserie Break Point.
Netflix. Una docuserie. Il backstage di un’umiliazione professionale trasformato in cliffhanger episodico tra uno spot del Mulino Bianco e l’altro.
Il dolore umano confezionato come content. 24/7.
Per fortuna, qualcosa qua e là ha iniziato a muoversi.
Tipo a febbraio, all’ATX Open di Austin (WTA 250 americano), dove dopo il caso Gauff hanno fatto le cose alla goliarda: hanno creato la prima “Rage Room” ufficiale del circuito. Praticamente quel banco al luna park dove tiri le palline per rompere i piatti, ma in versione tennista incazzata: una stanza blindata, senza telecamere, dove spaccare oggetti in pace. L’hanno pubblicizzata con una racchetta rotta in vetrina e cartelli che dicono “non sorridere” e “conta fino a tre”. Iniziativa simpatica, fatta apposta per fare rumore.
Pure ai Dubai Tennis Championships (il WTA 1000 mediorientale), hanno provato qualcosa di simile: un furgone “Smash Room” aperto sia ai tifosi che ai giocatori, dove distruggere vecchi DVD a martellate. Più che terapia, intrattenimento.
Idee carine, certo. Ma anche un po’ tristi se ci pensate:
dobbiamo davvero costruire una stanza apposita per permettere a un essere umano di arrabbiarsi in privato?
Il segnale che conta davvero, però, è arrivato da Parigi.
Amélie Mauresmo, direttrice del Roland Garros, ha messo nero su bianco una cosa che nel tennis non si sentiva da anni:
a) nessuna telecamera nuova verrà aggiunta nel backstage del torneo (al contrario di quello che ha fatto Melbourne);
b) le aree riservate ai giocatori restano completamente camera-free.
“Vogliamo davvero mantenere il rispetto per la privacy dei giocatori. È una cosa che non cambieremo quest’anno.”
Tradotto: il panopticon mediatico visto a Melbourne, sulla terra rossa francese quest’anno non passa.
E non si sono fermati lì. In partnership con il brand di lusso ALL Accor, hanno completamente ripensato la Quiet Room e la Beauty Room sotto il Court Philippe-Chatrier (il campo centrale). Luci soffuse, insonorizzazione totale, cuffie collegate ad app di meditazione. Un’oasi vera.
Un santuario dove crollare senza che il crollo diventi un reel.
Vi diciamo la verità? Suona un filino ipocrita sentire i Major parlare di “rispetto per gli atleti” mentre, in parallelo, riducono la quota dei ricavi destinata ai giocatori (vi rimandiamo a Veronica Numero 3 sul tema boicottaggio). Però va detto: almeno sulla privacy, una bandiera Parigi l’ha piantata.
Per contrasto, sapete cosa ha risposto Wimbledon allo stesso appello dei giocatori? “No, le telecamere restano dove sono. Al massimo facciamo un controllo interno prima della messa in onda.”
Controllo interno, sì certo… aspettiamo solo il primo leak.

Tornando a Coco: tra una settimana sarà a Parigi a difendere il suo titolo. Si porterà dietro Melbourne, si porterà dietro Roma, si porterà dietro il peso di sapere che tutto il pianeta sta aspettando la sua prossima racchetta spaccata.
Almeno questa volta, però, se le “scivola” una racchetta contro il pavimento, potrà farlo lontano dalle telecamere.
È poco. Ma è la prima volta da anni che lo Slam mette davanti l’essere umano al frame perfetto. Al voler fare content sempre, ovunque, con tutto.
E forse non è un caso che proprio quest’anno i giocatori abbiano iniziato finalmente a contare qualcosa. Lettere ai Major, minacce di boicottaggio, PTPA che si muove. Quando smetti di accettare tutto in silenzio, qualche muro inizia a cadere.
Però una domanda ci resta in testa, e ve la lanciamo:
Lo “show backstage” è davvero parte integrante dello spettacolo del tennis moderno, o è solo una distorsione che ci siamo abituati a chiamare “intrattenimento”?
Voi che ne pensate?


