Wimbledon ha aperto il portafogli, non il bilancio

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Wimbledon ha aperto il portafogli, non il bilancio

Sessantaquattro milioni di sterline, venti per cento in più dell'anno scorso. È il più grande aumento di montepremi in valore assoluto nella storia di Wimbledon — quasi undici milioni di sterline in un colpo solo — e l'All England Club lo ha annunciato con la soddisfazione di chi pensa di aver chiuso una questione. Non l'ha chiusa. L'ha solo rimandata, e nel modo che gli costa meno.

La tesi è semplice: i giocatori hanno ragione sul numero, e l'obiettivo che inseguono è del tutto sostenibile. Ma il punto non è quanti soldi finiscono ai tennisti. È da dove arrivano. E lì Wimbledon ha appena dimostrato che è disposta a firmare assegni più grandi pur di non toccare l'unica cosa che davvero non vuole rinegoziare: il modo in cui divide i suoi ricavi.

Il numero giusto, dato nel modo sbagliato

Partiamo dai fatti, perché in questa storia contano. Il montepremi 2026 sale a 64,2 milioni di sterline contro i 53,5 dell'anno scorso. Il vincitore del singolo incassa 3,6 milioni, chi perde al primo turno ottanta mila sterline, il tabellone di qualificazione cresce del venticinque per cento. Numeri che da soli sembrano generosi.

Il problema è che i giocatori non chiedevano un aumento generoso. Ne chiedevano uno preciso: circa 71 milioni, un più ventidue per cento. Wimbledon si è fermata a venti. La differenza tra le due cifre è quasi un dettaglio. La differenza tra i due ragionamenti è tutto.

Perché la richiesta dei tennisti, coordinata dall'ex Chairman e CEO della WTA Larry Scott sotto il nome interno di Project Red Eye, non era un capriccio su una percentuale. Era una proposta strutturale: portare la quota di ricavi destinata ai giocatori al ventidue per cento entro il 2030, più un fondo di tutela sociale che salga fino a dodici milioni di dollari per ciascuno Slam. Aumento graduale, anno dopo anno. Niente boicottaggi, niente strappi: un percorso.

Wimbledon ha risposto con una cifra, e ha taciuto su tutto il resto. Nessun impegno sulla percentuale di ricavi, nessuna parola sul fondo di tutela, nessuna menzione di un tavolo permanente con i giocatori. I tre pilastri della campagna sono semplicemente spariti dal comunicato. "Spero che i giocatori la accolgano bene, è una somma importante", ha detto la presidente Deborah Jevans. È vero. Ed è anche, deliberatamente, fuori tema.

Ventidue per cento non è un numero arbitrario

Qui sta il punto che dà ragione ai giocatori, e conviene difenderlo con i numeri, non con l'indignazione.

Oggi i quattro tornei dello Slam destinano ai tennisti tra il dodici e il quindici per cento dei propri ricavi — Wimbledon, nello specifico, si muove intorno al tredici. È la fetta più magra di tutto il tennis che conta. Perché negli stessi Masters 1000 di ATP e WTA — eventi più piccoli, meno ricchi, meno celebri — la quota che i giocatori calcolano di ricevere si aggira già attorno al ventidue per cento, complice il modello di profit sharing che lì spartisce gli utili quasi a metà. Il ventidue, in altre parole, non è una cifra inventata per fare pressione. È il parametro che il resto del circuito offre già da anni. I tennisti non stanno chiedendo agli Slam di essere generosi. Stanno chiedendo loro di smettere di essere l'eccezione.

E gli Slam possono permetterselo. Il fatturato dell'All England Club ha superato i 423 milioni di sterline. Su quella base, salire dal tredici al ventidue per cento nell'arco di cinque anni non è un salto nel vuoto: è un riallineamento, lento e annunciato, a una pratica che già esiste altrove. Chi sostiene che la richiesta sia economicamente irrealistica deve spiegare perché funziona a Indian Wells e non a Londra.

L'obiezione più seria non è quindi sui soldi. È su un'altra cosa, e va presa sul serio.

Quello che Wimbledon non vuole davvero rinegoziare

Wimbledon non è un'azienda che incassa e distribuisce utili agli azionisti. È un torneo dentro un meccanismo benefico. Dal 2008 esiste un accordo per cui il novanta per cento del surplus distribuibile delle Championships va alla Lawn Tennis Association, la federazione britannica, almeno fino al 2053. Tradotto: quasi tutto ciò che avanza finisce nei campi pubblici, nei vivai, nel tennis di base del Regno Unito. L'anno scorso quel trasferimento è valso 48,1 milioni di sterline.

È qui che la questione diventa scomoda, e onestà vuole che lo si ammetta. Ogni sterlina in più di montepremi è una sterlina in meno di surplus, e quindi una sterlina in meno per la federazione. Aumentare la quota dei giocatori al ventidue per cento dei ricavi significa erodere, anno dopo anno, il flusso che tiene in piedi il tennis britannico. Non è propaganda dell'All England Club: è aritmetica.

Ma è esattamente il motivo per cui la mossa di quest'anno va letta per quello che è. Un aumento di montepremi, per quanto record, è una spesa una tantum: la decidi ogni anno, la calibri, eventualmente la rallenti. Una percentuale fissa sui ricavi è un vincolo permanente, che cresce automaticamente con il fatturato e che intacca la struttura benefica alla radice. Wimbledon ha scelto consapevolmente la prima e ha schivato la seconda. Ha pagato di più per non cambiare le regole. È una difesa intelligente del proprio modello, non una concessione ai giocatori.

E i tennisti, va detto, non hanno tutti i torti nemmeno qui. Il sistema benefico è nobile, ma è anche un argomento comodo per chi siede sul lato ricco del tavolo. "Diamo i soldi al tennis di base" è una frase difficile da contestare in pubblico, e proprio per questo va guardata con attenzione: la beneficenza non può diventare la ragione per cui chi genera lo spettacolo riceve la fetta più piccola di tutto il circuito.

Chi cederà per primo

La verità scomoda è che entrambe le parti hanno ragione, e proprio per questo nessuna delle due può vincere in fretta.

I giocatori hanno ragione sul principio: il ventidue per cento è giusto, è già lo standard altrove, ed è sostenibile sui numeri attuali. Wimbledon ha ragione sul rischio: legarsi a una percentuale fissa significa smontare, pezzo dopo pezzo, un modello che da quasi vent'anni finanzia qualcosa di più grande del singolo assegno.

Per questo l'aumento di quest'anno non è una resa né una vittoria. È una contromossa. Wimbledon ha dato ai giocatori la soddisfazione del titolo di giornale — montepremi record, più venti per cento — sapendo che il vero campo di battaglia non era la cifra del 2026, ma la formula del 2030. Su quella non ha mosso un dito.

I tennisti hanno ottenuto il numero più grande di sempre e hanno perso, per ora, l'unica battaglia che contava. Torneranno, perché la logica è dalla loro parte e perché il precedente dei Masters 1000 è lì a ricordare a tutti cosa sia normale. Ma dovranno smettere di esultare per gli assegni e iniziare a pretendere il bilancio. Finché discuteranno di quanto, Wimbledon vincerà. La partita vera è su come si decide quel quanto — e quella, al momento, non l'hanno nemmeno cominciata.