DJOKOVIC È FINITO (non il suo tennis)

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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
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Arthur Ashe, domenica notte. Lunedì all’alba, per noi.
Mancano pochi minuti a mezzanotte quando Novak Djokovic esce dal primo turno degli US Open. 7-6 5-7 4-6 6-2 6-1 per Mariano Navone. Quattro ore e trentasei minuti: il match d’apertura più lungo di tutta la sua carriera negli Slam.
Navone ha venticinque anni, è argentino, numero 49 del mondo. Quest’anno ha vinto il suo primo titolo ATP. Prima di domenica non aveva mai vinto una partita al quinto set in carriera: zero su quattro.
Poi ci sono i numeri.
Al primo turno di uno Slam Djokovic non perdeva dall’Australian Open 2006. Settantotto vittorie consecutive: la striscia più lunga dell’era Open. E agli US Open all’esordio non aveva mai perso in vita sua. Diciannove su diciannove.
Ma il dato più triste non riguarda lui. Riguarda un’epoca intera.
Dal Roland Garros 2003 in poi, in ogni singolo secondo turno di Slam c’è sempre stato almeno uno tra Djokovic, Federer e Nadal. Sempre. Questa settimana, a New York, per la prima volta non c’è nessuno dei tre.
Ventitré anni.

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In dodici ore avete letto ovunque la stessa parola. Fine.
E ve lo ammettiamo: per un attimo lo abbiamo pensato anche noi.
Poi siamo andati a rileggere il punteggio.
Djokovic domenica notte era avanti due set a uno e un break nel quarto. A gennaio, a Melbourne, aveva battuto Sinner al quinto annullando sedici palle break su diciotto e chiudendo dopo l’una e mezza di notte, e poi si era giocato la finale. A luglio, semifinale a Wimbledon. A New York è entrato da testa di serie numero 4.
Il tennis c’è.
È il contenitore che ha smesso di reggere.
Domenica ha vomitato almeno tre volte. Medical timeout per la schiena, l’inalatore, le pastiglie. Settanta errori gratuiti. Nel quinto set trattiene le lacrime.
Le sue parole, dopo:
“Il vomito, i conati: c’è un problema serio. Poi tutto il corpo ha iniziato a cedere, tra crampi e dolore. Alla fine hanno mollato anche la schiena e la spalla, e non sono riuscito a chiudere la partita.”
E soprattutto questa, che sembra essere passata in sordina:
“È una cosa che mi porto dietro praticamente in ogni partita di quest’anno.”
Non domenica. Ogni partita.
E infatti, se rimettete in fila gli ultimi tre mesi, non è un unicum: è una costante.
Roland Garros, terzo turno: perde al quinto set contro João Fonseca. Quindici agosto, Cincinnati, secondo turno: lo batte Thiago Agustín Tirante, venticinque anni, argentino, mentre lui affoga nell’umidità dell’Ohio. Vomita anche lì, medical timeout, finisce in ginocchio a terra. Trenta agosto, New York: Navone, venticinque anni, argentino.
Due ragazzi nati nello stesso anno, dallo stesso Paese, in sedici giorni.
Perché Djokovic non è Federer col rovescio a una mano. Non è Nadal col dritto mancino. Non è Sampras col servizio.
L’arma di Djokovic era il CORPO.
La dieta senza glutine, la camera iperbarica, l’elasticità da cartone animato, lo stretching infinito. E la capacità di essere ancora in piedi alle due di notte quando dall’altra parte della rete non respira più nessuno.
Djokovic era il QUINTO SET.
Melbourne, gennaio 2012. Cinque ore e cinquantatré minuti contro Nadal: la finale Slam più lunga di sempre, ancora oggi. Sì, più lunga anche di Sinner-Alcaraz al Roland Garros 2025, che si fermò a cinque ore e ventinove. Ventiquattro minuti di scarto, tenuti in piedi da quattordici anni.
Quella notte a Melbourne finisce all’una e trentasette. Lui si strappa la maglietta di dosso. E alla premiazione i due sono così a pezzi che qualcuno deve portare due sedie a bordo rete.
Quello era il messaggio, per quindici anni: giocate quanto vi pare, tanto io duro di più.
Il quinto set contro Sinner, a gennaio, lo ha ancora vinto.
Da giugno in poi lo perde.
Domenica notte ha lasciato undici degli ultimi dodici game.
Il tempo non gli ha tolto il dritto. Gli ha tolto l’unica cosa che dava per scontata.

