La gioia che non dà punti: Alcaraz alla Laver Cup

ApprofondimentoSep 275 min
Carlos Alcaraz, Rafa Jodar e Flavio Cobolli festeggiano in panchina alla Laver Cup

Da due anni Carlos Alcaraz ripete che il calendario è insostenibile, che i tornei sono troppi e che i corpi dei giocatori presentano il conto. A New York, uscito da quattro mesi e mezzo di stop, lo ha detto più forte che mai. Poi ha ceduto una settimana libera a un torneo che non assegna un solo punto ATP. Sembra un'incoerenza. È invece il gesto di qualcuno che ha capito una cosa sul proprio mestiere: riposo e piacere curano due malattie diverse.

Questo weekend alla O2 Arena di Londra Alcaraz guida il Team Europe con Yannick Noah in panchina e Alexander Zverev, numero due e campione degli US Open, dall'altra parte del suo stesso spogliatoio. In classifica è terzo, con 26 vittorie e 4 sconfitte. Sono numeri da stagione ottima che raccontano male l'anno peggiore della sua carriera.

Quattro mesi e mezzo senza campo

A inizio stagione Alcaraz aveva vinto l'Australian Open battendo Djokovic in finale, diventando a 22 anni il più giovane uomo a completare il Career Grand Slam. A Doha aveva liquidato Arthur Fils in cinquanta minuti. A Monte-Carlo era arrivato in finale e aveva perso da Sinner. Poi, a metà aprile, una tenosinovite al polso destro ha interrotto la stagione lì.

Ha saltato il Roland Garros, il Queen's, Wimbledon, Montreal, Cincinnati. Quattro mesi e mezzo di tennis cancellati, nel pieno della parte dell'anno in cui aveva costruito tutto quello che era diventato.

La riabilitazione di un polso è un lavoro paziente e muto. Nessun avversario, nessun punteggio, nessuna folla che ti dica se stai andando bene. C'è un fisioterapista, ci sono esercizi che si ripetono identici per settimane e c'è una domanda che resta aperta fino al primo colpo vero. Un infortunio così non porta via solo le partite. Porta via il motivo per cui accetti gli allenamenti.

Quando è rientrato a New York, Alcaraz ha vinto un match in tre set e lo ha definito "una giornata difficile, a essere onesto, ma allo stesso tempo bellissima". La frase dice più di quanto sembri. La difficoltà era la parte prevista. La bellezza era la parte che aveva perso per strada e che non sapeva se avrebbe ritrovato.

Gli US Open sono finiti ai quarti contro Ben Shelton. In mezzo, il torneo di doppio misto giocato con Serena Williams, uscito anche quello nei quarti. Un rientro dignitoso e nient'altro, per un giocatore che a New York era il campione in carica.

Una settimana che non conta

Alla Laver Cup non ci sono punti in gioco. È un'esibizione ricca, con tre giorni di formula a squadre, panchine urlanti e capitani leggendari. Alcaraz ne ha giocate due edizioni con un bilancio di 3-1 in singolare, e sa perfettamente cosa sta scegliendo di fare con la settimana che avrebbe potuto passare in palestra.

"È una settimana in cui potrei allenarmi, potrei riposare o altro, ma settimane come questa mi aiutano molto a riportare la gioia in campo, a riportare la gioia nel giocare a tennis. E mi aiutano per i tornei successivi, quando non ci sono eventi a squadre."

È una diagnosi. Alcaraz sta dicendo che il tennis individuale, giocato quasi tutto l'anno sotto la pressione della classifica, consuma qualcosa che il riposo non ricostruisce. Il polso si ripara stando fermi. La voglia no.

Il formato a squadre lavora esattamente su quel punto.

"Non siamo abituati a giocare eventi a squadre, durante l'anno non ne abbiamo affatto",

ha ricordato.

E quando gli hanno chiesto se il leader del Team Europe fosse lui, ha rifiutato il ruolo. Da chiunque altro sarebbe una gentilezza da conferenza stampa. Da un numero tre del mondo che per quattro mesi è stato l'unico responsabile della propria guarigione, somiglia a un sollievo.

Il conto che resta da pagare

Qui la storia potrebbe chiudersi bene, e invece resta un problema. La Laver Cup fa parte della stessa industria che Alcaraz accusa da due anni, da quando a Berlino, nel 2024, dopo una vittoria in quello stesso torneo disse che prima o poi i giocatori li avrebbero "ammazzati in qualche modo". Un'esibizione in più non alleggerisce nulla. Se la cura per la fatica è un altro evento, la diagnosi è peggiorata, non migliorata.

A New York, dopo il rientro, Alcaraz ha detto che giocare tutti i tornei è "impossibile" e che da ora in avanti si prenderà pause volontarie. È la parte difficile della sua posizione, perché costa soldi, punti e tornei vinti. Le settimane in cui ci si diverte non sono mai quelle che si tagliano. Si tagliano i 500 di fine stagione, gli obblighi, i Masters 1000 che valgono la classifica. Dire di voler ridurre è facile a settembre, con l'anno già rotto. Lo si verifica in un febbraio qualsiasi, quando la classifica chiama e il corpo sta bene.

Il paradosso vero della sua settimana londinese è questo. L'unico tennis che gli restituisce il piacere di giocare è il tennis che non conta niente, e il tennis che conta è quello che lo ha spedito quattro mesi e mezzo in sala fisioterapia. Alcaraz non ha risolto la contraddizione, si è limitato a raccontarla con una sincerità che pochi colleghi si concedono.

Alla O2 Arena va in campo per tre giorni senza niente da vincere che finisca in un albo d'oro. Se davvero gli servono per tornare a divertirsi, vale la pena chiedersi perché il resto del calendario non ci riesca più.