Le superfici sono tutte UGUALI?

Ciao e benvenuti su Veronica - la voce scomoda del Tennis, la newsletter editoriale di Ace Cream!
Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
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Immaginate di trovare questo commento sotto un post di Instagram.
“I direttori dei tornei rallentano i campi apposta, così Sinner e Alcaraz arrivano sempre in finale e si vendono più biglietti.”
Voi scorrereste oltre. Complottista, avanti il prossimo.
Solo che quella frase non l’ha scritta un profilo fake senza foto.
L’ha detta Roger Federer.

Ed è una cosa a cui pensiamo sempre in questo periodo dell’anno, non a caso: in otto settimane il circuito è passato dalla terra di Parigi ai prati di Londra, e da sabato riparte sul cemento del Canada.
E il cemento del Canada non è un dettaglio da poco, soprattutto se in questi giorni state mettendo su la vostra squadra per il FantaTennis di Montreal. Perché la domanda che vi state facendo voi (chi metto in campo?) è la stessa che ci facciamo noi in tutto questo editoriale: quanto pesa davvero la superficie sul risultato?
Una volta erano tre sport diversi. Chiedevano tre tennis diversi, e spesso li vincevano tre giocatori diversi.
Oggi sembrano sempre più la stessa cosa con tre colori addosso.
Ma è davvero così? E se è così, chi ci ha guadagnato?
Settembre 2025, Laver Cup di San Francisco, podcast di Andy Roddick. Gli chiedono se la velocità dei campi vada corretta e Roger risponde di sì, senza mezze misure.
Poi spiega il meccanismo, che ha parecchio senso: su un campo lento il giocatore più debole deve fare tre vincenti per portare a casa un punto contro Sinner. Su un campo veloce gliene bastano due, al momento giusto. Quindi ai direttori dei tornei conviene il campo lento, perché così le sorprese non succedono e la finale che vende i biglietti si gioca sempre.
Una sorta di rete di sicurezza commerciale.
Due settimane dopo, a Shanghai, arriva Zverev a mettere il carico: dice che odia quando i campi sono tutti uguali, e che i direttori vanno in quella direzione perché vogliono che Jannik e Carlos facciano bene ogni settimana.
A Sinner riportano l’affermazione del tedesco e, un po’ sorpreso, dà una risposta che fa sorridere:
“I campi non li facciamo io e Carlos.”
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Questo è il quadro, adesso proviamo a capire chi ha ragione, con l’aiuto dei numeri.
Perché un modo per misurare la velocità dei campi c’è, e si chiama CPI, Court Pace Index. Lo ha sviluppato Hawk-Eye ed è una misurazione che avviene durante il torneo, con le palle vere, l’umidità vera, l’usura vera.
Sotto il 30 il campo è lento. Sopra il 44 è veloce. In mezzo c’è tutto il resto.
E i dati dicono una cosa diversa da quella che vi aspettate.
Il cemento non è stato rallentato. È stato accelerato.
Indian Wells nel 2017 stava a 27,4, cioè lento. Quest’anno è a 39. Miami stava a 33,8, oggi è a 40. E si è alzata pure la terra: Roma nel 2018 era a 18,9, quest’anno 25,3. Madrid è passata da 22,5 a 30,5.
Allora Federer ha torto? No. Ha ragione, ma per un motivo che non ha detto.
Guardate dove sono finiti gli estremi.
Tra il 2016 e il 2018 il campo più lento del circuito segnava 18,9. Era Roma. Il più veloce 44,1, era Shanghai.
Oggi il più lento segna 25,3. È sempre Roma. Il più veloce 44,6, il Canada.
L’estremo più alto non si è mosso, ma quello più basso sì, alzandosi di sei punti. I campi lentissimi, quelli dove il tennis diventava un altro sport, non esistono più.