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C’è un film che racconta esattamente questo, e si chiama Logan.
Logan è Wolverine: il mutante degli X-Men con gli artigli d’acciaio e lo scheletro rivestito di adamantio, il metallo indistruttibile. Ma il suo vero superpotere non sono mai stati gli artigli. Era il fattore rigenerante: qualunque ferita gli facessero, si richiudeva da sola. Non era il più forte del gruppo. Era quello che non moriva mai.
Nel film, quel potere si spegne. E l’adamantio - la cosa che lo aveva reso leggenda - comincia ad avvelenarlo dall’interno.
Non muore perché arriva uno più forte di lui. Muore perché smette di guarire.
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E allora smettiamola con la domanda sbagliata.
“Quando smette” è una domanda da spettatori. Ce la facciamo perché vogliamo sapere se prenotare il biglietto.
La domanda vera è: chi glielo dice, che il 25esimo non arriva?
Perché tutti intorno a lui hanno già iniziato a scrivergli il finale. Il 20 agosto, dieci giorni prima di Navone, Prime Video ha pubblicato il documentario sulla sua carriera. Titolo: The Wolf in Winter. Il lupo d’inverno.
Un film celebrativo su uno che è ancora in tabellone, con l’inverno già scritto nel titolo. Tradotto: la storia è finita, mancano i titoli di coda.
Lui è l’unico che non l’ha ancora accettato.
Ventiquattro Slam, appaiato a Margaret Court. Il venticinquesimo lo lascerebbe da solo in cima, per sempre. L’ultimo l’ha vinto qui, a New York, nel 2023. Da allora, zero.
A luglio, dopo la semifinale persa con Sinner, l’ha spiegato lui meglio di chiunque:
“Per il novantanove per cento dei giocatori sarebbe un ottimo risultato. Per me è buono ma non abbastanza, perché sono benedetto e maledetto dall’essere abituato ai livelli più alti.”
Benedetto e maledetto. La parola l’ha scelta lui.
E domenica c’è un momento che spiega perché nessun annuncio arriverà mai.
Gli hanno chiesto se durante la partita avesse pensato di ritirarsi. Attenzione: dalla partita, non dal tennis.
“Sì, ci ho pensato. Ma poi ho vinto un set, e poi il terzo. E ho pensato: okay, forse c’è una possibilità.”
Rileggetela. Stava vomitando, aveva la schiena andata, ed era già tornato a calcolare le probabilità.
Quello non è un uomo che sta preparando un addio.
E infatti l’addio se l’è già scritto. Solo che non è questo.
Il 17 agosto, tredici giorni prima di Navone:
“Ho intenzione di andare avanti fino alle Olimpiadi e chiudere la carriera con la bandiera serba sulle spalle.”
Los Angeles 2028. Avrebbe quarantun anni. Lo ripete da Parigi, dove l’oro è arrivato a trentasette dopo tre Giochi “buttati via”. È il finale che si è scritto da solo: non uno Slam, non un record, ma la bandiera addosso.

Poi, sempre lui, la seconda frase: “Penso di potercela fare. Vedremo.”
Ecco. “Vedremo.”
Due anni sono ventiquattro mesi di tornei, di caldo, di quinti set. E domenica notte, a New York, ventiquattro mesi sembravano lontanissimi.
Lui a Los Angeles ci vuole arrivare. Il punto è se il corpo glielo lascerà fare.
E allora ditecelo voi.
Che vada avanti fino a Los Angeles, perché quel finale vale ogni sconfitta da qui a lì?
O che si fermi adesso, prima che ogni mese in più si mangi un pezzo di ricordo?


