Musetti-Fery a Tokyo: perché tre set cambiano tutto

Lorenzo Musetti ha battuto Arthur Fery meno di quattro settimane fa, al primo turno dello US Open, 6-3, 6-3, 7-5. Il 30 settembre si rigioca la stessa partita al primo turno del Japan Open, sul cemento outdoor dell'Ariake Coliseum. Musetti resta favorito. Il margine, però, non è lo stesso: a New York aveva cinque set per sistemare una partita che andava peggiorando, a Tokyo ne ha tre.
La curva dei set di New York
Il punteggio di Flushing Meadows si legge in una sola direzione. Musetti ha strappato il servizio di Fery nei primi due set, chiudendo entrambi 6-3; nel terzo è arrivato al 7-5. La partita non è diventata più facile con il passare dei minuti, è diventata più stretta.
Il motivo era in buona parte dall'altra parte della rete. Fery era al debutto assoluto sui campi di New York, appena salito al suo best ranking (numero 33 il 31 agosto), e ha pagato il conto nei momenti che contano: doppi falli nell'ottavo game del primo set, gratuiti sulle palle pesanti. Musetti stesso ha ammesso di non aver giocato il suo miglior tennis, e ha spiegato la vittoria con l'attitudine e con il piano tattico rispettato.
Un terzo set combattuto contro un giocatore che non stava esprimendosi al massimo è un segnale di crescita. Il problema è che quel segnale, in un best-of-three, arriva quando la partita è già finita. Al meglio dei cinque Fery ha avuto tempo per leggere l'avversario e due set per usare la lettura. A Tokyo quel tempo non esiste.
La variabile vera: la seconda ora di Musetti
Il 2026 di Musetti si spiega meglio guardando dove si ferma che dove arriva. Il 12 gennaio era numero 5 del mondo, terzo italiano della storia dentro i primi cinque. Oggi è scivolato fuori dai primi venti.
In mezzo c'è la vittoria su Taylor Fritz negli ottavi in Australia e poi il ritiro nei quarti contro Novak Djokovic mentre conduceva due set a zero. C'è la rinuncia al Roland Garros per una lesione al retto femorale. E c'è lo US Open, dove dopo aver superato Fery è uscito al secondo turno contro Dane Sweeny, numero 123 del mondo, 3-6, 6-1, 6-2, 6-2, tra vertigini e nausea, con ogni probabilità un colpo di calore. La sua definizione della stagione è stata "un'odissea".
Il livello della prima ora non è in discussione. Quello che manca, quest'anno, è ciò che resta dopo.
Cosa può cambiare Fery in quattro settimane
Fery è alto 1,75 metri e non vincerà questa partita al servizio. La sua stagione è cresciuta sulla profondità in risposta e sul rifiuto di regalare lo scambio neutro: semifinale a Wimbledon da wild card, con Grigor Dimitrov e Flavio Cobolli battuti per strada, primo britannico entrato in semifinale Slam partendo da un invito. Sul cemento il quadro è più sottile: ci arriva dalla finale di Winston-Salem, persa contro Ignacio Buse 3-6, 2-6. Conosce il cemento. È anche la superficie dove il suo margine si assottiglia.
Se New York lascia un'indicazione tecnica, è quella dei vincenti di Musetti arrivati dal rovescio lungolinea. Rifornire quel colpo, da fondo e in risposta, è il modo più rapido per perdere di nuovo. Fery deve giocare attraverso il dritto dell'italiano e prendere la palla prima, perché da fermo perde il confronto di peso.
La previsione, e cosa la smentisce
Musetti parte favorito, con un vantaggio più sottile di quanto suggerisca il 6-3, 6-3, 7-5 di settembre. Leggero, non netto: il suo livello base su cemento resta superiore, e il formato breve gli risparmia la parte di partita in cui quest'anno si è complicato la vita.
La condizione di smentita è precisa. Se Fery porta il match al terzo set, il pronostico si gira; se Musetti mostra un problema fisico nella prima ora, come gli è capitato più volte in questa stagione, si gira prima ancora. Da tenere d'occhio il numero di break concessi da Fery nei primi tre turni di servizio: in Bo3 non ha un secondo tempo per recuperarli.
Chi passa trova con ogni probabilità Taylor Fritz, terza testa di serie, al secondo turno. Nessuno dei due può arrivarci pagando il primo turno con tre ore di campo.


