VERONICA #56: Zverev, il giocatore più scarso ad aver vinto uno Slam?

Jun 10Lorenzo Zantedeschi5 min
VERONICA #56: Zverev, il giocatore più scarso ad aver vinto uno Slam?
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Ciao e benvenuti su Veronica, la newsletter editoriale di Ace Cream!

Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

Per anni la frase era una sola. E sapeva di acido.

“Alexander Zverev? Il peggior numero 2 della storia del tennis.”

Suonava più o meno così, sotto ogni post e in ogni discussione da bar. Perché Sascha era diventato l’eccezione che dava fastidio: uno dei pochissimi - se non l’unico - ad aver stazionato per anni da numero 2 del mondo senza aver mai alzato uno Slam.

Due ATP Finals, una carrellata di Masters 1000, centinaia di settimane nei piani altissimi della classifica. E poi quel buco nero al centro della bacheca, nella sua stanza dei trofei, là dove sarebbe dovuto esserci il trofeo che conta.

Noi, a dirla tutta, la leggevamo al contrario. Più che il peggior numero 2, era il più forte di tutti quelli rimasti a secco. “Il migliore a non aver mai vinto uno Slam”. Difficile da spiegare, perché è più semplice denigrare che stimare. Che sia chiaro: Zverev lo stimiamo per quello che fa in campo, come tanti altri tennisti e sportivi in generale. È sempre rischioso credere che siccome uno sia bravo in uno sport allora sia un sapientone anche in altri ambiti - più volte gli sportivi si sono dimostrati piccoli, lato umano. Ma vallo a spiegare a chi crede che Nadal, dati i suoi 14 Roland Garros, sia automaticamente un pozzo di scienza.

Tornando a Zverev. È arrivato il 7 giugno 2026.

Philippe-Chatrier, quarta finale Slam in carriera. Di fronte il nostro Flavio Cobolli, alla sua prima apparizione in un palcoscenico di questo tipo. Quattro ore e venti di battaglia, 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1.

E sul match point, Sascha che crolla a faccia in giù sulla terra rossa.

Poi si rialza, vola sugli spalti e abbraccia il padre, la nonna, il fratello. La madre, troppo tesa, non se l’era nemmeno sentita di entrare allo stadio.

Primo Slam. Finalmente.

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E indovinate la prima reazione del web? La provocazione si è semplicemente ribaltata: “Vabbè, ma allora è il peggior giocatore ad aver mai vinto uno Slam.”

Eh, calma. “Tatte bbboni”, come direbbe Costanzo.

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Perché tutte e due le versioni - quella di prima e quella di adesso - sono sbagliate. E per lo stesso, identico motivo: trattano lo Slam come un interruttore. On/off. Campione o brocco. Come se una decina di anni passati nei piani alti del circuito potessero accendersi o spegnersi in un pomeriggio.

Non funziona così. Non ha mai funzionato così.

Pensate a Leonardo DiCaprio. Per vent’anni è stato IL meme: l’attore più forte di Hollywood che non vinceva mai l’Oscar. Poi nel 2016, con The Revenant, l’ha preso. Domandona: DiCaprio è diventato bravo quel giorno lì? O era già un mostro in Titanic, in The Wolf of Wall Street, in Inception?

Esatto. La statuetta non ti rende grande. Certifica una grandezza che era già lì da un pezzo.

E nel tennis questa storia l’abbiamo già vista, fotocopiata. Si chiama Andy Murray.

Quattro finali Slam perse, schiacciato da tre divinità, marchiato come “quello che non ce la fa”. Poi US Open 2012, Wimbledon, oro olimpico, numero 1 del mondo. Oggi nessuno oserebbe chiamarlo scarso. Eppure tra l’ultima finale persa e la prima vinta, Murray era praticamente lo stesso giocatore.

Era cambiato solo il timbro.

Ma il punto che ci scalda davvero è un altro: Zverev se lo meritava. E da una vita.

Sascha è uno della generazione che chiamavamo “Next Gen” e che oggi è stata ribattezzata “Sandwich Generation”: schiacciati sopra dai Big 3, schiacciati sotto da Sincaraz. Lui, Tsitsipas, Medvedev, Rublev. Arrivati nel momento sbagliato, contro gli avversari sbagliati, a bussare a una porta che non si apriva mai.

