L'incredibile ritorno di Dimitrov a Wimbledon

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L'incredibile ritorno di Dimitrov a Wimbledon

Ci sono luoghi che uno sportivo impara a temere. Non perché lo abbiano tradito, ma perché gli hanno mostrato quanto è fragile. Per Grigor Dimitrov quel luogo aveva un nome preciso, e per un anno intero è stato l'ultimo posto al mondo in cui avrebbe voluto rimettere piede: il Centre Court di Wimbledon, l'erba che più di ogni altra superficie sembrava fatta apposta per lui.

Il 7 luglio 2025 Dimitrov conduceva due set a zero contro Jannik Sinner, il numero uno del mondo. 6-3, 7-5, 2-2. Poi, servendo, si è portato la mano al petto. Uno strappo al pettorale destro. Fine della partita, fine del torneo, e per come sono andate le cose, quasi fine di tutto. Era il quinto Slam consecutivo che abbandonava per infortunio. Quel Wimbledon era il cinquantottesimo torneo del Grande Slam giocato di fila dal 2011, e proprio quell'infortunio, costringendolo a saltare lo US Open successivo, avrebbe spezzato la striscia. Tutto finiva così, con una mano sul petto e un pubblico in piedi che non sapeva se applaudire o tacere.

L'erba come lingua madre

C'è una ragione se la storia di Dimitrov è così crudele proprio su questa superficie. L'erba è sempre stata la sua lingua madre.

Il tennis su erba premia cose che non si insegnano: il tempo, il tocco, la capacità di stare bassi e di leggere un rimbalzo che non si ripete mai uguale. Premia chi sa improvvisare, chi sente la palla invece di calcolarla. Dimitrov ha sempre giocato così, fin da ragazzo, quando lo chiamavano in un modo che poi ha dovuto passare vent'anni a smentire. Sull'erba quel talento non è un peso da giustificare. È semplicemente la cosa giusta al momento giusto.

E poi c'è il rovescio. Il rovescio a una mano di Dimitrov è uno degli ultimi di un'epoca che si sta chiudendo. Un gesto che il tennis moderno sta abbandonando perché costa troppo, rende troppo poco in rapporto al rischio, lascia scoperti in risposta. Un colpo antieconomico. Sull'erba, però, quel colpo torna a essere quello che era nato per essere: una lama. Basso, teso, tagliato corto sulla riga. Su questa superficie il rovescio a una mano non è un lusso estetico. È un'arma che funziona meglio di quasi tutte le altre.

Per questo il tradimento del 2025 ha fatto così male. Non lo avevano fermato le gambe, il fiato, un avversario più forte. Lo aveva fermato il corpo, proprio nel posto dove il suo tennis parlava la lingua migliore.

La paura di ricominciare

La parte difficile del ritorno non è la riabilitazione. È il momento in cui devi rimettere la mano dove si è rotta e fidarti che regga.

Dimitrov lo ha raccontato senza nascondersi. Ha detto di aver messo in discussione tutto. Ha detto di aver avuto paura all'idea di tornare in campo e ricominciare a colpire. I primi allenamenti sono stati durissimi, non nelle gambe ma nella testa, con dei flashback che tornavano ogni volta che il braccio si caricava per un colpo. Il corpo guarisce prima della memoria. Un muscolo si ricuce in qualche mese. La diffidenza verso quel muscolo può durare molto di più.

A trentacinque anni, poi, il tempo smette di essere un alleato. Ogni infortunio grave, a quell'età, porta con sé una domanda che nessuno pronuncia ma che tutti sentono: e se fosse l'ultimo? Se il corpo che ti ha tradito una volta avesse solo anticipato di poco quello che comunque stava per arrivare? Ripartire senza risposta a quella domanda è la forma più pura di coraggio sportivo. Non l'eroismo di chi rischia. La testardaggine di chi ricomincia senza garanzie.

Riscrivere lo stesso campo

Un anno dopo, Dimitrov è tornato a Wimbledon da numero 146 del mondo, con una wild card, l'invito che i tornei riservano a chi ha dato tanto e ora deve ripartire dal fondo.

Ha battuto Dane Sweeny in tre set. Poi ha fatto la cosa che sembrava impossibile: ha eliminato Jakub Mensik, testa di serie numero 15, uno dei giovani che rappresentano esattamente il tennis che sta sostituendo il suo. Quattro set, sullo stesso campo dove un anno prima si era fermato. E infine Matteo Berrettini, in cinque set, 6-3 6-4 3-6 5-7 6-3. Due servizi pesanti, due rovesci a una mano, uno degli ultimi duelli di uno stile in via di estinzione. Alla fine c'era Dimitrov negli ottavi di finale.

Il punto non è il tabellone. Il punto è cosa significa vincere una partita di cinque set a trentacinque anni, con un pettorale ricucito, sullo stesso rettangolo d'erba che ti aveva spezzato. Ogni volée di rovescio in quella partita era una piccola scommessa contro la memoria. Ogni servizio caricato a pieno era una risposta a quella domanda che non si pronuncia.

Non è la storia di una rivincita contro qualcuno. Sinner era altrove, ormai lontano, in un'altra dimensione della classifica. È la storia di una rivincita contro un luogo. Contro il ricordo di un luogo.

Il tennis ci ha abituati a raccontare i ritorni come trionfi, con la coppa alzata alla fine. Questo non lo è, e forse è più prezioso proprio per questo. Dimitrov non è tornato per vincere Wimbledon. È tornato per dimostrare, prima di tutto a sé stesso, di poter ancora abitare il campo che lo aveva fatto sentire finito. Che poi è la cosa più difficile che uno sportivo possa fare: guardare il posto esatto della propria fragilità e decidere di giocarci di nuovo, come se niente fosse, sapendo benissimo che qualcosa invece è stato.

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