Perchè non esiste un Masters 1000 su erba?

Il tennis professionistico ha nove tornei Masters 1000, il gradino più alto subito sotto gli Slam. Cinque si giocano sul cemento all'aperto, uno sul cemento al chiuso, tre sulla terra rossa. Manca una superficie sola. Quella su cui è nato il gioco, quella che ha ospitato il torneo più antico e più prestigioso del calendario: l'erba.
È un'assenza che a guardarla bene ha qualcosa di paradossale. Wimbledon è la cattedrale di questo sport, eppure attorno a quella cattedrale non c'è niente. Nessun grande Masters, nessuna lunga preparazione. Solo poche settimane, qualche torneo minore, e poi via, tutti di nuovo sul cemento. Perché?
Una questione di calendario, prima di tutto
La risposta più semplice è anche la più concreta: non c'è tempo.
Il Roland Garros, l'ultimo Slam sulla terra, finisce all'inizio di giugno. Wimbledon comincia circa tre settimane dopo. In mezzo c'è una delle transizioni più brutali di tutto lo sport: passare dalla terra lenta, dai rimbalzi alti e dai punti costruiti con pazienza, all'erba rapida, dai rimbalzi bassi e dagli scambi che durano un soffio. Cambiano i movimenti, cambia il gioco di gambe, cambia perfino il modo di piegarsi sulle ginocchia.
In quelle poche settimane non entra un Masters 1000. Un torneo di quel livello significa tabelloni ampi, una settimana abbondante di gare, decine di campi tra match e allenamenti. Il calendario, già compresso su undici mesi l'anno, semplicemente non lo contiene. La stagione sull'erba comincia il lunedì dopo Parigi e si esaurisce nel giro di un mese. È una finestra, non una stagione.
L'erba non regge
Poi c'è il problema del materiale. L'erba è viva, e come tutto ciò che è vivo si consuma.
Andy Roddick lo ha spiegato senza giri di parole: alla fine di un torneo, i campi in erba sono ridotti a brandelli. Bastano due settimane di Wimbledon per consumare le righe di fondo, scavare il terreno dietro la linea di servizio, lasciare chiazze marroni dove l'erba non ricresce più. Su una superficie così, allenare i giocatori nelle ultime fasi diventa quasi impossibile, e i campi di pratica sono sempre troppo pochi.
Un Masters 1000 ha bisogno dell'esatto contrario: tanti campi, tutti in buone condizioni, per giorni e giorni. Moltiplicare le partite su un manto erboso significa moltiplicarne l'usura. E a differenza del cemento, che si lava e si riusa all'infinito, o della terra, che si bagna e si ripassa ogni mattina, l'erba non si rigenera a comando. Va seminata, curata, attesa. Una pioggia improvvisa la rende impraticabile per ore.
Il conto economico
Da qui discende tutto il resto, ed è una questione di soldi.
Mantenere un campo in erba a livello professionistico costa molto più che mantenere un campo in cemento. Servono terreni adatti, manutenzione costante, personale specializzato. I luoghi capaci di offrire non solo i campi da gioco, ma anche quelli di allenamento, gli spogliatoi, i parcheggi e l'ospitalità che un Masters richiede, sono pochissimi. La combinazione tra costi alti e tabelloni grandi fa sì che, semplicemente, l'appetito finanziario per un evento del genere non esista.
C'è anche una ragione storica dietro questa scarsità. Per gran parte del Novecento il tennis si giocava soprattutto sull'erba: tre dei quattro Slam, per decenni, si disputavano su questa superficie. Poi il cemento e la terra hanno preso il sopravvento, più economici, più prevedibili, più adatti alla televisione e ai grandi numeri. I campi in erba sono diventati rari, costosi, quasi un lusso da club privato. Quando negli anni Novanta è nato il circuito dei grandi tornei al di sotto degli Slam, l'erba era già un'eccezione, non una base su cui costruire.
Cosa racconta tutto questo
L'assenza di un Masters 1000 sull'erba non è una dimenticanza. È il risultato logico di tre vincoli che si rinforzano a vicenda: un calendario che non lascia spazio, una superficie che non regge i grandi numeri, un costo che nessuno ha interesse a sostenere.
Ma dice anche qualcosa di più ampio sul rapporto del tennis con la sua origine. L'erba è rimasta confinata in una manciata di settimane, custodita quasi gelosamente attorno a un solo grande appuntamento. Non è la superficie su cui il gioco vive ogni giorno: è quella a cui torna una volta l'anno, brevemente, come a una memoria. Il tennis moderno gira sul cemento e sulla terra perché sono comodi, ripetibili, sostenibili. L'erba resta lì, magnifica e ingombrante, troppo fragile per il calendario che il gioco si è dato.
Forse è proprio per questo che Wimbledon conserva l'aura che ha. In un circuito costruito sulla ripetizione, l'erba è l'unica cosa che non si può avere quando si vuole. E ciò che non si può avere a comando, di solito, vale di più.