Il caso più agitato dell’autunno scorso, quello di Parigi, non vale niente. Il Masters parigino nel 2024 girava sopra 45, cioè velocissimo. L’anno dopo: 35,1. Scandalo, complotto, l’hanno rallentato per Jannik.
Peccato che nel frattempo il torneo avesse traslocato. Dopo trentotto anni ha lasciato Bercy per la La Défense Arena, uno stadio da rugby da trentamila posti. Altro palazzetto, altra aria, campo rifatto da zero. Difficile confrontare quei due numeri.
Shanghai invece regge: stesso impianto, stesso tutto, da 40,8 a 32,8 in un anno. Quello è un dato.
E per par condicio: nel 2026 Indian Wells è risalita da 30,9 a 39. Quindi sì, le oscillazioni ci sono ancora, anno per anno. Ma la direzione di fondo resta quella: tutto più vicino, tutto più centrale.
Poi, sia chiaro: non tutti gli indicatori vanno nella stessa direzione. Se guardate i soli ace, di convergenza tra superfici non se ne vede. Lì l’impatto della pallina su terra o erba o cemento è per forza diverso, perché diversa è la struttura della superficie. Noi ci stiamo focalizzando solo sull’escursione e sulla lunghezza degli scambi.
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Detto questo, veniamo alla parte che ci interessa davvero.
Perché sui fatti Federer ci prende. Sul movente un po’ meno.
Torniamo a inizio millennio, quando a Church Road decidono di rifare i prati. Fino ad allora l’erba di Wimbledon era un misto: settanta per cento loietto - quella robusta da campo sportivo, stelo largo, che regge quindici giorni di scarpe chiodate - e il resto erbe più fini. Dal 2001 si passa al loietto puro.
La motivazione è sacrosanta e non la contestiamo: i campi si consumavano male, con zone veloci, zone lente e rimbalzi casuali. Col loietto puro il terreno si tiene asciutto e compatto.
Solo che su un terreno più compatto la palla smette di strisciare. Sale. E se sale, tu hai il tempo di arrivarci.
E guarda caso, gli scambi di Wimbledon si allungano di colpo esattamente da quell’anno.
A chi pensa che stiamo facendo dietrologia rispondiamo di no. In quegli stessi mesi la volontà di rallentare i campi veloci era dichiarata, pubblica e messa a verbale. L’ITF stava testando all’università di Loughborough una palla più grande di circa il sei per cento, con un obiettivo scritto nero su bianco - meno ace, scambi più lunghi - e un bersaglio che nei resoconti dell’epoca aveva nome e cognome: Pete Sampras. I test dissero che con quella palla i colpi per punto aumentavano parecchio.
Quella palla finisce poi nel regolamento come Type 3: stesso peso delle normali, diametro maggiorato, pensata apposta per i campi veloci. Alcuni provarono a fermarla - così ammazzate il serve and volley, dissero.
E infatti, che fine ha fatto quello schema di gioco? C’erano giocatori che ci avevano costruito sopra una carriera intera, la discesa a rete dietro al servizio. Ma di questo magari parliamo un’altra volta.
Il bello è che la Type 3 non l’ha mai usata nessuno. La categoria esiste ancora sulla carta, ma di palle omologate in quella classe, quando abbiamo verificato, non ce n’era nemmeno una.
La palla non è mai arrivata, il serve and volley è morto lo stesso.
Ci hanno pensato i prati.
E due anni dopo il cambio d’erba, un ventunenne svizzero vince il suo primo Wimbledon. Poi altri quattro di fila, poi altri tre. Otto in totale.
Roger Federer non è la vittima dell’uniformità delle superfici.
È il primo capolavoro dell’uniformità delle superfici.
E non lo diciamo solo noi col senno di poi: a fine anni Duemila giravano teorie identiche a queste di oggi, solo che l’imputato era il duopolio Federer-Nadal, e il movente era costruire le finali che il pubblico voleva vedere.
Stessa identica accusa. Vent’anni dopo. E stavolta a dirla è proprio Roger.

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Su Zverev, invece, basta leggere il calendario.
Quando parla a Shanghai, nell’ottobre 2025, ha zero Slam in bacheca e tre finali perse. Otto mesi dopo vince il Roland Garros: il primo, alla quarta finale.
Ma quel titolo arriva sulla terra. La superficie più lenta che esista, esattamente quella di cui si era lamentato. E in un tabellone dove Sinner era uscito al secondo turno, Djokovic al terzo e Alcaraz non c’era proprio.
Onestà totale, però: quella primavera Carlos era fermo per il polso e si è perso Madrid, Roma, Parigi e Wimbledon. Due dei cinque Masters di Jannik e la difesa dei Championships sono arrivati senza di lui in tabellone. Chi volesse ridimensionare quei titoli userebbe la stessa arma che abbiamo appena usato contro Sascha.
Ed è proprio per questo che il discorso di Federer non tiene botta. Se a decidere fosse la velocità del campo, i risultati cambierebbero quando cambia il CPI. Invece cambiano quando cambia il tabellone.
Zverev non ha vinto perché la terra era lenta. Ha vinto perché quei due non c’erano. Perché alla fine vince chi si adatta meglio, e ad adattarsi meglio di loro non ci riesce nessuno.
La variabile non è mai stata il campo. È sempre stata la presenza in campo di Sinner e Alcaraz.
E infatti, un mese dopo, quando Jannik dall’altra parte della rete c’è, Zverev perde la finale di Wimbledon. Decima sconfitta consecutiva contro di lui, su tre superfici diverse.
Rennae Stubbs l’ha chiusa meglio di tutti:
“mettili su una pista di pattinaggio, quei due vincono lo stesso. Perché si adattano.”
E allora mettiamo insieme i pezzi, perché la risposta onesta sta nel mezzo e non farà contento nessuno.
L’uniformità è reale. Il valore minimo del CPI alzato di sei punti, il serve and volley sepolto, gli scambi che sui prati inglesi si sono allungati di colpo dal 2001. Su questo Federer ha ragione, e va bene.
Ma l’uniformità non ha costruito Sinner e Alcaraz.
Tra marzo e maggio Jannik ha vinto cinque Masters 1000 di fila su campi che andavano da 25 di CPI a Roma fino a 39 a Indian Wells. Quattordici punti di escursione, stesso tennis, cinque trofei. Carlos ha completato il Career Grand Slam a ventidue anni, il più giovane della storia.
Non sono figli di una fascia di velocità. Sono semplicemente più forti degli altri, su qualunque superficie li mettiate a giocare.
Quello che l’uniformità ha tolto non è il loro talento.
È l’effetto sorpresa.
È la settimana all’anno in cui un Ivanisevic qualsiasi - una wild card numero 125 del mondo, Wimbledon 2001 - si prendeva il torneo perché su quel terreno lì il suo servizio valeva più di qualsiasi classifica. Il colpo di fortuna strutturale. La possibilità che il tabellone saltasse da solo.
Non hanno rallentato il tennis. Gli hanno tolto gli estremi. E gli estremi erano il posto dove nascevano le sorprese.
E allora la domanda vera è un’altra: li rivorreste, quegli estremi? Anche a costo di vedere uno Slam vinto da uno che poi in top 20 non lo rivedete mai più? O il tennis di oggi, dove vince quasi sempre il più forte, è semplicemente più giusto?
🇨🇦 Prima di lasciarci vi ricordo che Montreal è attivo in app. Se non avete già creato la vostra squadra questo è il momento!


