VERONICA #58: Serena è tornata. Ma per noi o per lei?

Jun 25Lorenzo Zantedeschi6 min
Serena Williams torna a Wimbledon

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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

“Omg yall I’m NOT coming back. This wildfire is crazy.”

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Post dal profilo x di Serena

Dicembre 2025. Con un tweet secco, Serena prova a spegnere le voci su un suo possibile ritorno. Wildfire: letteralmente, “un incendio che divampa fuori controllo”. È così che liquida la valanga di chiacchiere sul comeback - roba assurda, montata dal nulla.

Sei mesi dopo, quell’incendio l’ha acceso lei in persona.

Ricapitoliamo veloci, che la cronologia qui è importante.

Ottobre 2025: il nome di Serena ricompare nella lista dei test ITIA, il pool antidoping. È il primo passo obbligatorio per chi vuole rigiocare. E non è una formalità: devi dichiarare ogni giorno dove sarai, tenere libera una finestra di un’ora in cui resti reperibile, e farti trovare pronta a un controllo a sorpresa - sangue e urine, ovunque tu sia, anche all’alba a casa tua. Salti troppi appuntamenti e conta come violazione. Una scocciatura quotidiana che nessuno si infligge per caso, men che meno per gioco.

Lei nega. Poi in un’intervista al Today show glissa. E il 22 febbraio è di nuovo libera di iscriversi ai tornei ufficiali.

E a giugno, quattro anni dopo l’ultimo match (US Open 2022, terzo turno), rieccola.

All’inizio sembrava un rientro in punta di piedi. Solo doppio.

Al Queen’s con la teenager Victoria Mboko: vincono all’esordio, poi Mboko si fa male e salta pure Wimbledon. A Berlino con Karolina Muchova. E la coppia da copertina: wild card a Wimbledon con Venus, prima volta insieme sull’erba dal 2016 - lo stesso anno del settimo titolo londinese in singolare di Serena. C’è pure il dettaglio che chiude il cerchio: i loro primi due titoli di doppio qui, nel 2000 e nel 2002, arrivarono esattamente così. Da wild card.

La frase detta a Berlino la dice tutta:

“È stata mia figlia Olympia a dirmi di giocare con Venus.”

Un giro d’onore tra sorelle. Comodo, protetto, applausi facili a prescindere dal punteggio.

E invece no.

Perché Wimbledon le ha appena consegnato anche l’ultima wild card rimasta nel singolare.

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Post ufficiale con cui Wimbledon ha comunicato il ritorno di Serena

E qui tocca a noi fare una cosa scomoda: smettere di commuoverci per due secondi.

Perché tutti stanno scrivendo la stessa cosa. “Le regine tornano.” “Standing ovation.” “Magia.”

Noi vi chiediamo un’altra cosa.

Questo ritorno ha senso per il tennis? O ha senso solo per Serena?

Il doppio con Venus è una cartolina: lì non rischi niente, due leggende mano nella mano e il pubblico che si scioglie comunque vada.

Il singolare è un’altra storia.

Il singolare è il tabellone che ti giudica davvero. Quello dove sei sola, al meglio dei tre set, contro una che potrebbe essere tua figlia. Quello dove esci al primo turno e fa malissimo. Fa malissimo sempre, non importa che tu sia stata la più grande di tutte e abbia almeno 10 anni in più di qualsiasi avversaria.

E nessuno - nemmeno lei - pensa davvero che una wild card di 44 anni possa alzare il trofeo. Quindi il singolare non è per il titolo. Non è per il ranking. Non è per lo sport, nel senso freddo della parola.

E allora, perché?

La risposta forse l’ha già data lei, più di un anno fa. Miami 2025. Incrocia Andy Murray, ritirato da poco e in pace col mondo. È lei a chiedergli se gli manca il tennis. Lui, secco: “No, sinceramente, per niente.”

Poi le gira la domanda. E Serena:

“A me manca ogni singolo giorno. Adoro competere, adoro giocare. Se potessi, sarei già di nuovo là fuori.”

