VERONICA #55: Il sogno è una semifinale tutta italiana 🇮🇹

Jun 3Lorenzo Zantedeschi5 min
VERONICA #55: Il sogno è una semifinale tutta italiana 🇮🇹
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Ciao e benvenuti su Veronica, la newsletter editoriale di Ace Cream!

Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

Stasera, alle 20:15, sotto le luci tarde del Philippe-Chatrier, succederà qualcosa che noi appassionati italiani aspettavamo da una vita.

Due Matteo. Un campo. Un quarto di finale Slam. Tutto azzurro.

Berrettini contro Arnaldi.

E quale momento migliore per toccare la corda emotiva che ci fa amare questo sport?

Questa non è una partita di tennis. È l’incrocio tra due rinascite che hanno scelto, miracolosamente, la stessa stagione, lo stesso tabellone, la stessa terra rossa di Parigi per riaccendersi.

Partiamo da The Hammer.

Berrettini si è presentato al Roland Garros 2026 con il ranking più basso fra i sedici della seconda settimana: numero 105 ATP. Roba che, a inizio anni ‘20 (no, non parliamo di quel ventennio, ma di questo in corso), sarebbe sembrata impossibile.

Cinque anni fa era il primo italiano della storia in finale a Wimbledon. Quattro anni fa era numero 6 del mondo. Poi è successo l’inevitabile: il corpo che si rompe un pezzo alla volta. Addominali, piede, mano. Come un Lego che si smonta da solo.

Quattro anni senza più giocare il Roland Garros. Tre anni senza più passare un secondo turno Slam.

E sappiamo bene cosa succede, no? C’è un momento, in queste carriere, in cui smetti di essere una promessa e diventi un rimpianto. Matteo lo ha sfiorato.

Le voci sul ritiro avevano iniziato a circolare. Immaginiamo anche nella sua testa.

Poi è arrivato il team. Quello vero. Quello che oggi siede in prima fila nel suo box.

A marzo, prima di Indian Wells, è entrato in scena lo svedese Thomas Enqvist, ex numero 4 del mondo, vice di Bjorn Borg in Laver Cup. Quel tipo di coach che non ti insegna a giocare a tennis. Quello no, l’hai sempre saputo. Ti insegna a credere di saperlo fare.

Accanto a lui c’è Alessandro Bega, suo allenatore dal 2024 e una delle pochissime persone che - parole di Matteo stesso - “sa come prendermi nei momenti in cui non voglio essere preso”.

“Mi ricordo che, quando stavo un pochino giù di morale, mi ha mandato una foto di due bambini che giocavano in una piazza con le racchette e mi ha detto ‘se ci sono due bambini che giocano a tennis e non solo a calcio magari è anche un po’ merito tuo’.
Questo tipo di cose secondo me sono più importanti del sapere allenare.”

Bega, Enqvist, e il fratello Jacopo: il triangolo che lo ha tenuto in piedi.

“L’energia che creano mi aiuta tantissimo”, ha detto Matteo dopo la vittoria contro Cerundolo. “Grazie a quelle persone lì non ho mollato.” E ha indicato il box.

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Dall’altra parte della rete, stasera, c’è l’altro Matteo. Matteo Arnaldi, classe 2001, sanremese.

Anche lui rinato. E neanche da molto tempo.

Nel 2024 era arrivato al numero 30 ATP e aveva infilato due quarti turno Slam, uno proprio qui a Parigi (perso da Tsitsipas). Sembrava lanciatissimo.

Poi nel 2025 la mazzata: frattura del sesamoide mediale al piede destro. Una di quelle parole tecniche che diventano la prima cosa che cerchi su Google per capire se è grave. Un mese e mezzo a riposo. Camminare era una fatica.

Inizio 2026 da incubo: due vittorie in quattro mesi pieni, fuori dalla top 100, fermato al primo turno delle qualificazioni di Madrid. È arrivato a Parigi numero 104, esattamente uno in più di Berrettini.

Sotto le macerie, però, qualcuno si è presentato con la pala e ha iniziato a scavare: il nuovo coach Fabio Colangelo, dentro al team proprio da Madrid.

E poi è successo Cagliari.

Challenger 175 Sardegna Open, primi di maggio. Arnaldi, fa una settimana fuori scala, in un torneo che poteva tranquillamente essere considerato un ATP 250 a guardare il tabellone, in finale piega Hurkacz 6-4 6-4. Primo titolo dopo tre anni. Da Heilbronn 2023.

Quando ha alzato la coppa, ha detto:

“Tocchiamo ferro, il piede da due giorni non mi fa più male.”

Una di quelle frasi che sul momento passano in cavalleria, e che a rivederle un mese dopo sembrano profetiche.

Perché un mese dopo, Matteo è qui. Ai quarti di uno Slam. Reduce dalla rimonta più assurda del torneo: sotto 2 set a 1 e 4-1 nel quarto set contro Tiafoe, poi addirittura a due punti dalla sconfitta, è riuscito a recuperare due break, vincere il tie-break 7-3 e chiudere il quinto 6-4. Cinque ore e ventisei minuti dopo il primo servizio.

