Lo US Open ha costruito il palco, poi si è lamentato dello spettacolo

ApprofondimentoSep 45 min
"Guys, please, in the suite behind me, thank you guys, please take your seat." La frase più onesta del torneo l'ha pronunciata Kader Nouni al microfono, lunedì, voltandosi verso un gruppo che girava c...
"Ragazzi, per favore, nella suite dietro di me, grazie ragazzi, per favore sedetevi."

La frase più onesta del torneo l'ha pronunciata il giudice di sedia Kader Nouni al microfono, lunedì, voltandosi verso un gruppo che girava contenuti in una suite mentre Naomi Osaka provava a servire. Il video ha fatto il giro del mondo con la morale già allegata: gli influencer stanno rovinando il tennis.

È una morale comoda. Chi ci fosse esattamente in quella suite - creator accreditati dal torneo, ospiti di un marchio - non è mai stato chiarito. Quello che è chiaro è il posto: una tribuna che lo US Open ha costruito, venduto e piazzato dentro l'inquadratura perché ci si facesse vedere.

I fatti sono piccoli. Quarto game del secondo set contro Anastasia Zakharova, sul deuce, Osaka al servizio. In una suite dietro il seggiolone dell'arbitro un gruppo si alza, accende luci portatili e le tiene accese con la palla in gioco. Nouni ferma tutto. Alla ripresa Osaka sbaglia il lancio, si scusa con l'avversaria, e vince comunque in due set. Fine dell'incidente, inizio della caccia al colpevole.

I numeri dicono che non è stato un incidente

Nel 2025 lo US Open ha accreditato per la prima volta i content creator come media: 54. Quest'anno sono quasi 100. Jeanmarie Daly, che dirige le operazioni media della USTA, l'ha spiegato senza giri di parole:

"Ci siamo resi conto di vivere in un mondo in cui i media tradizionali e i content creator raggiungono pubblici diversi in modi diversi."

È una scelta industriale, dichiarata e ragionata, non una falla nel sistema degli accrediti.

Poi c'è la geografia. La suite in questione sta dietro il seggiolone dell'arbitro, e quando il gruppo si è alzato la regia ci ha puntato la telecamera. È difficile pensare che chi compra un posto lì non stia comprando anche un po' di visibilità. Vale per una banca, vale per un marchio di moda, vale per chi produce contenuti di mestiere. Vendere quello spazio e poi sorprendersi se qualcuno ci recita dentro è una posizione difficile da difendere.

Il resto del conto lo fa il torneo stesso. L'Arthur Ashe è nel mezzo di una ristrutturazione da 800 milioni di dollari, la più grande della sua storia, che porterà i posti courtside da 3.000 a 5.000 e aggiungerà un centro di preparazione per i giocatori da 250 milioni. Nel 2025 sono stati serviti 738.459 Honey Deuce a 23 dollari l'uno, quasi 17 milioni di ricavi da un solo cocktail. Un'organizzazione che monetizza la propria atmosfera con questa efficienza non può chiedere ai suoi ospiti di comportarsi come in una biblioteca.

L'obiezione di Medvedev, e perché non basta

La difesa più seria arriva da Daniil Medvedev, che sul tema è stato netto:

"Più cerchiamo di far crescere l'attenzione sul tennis, meglio è. Più lo sport è popolare, più è certo che ci siano anche dei lati negativi."

Ha ragione sulla premessa. Il tennis non ha un pubblico infinito e non può permettersi di trattare ogni nuovo arrivato come un intruso. Nessuno chiede di confiscare i telefoni all'ingresso di Flushing Meadows.

Il problema è la soluzione che propone subito dopo:

"Se ti disturba mentre giochi, se vedi la luce o roba del genere, puoi sempre dirlo all'arbitro."

Tradotto: l'onere di far rispettare l'etichetta ricade sul giocatore, a metà servizio, in mezzo a una partita di Slam. Jessica Pegula ha messo il dito lì:

"Là sotto c'è gente che prova a rendere, ed è la loro carriera e il loro lavoro. Sembra un po' irrispettoso."

Pegula non chiede di cacciare nessuno, anzi apprezza i creator che raccontano il cibo, la moda, l'esperienza del torneo. Chiede che il costo non sia suo.

La USTA ha risposto per bocca di Brendan McIntyre, responsabile della comunicazione del torneo:

"Vogliamo che i nostri tifosi e i nostri ospiti vivano un'esperienza straordinaria quando vengono allo US Open, ma dobbiamo anche assicurarci che questo non interferisca con l'azione e la competizione in campo."

Ha aggiunto che episodi del genere capitano di rado e che gli arbitri hanno sempre la facoltà di rivolgersi al pubblico. È la risposta di chi preferisce trattare un problema di progettazione come un'anomalia statistica.

Basterebbe una riga di regolamento

Serve una riga di regolamento, e il torneo può scriverla domani. Niente luci artificiali accese e niente servizi fotografici in piedi con la palla in gioco, sanzione la revoca dell'accredito. Due righe, firmate insieme al pass.

Al pubblico in tribuna il torneo chiede da sempre di restare seduto durante gli scambi e di spostarsi ai cambi di campo. Scrivere la stessa cosa, per iscritto, sul pass di chi entra a produrre contenuti è amministrazione ordinaria, non un atto di coraggio.

Se gli accrediti continueranno a crescere con il ritmo degli ultimi due anni, la ring light tornerà. Va benissimo, a patto che qualcuno decida prima quando si può accendere. Finché quella regola non esiste, lo US Open continuerà a delegarla a un arbitro che si volta e chiede per favore, una suite alla volta. Nouni ha fatto il suo lavoro. Lunedì ha fatto anche quello di qualcun altro.