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Murray e Serena in coppia assieme di doppio

Ecco. Due fuoriclasse, stessa porta d’uscita, due anime opposte. Murray ha chiuso e dorme sereno. Serena no: a lei rode ancora.

Quindi il singolare non è una strategia. È fame. Una fame privata, tutta sua. Una scommessa sulla propria leggenda.

E qui arriva la stoccata vera, quella che facciamo a noi stessi.

Perché noi, davanti a una bella storia umana, ci sciogliamo. Berrettini, Wawrinka, Dimitrov - gli abbiamo scritto lettere d’amore la settimana scorsa. E quella wild card alle sorelle Williams l’avevamo pure applaudita. Non ci rimangiamo niente.

Ma una differenza c’è, ed è giusto dirla.

Quei tre non sono mai usciti di scena. Sono ancora lì, in attività, con un ranking da difendere e qualcosa da perdere a ogni partita. Cadono e si rialzano dentro la mischia, non a bordo campo.

Serena no. Serena se n’era andata davvero, per quattro anni. Con l’addio perfetto già in tasca. E adesso ci rientra, in quella mischia, non per difendere qualcosa, ma per rimettere in gioco proprio quell’addio.

Il sapore del ritorno

Ricordare nel senso più fisico del termine: rimettere i piedi su quell’erba e risentire cosa si prova. Il boato del Centrale. Il peso della pallina. La racchetta in mano accanto a Venus, come quando avevano vent’anni e il mondo era tutto loro.

Non per scoprire se può ancora alzare uno Slam - quella è una domanda chiusa - ma per riassaporare un’ultima volta una sensazione che pensava di aver messo in un cassetto nel 2022.

E poi, certo, ricordarlo anche a noi. Lasciarci un fotogramma in più da appiccicare accanto a tutti gli altri.

Una cosa è restare in piedi e combattere. Un’altra è rientrare per un ultimo inchino - anche a costo che l’inchino vada storto.

Lo sport è pieno di questi ritorni, giusto per citarne un paio:

C’è quello di Michael Jordan, 2001. Il finale perfetto ce l’aveva già: il canestro su Russell, ‘98, l’ultimo tiro, l’uscita da dio. Poi torna a Washington, ai Wizards, due stagioni da comprimario. E a livello di numeri non fu neppure un disastro: 22,9 punti di media il primo anno, 20 tondi il secondo, a quasi 40 anni e dopo tre stagioni lontano dal campo. Eppure tutti, dentro, avremmo voluto non lo facesse. Perché un addio perfetto lo macchi solo riaprendolo.

E Serena rischia di fare esattamente questo.

Poi c’è Federer, che però aveva il problema opposto. Il suo ultimo Wimbledon non fu un addio: fu un agguato. Quarti 2021, contro Hurkacz, 6-3 7-6 6-0. Primo bagel subito all’All England Lawn Tennis Club in 22 presenze, con quell’uscita dal campo che sapeva d’addio, ma quello non era il congedo che meritava.

Per questo, più di un anno dopo, se n’è costruito un altro: Laver Cup 2022, doppio accanto a Nadal, mano nella mano, tutti e due a piangere. Un secondo addio. Ma quello vero, perché il primo glielo avevano rovinato.

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Laver Cup 2022. FeDal in lacrime per il ritiro di Roger

Ed ecco il punto.

A Roger un secondo addio serviva: il primo non era mai stato un vero addio, gliel’avevano strappato di mano.

Serena è l’esatto contrario. Lei l’addio bello ce l’aveva già avuto. US Open 2022, lo stadio in piedi, le sue lacrime e le nostre, “evolving away from tennis”. Non un agguato - una cerimonia. Quello sì che era un sipario.

E adesso torna a tirarlo su, quel sipario. Non al sicuro, nel doppio. Ma nel singolare, dove la storia può chiudersi con un banale 6-3 6-3 davanti a tutti.

Più Jordan che Federer, insomma.

E allora la domanda è una sola:

Serena nel 2026 è un regalo al tennis o un regalo solo a se stessa?

E se pure fosse solo suo, la GOAT non se l’è forse guadagnato il diritto di rischiare la figuraccia, pur di sentirsi un’ultima volta viva in campo?

Diteci la vostra.