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Ecco, insomma, questo è il cuore della faccenda.

Noi li amiamo proprio per questo. Oltre ad averci regalato pomeriggi azzurri pazzeschi, vivono di alti e bassi.

Il tennis “ottimizzato” - di quelli che entrano in top 10 a vent’anni e ci restano per sempre senza vacillare mai - è bellissimo da guardare, ma è un cronometro svizzero. Preciso, perfetto. Però freddo. Non ti fa emozionare, non ti fa piangere.

I ‘Berrettini’, gli ‘Arnaldi’, i ‘Wawrinka’ del nostro numero scorso - quelli sono altra roba. Sono giocatori veri, umani, che cadono. Hanno il borsone con dentro più radiografie che racchette.

Sono quelli che hanno scoperto - sulla loro pelle - che il fondo, quando lo tocchi davvero, è solido. Ci puoi rimbalzare sopra. Da lì puoi ripartire.

Sono i protagonisti di Rocky. Quelli che si rialzano una volta in più di quanto cadono.

E sapete cos’è la parte più assurda? Stasera entreranno in campo come i due giocatori che meno hanno da perdere del tabellone. Niente punti da difendere. Niente ranking da proteggere. Niente di niente, perché hanno già perso tutto una volta e sono sopravvissuti.

Quando vai in campo così, leggero come uno che ha già toccato il fondo, una palla break la giochi diversa. Una seconda di servizio nei momenti caldi la tiri con un’altra mano.

E stasera è scontro tra opposti tecnici.

Berrettini gioca per accorciare lo scambio: prima palla pesante, servizio+1 di dritto, chiusura in tre colpi. Tennis costoso in energia, economico in tempo.

Arnaldi è l’inverso. Vive sugli scambi lunghi, ti sposta e ti costringe a tirare quel colpo in più che non hai. Solo che ha 17 ore e 42 minuti già spesi in campo - quasi due ore in più di qualunque altro giocatore che ha raggiunto i quarti negli ultimi 35 anni.

Se vuole girarla, deve farlo presto. Allungare gli scambi nei primi due set, prima che le gambe paghino le 17 ore. Da lì in poi è il servizio che comanda. E il servizio è di Berrettini.

Ma adesso ci sbilanciamo.

Il vero sogno nostro, raga, non è solo che vinca uno dei due Matteo stasera. È che vinca anche Cobolli nell’altro quarto, contro Auger-Aliassime (che, va detto, ha già perso due volte su due contro Flavio).

Perché allora venerdì, sullo Chatrier, andrebbe in scena Matteo contro Cobolli. E noi dobbiamo ammetterlo, un po’ speriamo sia Berrettini. Due romani. Due amici. Due ragazzini cresciuti insieme.

Letteralmente.

Lemon Bowl 2011, quel video l’avrete già visto tutti…

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“È un tuo allievo?”

“Magari.”

Quindici anni dopo sono compagni in Coppa Davis, vinta insieme tre volte di fila. E adesso, sulla terra rossa di Parigi, quel “magari” è diventato una probabilità reale: una semifinale Slam, uno contro l’altro, per la finale del Roland Garros. Lo stesso Slam che a un italiano manca dal 1976 di Panatta.

E vi diciamo la verità: il film del passaggio del testimone tra Panatta e un altro italiano lo avevamo già scritto in testa. Solo che il titolo, fino alla settimana scorsa, era un altro.

Venti giorni fa, al Foro Italico, abbiamo vissuto una scena che non dimenticheremo. Sinner alza la coppa degli Internazionali. Panatta sul palco, accanto a Mattarella. Abbraccio commosso. E quella frase di Jannik: “Adriano, dopo cinquant’anni abbiamo riportato il torneo a casa.”

Tutti ci eravamo già immaginati il sequel a Parigi. Stesso anniversario - cinquant’anni esatti dal Roland Garros 1976 di Panatta. Sinner che chiudeva il doppio anniversario. Doppio film, doppio passaggio del testimone. Ne eravamo sicuri.

Poi è arrivato Cerundolo. Secondo turno. Sinner fuori.

La pellicola del film si è strappata sul più bello.

Ma forse - forse - raccogliendo i pezzi si può ancora sperare in un finale simile.

Magari domenica, sullo Chatrier, accanto a Panatta non vedremo Jannik con la coppa in mano. Magari vedremo The Hammer, dopo cinque anni di inferno fisico. Magari vedremo Flavio, ventiquattro anni e ancora quella faccia da bambino del Lemon Bowl. Magari vedremo persino Arnaldi, che fino al mese scorso si chiedeva se il piede gli avrebbe fatto ancora male a camminare.

Sarebbe una di quelle storie che, se ve le raccontasse uno sceneggiatore, gli rispondereste: “Seh, vabbè magari”. E invece potrebbe succedere sul serio.

Voi da che parte state? Stasera siete team Berrettini o team Arnaldi? E soprattutto: ci credete anche voi a un italiano accanto a Panatta domenica?

Noi intanto, quel video del 2011, ce lo guardiamo un’ultima volta e continuiamo a sognare ad occhi aperti 🥹

Lorenzo