E guardate dove sono finiti gli altri.

Tsitsipas è sprofondato fuori dalla top 50, lontano anni luce dal ragazzo che giocava le finali. Medvedev il suo colpo grosso lo ha messo a segno con lo US Open 2021, negando il Grande Slam a Djokovic, ma da allora la continuità per ripetersi se l’è mangiata il tempo.

Zverev no. Zverev ha continuato a presentarsi. Ostinato, testardo, puntuale. Semifinale dopo semifinale, finale dopo finale, stagione dopo stagione.

Perché questa è la parte che fa la differenza: il leone tedesco non ha mai mollato. Mai.

Lo davano per predestinato fin dai tempi dei tornei junior. Vent’anni passati a sentirsi ripetere “sei tu il prossimo”, e vent’anni a rincorrere quella profezia senza riuscire a chiuderla.

E le mazzate, quelle vere, le ha prese tutte.

US Open 2020: avanti due set e un break contro Thiem, a due punti dal titolo. Sgretolato dai suoi stessi doppi falli mentre serviva per lo Slam. Roland Garros 2024: avanti due set a uno contro Alcaraz, e via anche quella. Australian Open 2025: travolto da Sinner senza nemmeno lottare.

Tre coltellate, tre modi diversi di morire in campo.

E qui sta il bello: quel servizio che nel 2020 era una condanna, oggi è un’arma. Anche in finale è stato sopra al 75% di prime in campo. Se lo è ricostruito pezzo per pezzo, fino a farne un colpo a cui non deve nemmeno più pensare, o quasi. Questo è uno che non si è seduto a piangersi addosso. Ha lavorato.

E lo ha fatto convivendo con una cosa che in pochi sanno: il diabete di tipo 1, diagnosticato a tre anni. Gioca con un sensore della glicemia attaccato addosso e si è pure battuto per ottenere il diritto di iniettarsi l’insulina in campo, in mezzo alle partite. Prima andava in spogliatoio, poi ha rotto il tabù. Solo applausi, per questo sportivo.

Ma la sua ferita più grande porta una data e un luogo precisi.

Venerdì 3 giugno 2022, sempre qui, sempre sul Philippe-Chatrier. Semifinale contro Nadal, Sascha gioca alla pari col Re. Poi un appoggio storto, la caviglia che esplode, le urla che gelano lo stadio. Esce dal campo in sedia a rotelle. Legamenti a pezzi, ossa fratturate, mesi di stop e la paura - vera - di non tornare mai più quello di prima.

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Quattro anni dopo, nello stesso identico angolo di campo dove lo avevano caricato su una sedia a rotelle tra le lacrime di dolore, è caduto a terra di nuovo.

Stavolta per la gioia.

Lo ha detto lui stesso, alla premiazione, indicando quel punto preciso: lì ho vissuto il momento più brutto della mia vita, e adesso finalmente è un lieto fine.

Eeeh, gli dei del tennis: quando scrivono il copione, scrivono solo blockbusters.

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E poi c’è lui. L’uomo che questo lieto fine lo aspettava forse più di Sascha stesso.

Alexander Zverev Sr., il padre. Suo unico, vero allenatore da quando è nato. Ventinove anni sulla stessa barca, padre e figlio, senza mai cambiare timone.

Per una vita papà Zverev si è sentito addosso lo stesso macigno del figlio: l’allenatore del predestinato che non sbocciava mai. Quante critiche, quanti “con tutto quel talento, possibile che non lo porti a vincere uno Slam?”. Domenica quel peso se l’è tolto di dosso e ha potuto stringere un figlio campione. E quello, più di ogni trofeo, vale tutta la fatica.

E allora, eccoci alla domanda da un milione.

Ora che ha buttato giù il muro e si è tolto il macigno dalla testa, Zverev può diventare un collezionista di Slam? O resterà comunque, nei discorsi da bar, “quello che ne ha vinto solo uno, contro un esordiente e in un tabellone falcidiato dai forfait”?