Zverev e l'abbraccio con il padre: una vittoria lunga ventinove anni

Quando ha vinto il punto che lo ha reso campione di uno Slam, Alexander Zverev non ha guardato il cielo. Non si è buttato a terra. Ha cercato un punto preciso sulle tribune del Philippe-Chatrier, ha scavalcato la barriera e si è arrampicato verso un uomo anziano con lo stesso cognome e la stessa fronte alta. Lì è finita una partita. Ma ne è finita anche un'altra, cominciata molto prima, in un'altra lingua, in un altro Paese.
Quell'uomo si chiama Alexander Zverev anche lui. Lo chiamano Sascha padre, per distinguerlo dal figlio. È stato il suo unico vero allenatore da quando il bambino aveva cinque anni. E per ventinove anni ha aspettato di vedere se il progetto di una vita avrebbe avuto un finale.
Un cognome arrivato da lontano
Per capire l'abbraccio bisogna tornare a Soči, all'Unione Sovietica che non esiste più. Alexander Zverev senior era il miglior tennista del suo Paese, numero 175 del mondo, un giocatore lento e ragionato in un'epoca che premiava altro. Irina, la moglie, era la quarta tennista sovietica. Due talenti reali e però compressi, fermati a metà strada dal sistema in cui erano nati, dai confini, dai visti, dalla geografia.
Quando l'Unione Sovietica crolla, i due si trasferiscono ad Amburgo. Non per giocare: per insegnare. Diventano due maestri di tennis in una città del Nord che non li aspettava. È in quella Germania presa in prestito che nel 1997 nasce il secondo figlio. Mischa, il primo, era già il progetto del padre. Il secondo crescerà tra una madre che gli costruisce il rovescio — il rovescio di Sascha è interamente opera sua, lo ha sempre ammesso — e un padre che gli trasmette il resto: la struttura, la disciplina, quella maniera sovietica di allenarsi a ripetizioni cronometrate, numeri fissi, nessuna scorciatoia.
C'è una simmetria che non si può ignorare. Un uomo che il tennis lo aveva sfiorato senza poterlo afferrare costruisce, con le sue mani, due figli che lo afferrino al posto suo. Non è una rivincita. È qualcosa di più sobrio e più duro: è un mestiere passato di padre in figlio come si passa un'attività di famiglia.
La tentazione di andarsene
Crescere significa anche dubitare di chi ti ha fatto crescere. Zverev, diventato grande, ha provato altre strade. Ha chiamato Ivan Lendl, ha lavorato con David Ferrer, con Sergi Bruguera. Nomi che pesano, uomini che gli Slam li avevano vinti o quasi, e che sembravano poter aggiungere quel grado di sapienza che a un padre maestro di tennis ad Amburgo, forse, mancava.
Ogni volta è tornato. Non con clamore, senza rotture pubbliche. Semplicemente, alla fine della stagione, accanto a lui c'era di nuovo suo padre. Per anni questo è stato letto come un limite: il segno di un giocatore che non sapeva tagliare il cordone, troppo legato alla famiglia per fare il salto. La narrazione era pronta. Zverev perdeva le finali che contavano — Parigi 2024 su tutte — e ogni sconfitta sembrava confermare l'idea che con suo padre in panchina non sarebbe mai bastato.
C'era del vero, e insieme c'era un errore di lettura. Tornare non era debolezza. Era una scelta ripetuta consapevolmente, anno dopo anno, contro il buon senso del circuito. Zverev sapeva una cosa che gli altri faticavano a vedere: nessuno conosceva il suo tennis come l'uomo che lo aveva inventato.
Quello che non si vede dalla panchina
Il giorno della finale contro Cobolli, la madre non era allo stadio. Troppa tensione. È un dettaglio che racconta più di mille interviste: in questa famiglia il tennis non è uno spettacolo, è una faccenda privata che fa male. Chi ha costruito il giocatore non riesce nemmeno a guardarlo nel momento in cui tutto si decide.
In campo è andato in scena lo Zverev di sempre, quello che conosciamo a memoria. Le gambe che si irrigidiscono, il servizio che inizia a tremare, lo sguardo che cerca un appiglio. Solo che stavolta dall'altra parte della rete non c'erano Sinner o Alcaraz, c'era Cobolli, e quel margine è bastato. Non è stata una vittoria perfetta. È stata una vittoria sufficiente, ottenuta da un uomo che per una volta non è crollato un attimo prima del traguardo.
Poi quel gesto. Non l'urlo verso il proprio box, rituale ormai vuoto di tanti campioni. Una scalata vera, fisica, verso un padre. E nello sguardo di quell'uomo anziano c'era trent'anni di un mestiere che fino a quel pomeriggio non aveva ancora prodotto la sua prova definitiva. Un allenatore vale anche per i trofei dei suoi giocatori. Per ventinove anni a quell'uomo era mancato il trofeo più grande.
Non sappiamo cosa si siano detti. Probabilmente niente che valga la pena ripetere. Le cose importanti, tra un padre e un figlio che lavorano insieme da una vita, si dicono raramente ad alta voce.
Resta l'immagine. Un giocatore che, nel momento più alto della sua carriera, non ha pensato a sé stesso ma è andato a cercare l'uomo che lo aveva immaginato prima ancora che sapesse tenere in mano una racchetta. Forse è questo il senso di certe vittorie: non riguardano mai una persona sola. Quel pomeriggio a Parigi non ha vinto Alexander Zverev. Ne hanno vinti due, con lo stesso nome, separati da una generazione e da un crollo dell'impero, finalmente nello stesso punto del campo.


