Da dove viene davvero la mitologia di Wimbledon

Perché uno dei tornei di tennis più ricchi del mondo, capace di pagare i migliori registi pubblicitari e le campagne più sofisticate, ha deciso di raccontarsi quest'anno attraverso il punto di vista di una farfalla? E perché lo stesso torneo, da ottant'anni, affida parte della propria identità a cinquecento militari in uniforme che controllano biglietti e indicano posti a sedere? Le due cose sembrano scollegate. Non lo sono. Sono due risposte diverse alla stessa domanda: come si costruisce, anno dopo anno, la mitologia di un evento sportivo senza inventarla dal nulla.
La farfalla che esisteva già
Lo spot che l'All England Lawn Tennis Club ha lanciato l'8 giugno 2026, prodotto con l'agenzia VCCP, si intitola "Where Beauty Meets the Battle" ed è il secondo capitolo della piattaforma globale "There Is Only One Wimbledon", partita nel 2025. Il film, un cortometraggio di sessanta secondi diretto da Sanjay de Silva, segue una farfalla Holly Blue che attraversa i giardini curati del torneo prima di ritrovarsi nel caos del Centrale, tra servizi potenti e scambi ad alta intensità. A narrarlo è Annabel Croft, ex tennista e oggi voce televisiva della BBC; tra i protagonisti in campo compare Alfie Hewett, numero due del mondo nel tennis in carrozzina.
Quello che rende la campagna diversa da un semplice esercizio di stile è che l'idea non è stata inventata a tavolino. Nasce da un aneddoto reale: nel 1986, durante un match di Wimbledon, una farfalla bianca si posò ai piedi del francese Henri Leconte. Invece di scacciarla, Leconte la raccolse, se la fece posare sulla racchetta e la portò a spasso fino al pubblico, prima di lasciarla volare via tra gli spalti. È un episodio minore nella storia del torneo, il tipo di dettaglio che di solito finisce dimenticato in un archivio. Il team creativo di VCCP lo ha ripescato e lo ha trasformato nel fulcro dell'intera campagna 2026, diffusa su BBC, ESPN, Eurosport, Amazon Prime Germania, beIN Francia, Tencent e circa altre otto emittenti nel mondo.
La scelta dice qualcosa di preciso sul modo in cui Wimbledon gestisce la propria immagine: non crea leggende, le recupera. Il marketing, in questo caso, funziona perché si appoggia su un fatto già accaduto, non su un'invenzione di reparto pubblicità.
I cinquecento in uniforme
L'altra tradizione compie ottant'anni esatti nel 2026, e a differenza della farfalla non è mai stata concepita come immagine: è nata come un ringraziamento pratico. Nel 1946, quando i Championships ripresero dopo la sospensione bellica, i terreni di Wimbledon erano stati anche utilizzati a scopi militari durante il conflitto. Gli organizzatori invitarono il personale delle forze armate a tornare per il torneo, come gesto di riconoscenza. Da allora la presenza non si è mai interrotta.
Oggi i militari-steward sono circa cinquecento, provenienti da esercito, marina e aeronautica, con una rappresentanza paritaria tra uomini e donne. Si occupano di controllare i biglietti, accompagnare gli spettatori ai posti, mantenere il silenzio durante lo scambio e, in generale, far funzionare il flusso di pubblico senza attriti visibili. Dave McGarr, capitano dell'esercito di 48 anni con tredici stagioni di servizio a Wimbledon alle spalle, oggi coordina le operazioni di stewarding e racconta semplicemente: "Mi piace l'eccitazione." Daniel Thornton, 42 anni, marina militare, al primo anno di volontariato, descrive la stessa esperienza con parole quasi identiche: "Mi è piaciuto. Sono tutti di buon umore."
Ogni anno, in coincidenza con l'Armed Forces Day britannico, il pubblico del Centrale si alza in piedi per applaudire il personale militare prima del primo match della giornata. McGarr descrive quel momento così: "Le telecamere inquadrano tutto il personale in servizio e ti viene la pelle d'oca, soprattutto quando tutti applaudono ed esultano. Perfino il Royal Box." È l'unico istante dell'anno in cui la macchina organizzativa del torneo, di solito invisibile per definizione, viene resa esplicitamente visibile e celebrata.
Perché un torneo ha bisogno di piccole tradizioni
Messe una accanto all'altra, le due storie spiegano qualcosa che va oltre Wimbledon. Una campagna pubblicitaria multimilionaria e un accordo di volontariato nato per riconoscenza bellica non hanno nulla in comune sul piano economico. Hanno in comune il meccanismo: entrambe raccontano il torneo attraverso un dettaglio piccolo e umano invece che attraverso il suo prestigio o il suo montepremi.
È una scelta editoriale precisa, e non scontata. Un evento della portata di Wimbledon potrebbe limitarsi a vendere se stesso attraverso i suoi campioni, i suoi record, il valore del trofeo. Invece sceglie sistematicamente di appoggiarsi su elementi minori: un insetto che si posa su una racchetta, un gruppo di persone in divisa che controlla i pass all'ingresso. Sono i dettagli che, ripetuti ogni anno, smettono di essere aneddoti e diventano tradizione. E una volta diventati tradizione, iniziano a fare parte della mitologia del torneo tanto quanto un titolo vinto in finale.
La farfalla del 2026 e i cinquecento militari che compiono ottant'anni di servizio raccontano la stessa cosa da due angolazioni diverse: a Wimbledon, il mito si costruisce dal basso, un gesto piccolo alla volta, non dall'alto verso il basso come in molte altre operazioni di branding sportivo. Ecco perché, alla fine, non stupisce che il torneo abbia scelto di raccontarsi con un insetto e con un saluto militare. Sono esattamente il tipo di dettagli che restano.


