Le wild card non premiano nessuno, ed è questo il problema

ApprofondimentoJul 315 min
Le wild card non premiano nessuno, ed è questo il problema

Il 28 luglio Jack Draper si ritira dal torneo di Washington alla vigilia del suo primo turno. Il 29 luglio accetta una wild card per il main draw di Montreal, un Masters 1000. Ventiquattro ore tra un forfait e un invito, e i social hanno deciso che il colpevole era lui.

Hanno sbagliato bersaglio. Draper non ha infranto nessuna regola, perché non esiste una regola da infrangere. Ed è esattamente questo il punto: il dibattito sul merito delle wild card è una discussione mal posta su un oggetto che con il merito non ha mai avuto niente a che fare. La wild card non è un premio. È un'opzione finanziaria che il torneo regala a un giocatore, e che il giocatore può lasciar scadere senza pagare nulla.

I tornei non regalano: comprano

Cominciamo col dire la cosa che nessuno dice ad alta voce quando si indigna. Un torneo non assegna una wild card per fare giustizia sportiva. La assegna per riempire il tabellone di nomi che vendono biglietti, che spostano diritti televisivi, che danno un titolo ai giornali il lunedì mattina.

Valérie Tétreault, direttrice del National Bank Open, lo ha praticamente messo per iscritto nel comunicato: il tabellone principale di Montreal ora può contare su due giocatori di richiamo, Gaël Monfils e Jack Draper. Di richiamo, non meritevoli. È una scelta commerciale dichiarata, fatta da chi paga il montepremi con i propri soldi.

Su questo terreno la difesa è imbattibile: Draper resta uno dei nomi più grossi del tennis quando sta bene, ha vinto Indian Wells nel 2025 ed è arrivato a numero 4 del mondo poco più di un anno fa. Se il criterio è l'attrattiva, un ex top 5 di ventiquattro anni la supera comodamente. Chiedere a Montreal di premiare invece un giocatore appena fuori dal taglio del tabellone significa chiedere a un'azienda di fare beneficenza con il proprio inventario.

Quindi la protesta sul merito è persa in partenza. Ma sotto ce n'è un'altra, molto più solida, che nessuno sta facendo.

Il conto lo paga sempre qualcun altro

Washington aveva dato a Draper una wild card per il tabellone principale. Poi il forfait è arrivato a ridosso del via, troppo tardi per rimediare con un altro invito, e al suo posto è entrato un lucky loser, Mackenzie McDonald.

Il torneo ha perso il nome su cui aveva puntato uno dei suoi inviti, e con esso l'unica cosa che quell'invito doveva comprare. Chi era in lista d'attesa aveva ormai preso impegni altrove. E il posto è finito, per caso, a chi aveva perso in qualificazione. Un intero meccanismo di selezione azzerato in una notte, senza che nessuno debba renderne conto.

A Montreal la stessa scena si ripete con un dettaglio che merita attenzione. Kei Nishikori, ex numero 4 del mondo e finalista Slam, ha ricevuto una wild card per le qualificazioni. Draper l'ha ricevuta per il tabellone principale. Sono le stesse credenziali storiche, valutate in modo opposto, e in un Masters 1000 quella differenza vale un posto che qualcun altro avrebbe conquistato giocando.

Questo è il costo reale, e non compare mai nella discussione perché la vittima è invisibile. Non ha un nome che i social possano taggare. È il giocatore che si è fermato appena fuori dal taglio, quello che a Montreal ci sarebbe arrivato in aereo con i propri soldi per giocare due turni di qualificazione.

L'obiezione più forte, e perché non basta

C'è un'obiezione seria da affrontare, ed è quella medica. Draper ha un infortunio documentato al braccio sinistro che si trascina dall'estate 2025, gli ha fatto saltare tutti e tre gli Slam disputati finora nel 2026 e lo ha tenuto fuori per quasi tutta la stagione. Un riacutizzarsi può bloccarti di lunedì e lasciarti giocare la settimana dopo. La fisiologia non è tenuta a essere narrativamente coerente.

Boris Becker ha chiesto pubblicamente perché Draper si ritiri così spesso alla vigilia, notando che il giorno prima aveva fatto un buon allenamento con Ben Shelton. È una domanda legittima da porre. Non è una prova di niente, e trasformarla in un processo alle intenzioni di un ragazzo che su Instagram ha scritto che accettare la situazione è stata la sua sfida più grande è, oltre che sgradevole, inutile.

Ma l'obiezione medica difende Draper, non difende il sistema. Anzi lo inchioda. Se il rischio che un invitato non scenda in campo è alto e prevedibile, allora è un rischio che va prezzato, non rimosso dal discorso. Oggi la wild card viene annunciata con settimane di anticipo, incassata in termini di visibilità nel momento stesso dell'annuncio, e restituibile fino all'ultimo minuto a costo zero. È un'opzione senza premio: tutto il rialzo al giocatore, tutto il ribasso al torneo.

Sistemarlo non richiede di punire nessun infortunato. Richiede due cose banali. Assegnare le wild card il giorno del sorteggio, non settimane prima, così che un forfait come quello di Washington si possa ancora sostituire con un altro invito invece che con un lucky loser. E stabilire che chi rinuncia a una wild card dopo il sorteggio non ne riceva un'altra per un periodo definito. Nessuno perde il diritto di entrare per ranking o per classifica protetta. Cambia solo che l'invito smette di essere gratis.

Draper agli US Open, con il suo 147, è fuori dall'ingresso diretto: o un invito, o le qualificazioni. Se arriverà l'invito, sarà giusto così: è un semifinalista del 2024, è esattamente il tipo di storia che un torneo vuole raccontare. Il problema non è mai stato lui. Il problema è che in questo sport si può ricevere più volte la stessa cortesia senza che nessuno tenga il conto di quante volte è stata restituita. I social hanno urlato contro un ventiquattrenne con un braccio malandato. Avrebbero dovuto urlare contro un regolamento che, sulle wild card, semplicemente non esiste.