Venus Williams deve smettere di giocare (in singolare)

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Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.
Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.
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Martedì la USTA (la FITP americana) ha annunciato le wild card per il main draw singolare dello US Open.
Una è andata a Venus Williams.
Singolare. Non doppio, non misto: singolare.
Quattro giorni dopo un 6-2 6-2 incassato al primo turno di Cincinnati da una ragazza uscita dalle qualificazioni.
Allora lo diciamo subito, così ci insultate con cognizione di causa:
Venus Williams dovrebbe smettere di giocare il singolare.
Non smettere col tennis. Ma smettere col singolare.
E no, non è una questione di età, di rispetto o di “ha stufato”. È una questione di cosa resta attaccato al suo nome ogni volta che entra in un tabellone dove non può più stare.

Venerdì scorso, a Cincinnati, è durata sessantasei minuti. Emiliana Arango: venticinque anni, colombiana, numero 95 del mondo. Da bambina guardava Venus in televisione, e a fine partita ha ammesso che le sembrava tutto assurdo.
Venti vincenti, quaranta errori gratuiti, zero break strappati. Questi i numeri di Venus.
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Poi su X è girata la grafica che ha acceso la miccia: “0-14”.
Quattordici sconfitte consecutive in singolare. La striscia più lunga della sua carriera. Da una parte chi si è messo a contare ridendo, dall’altra chi ha invocato “un po’ di decenza e compassione”.
Solo che stanno litigando sull’etichetta. Se sia lecito ridere, se convenga tacere per rispetto, chi è il maleducato.
Tutta roba che non c’entra niente con la domanda vera, quella che nessuno ha voglia di fare:
ha ancora senso che Venus entri in un tabellone di singolare?
E non è una questione di buon gusto. È una questione di numeri.
L’ultima vittoria in singolare è del 22 luglio 2025, a Washington, contro Peyton Stearns. Quel giorno Venus è diventata la giocatrice più anziana a vincere una partita WTA dai tempi di Navratilova, e beh è stato bello vedere una leggenda collezionare un altro record.
Poi guardate cosa è successo dopo.
Auckland, Hobart, Melbourne, Austin, Indian Wells, Miami, Madrid, Bad Homburg, Washington, Toronto, Cincinnati.
Undici tornei nel 2026. Undici primi turni. Zero vittorie.
Classifica oltre la seicentesima posizione.
E il dettaglio che fa più male è a Melbourne, a gennaio: contro Danilovic era avanti 4-0 nel terzo set. Ha perso sei giochi di fila.
Non è un calo di forma. È un’altra categoria di sport.
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Attenzione però, perché il suo alibi è bellissimo e ce l’ha servito lei tre giorni prima di Cincinnati: vincere e perdere non hanno età.
Ha aggiunto che sta bene, che non ha acciacchi cronici, che dopo l’operazione ai fibromi del 2024 il corpo risponde.
E ha pure ragione. Il problema è che il corpo non è l’unico giudice.
Perché a quarantasei anni il singolare è l’unico posto del circuito dove non esiste nessuno che ti copra. Sei sola, al meglio dei tre set, contro una che ha metà dei tuoi anni e il doppio della tua velocità di gambe. Non c’è tattica, non c’è mestiere, non c’è aura che tenga.
E succede la cosa peggiore: che le ragazze che la battono si scusano.
Arango che dice “assurdo”. Bouzas Maneiro, l’anno scorso proprio a Cincinnati: “è una leggenda, è stato un privilegio”. Tutte a chiedere permesso mentre le danno una rumba.
Quello non è più tennis. È una cerimonia in cui una delle due deve fingere di non aver capito cosa sta succedendo.
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Poi c’è l’argomento che tirerà fuori qualcuno di voi nei commenti: “sì, ma lei riempie lo stadio”.
Vero. Ed è il motivo per cui i tornei continuano a darle wild card. A febbraio, presentando quella di Indian Wells, il direttore Tommy Haas l’ha spiegata così:
“Venus è una leggenda di questo sport, e una delle giocatrici più vincenti che il tennis abbia mai visto”.
Rileggetela: non c’è una parola sul presente. C’è solo il palmarès.
E i tornei ci puntano tutto, su quel palmarès. Di sicuro non su una vittoria al primo turno.
La cosa che ci manda fuori di testa, però, è che una via d’uscita esiste già. Ed è a prova di bomba.

Facendo un paragone con un’altra grandissima del passato: Martina Navratilova torna nel 2000, a quarantatré anni. Il singolare quasi non lo tocca più. Nel 2003, a quarantasei - gli stessi che ha oggi Venus - vince il doppio misto in Australia e a Wimbledon con Leander Paes e diventa la campionessa Slam più anziana della storia. Chiude nel 2006, a quarantanove, vincendo il doppio misto dello US Open con Bob Bryan.
Ultima partita della carriera. Con un trofeo in mano.
Martina l’aveva capito prima di tutti: c’è un campo dove l’età ti condanna e uno dove non conta quasi niente. Bastava scegliere quello giusto.
Quel campo, tra l’altro, Venus ce l’ha già sotto i piedi.
A Cincinnati è tornata in doppio con Serena, prima volta insieme dallo US Open 2022. Doveva succedere già a Wimbledon, dove avevano l’invito in coppia, ma il ginocchio di Serena - ridotto male nella sconfitta al primo turno di singolare - ha fatto saltare tutto. Quel ritorno lo avevamo raccontato a luglio, quando ci eravamo chiesti se avesse senso per il tennis o solo per lei. Un mese dopo, la risposta se l’è data da sola: a Cincinnati, nel tabellone di singolare, Serena non c’era. Solo doppio.

La partita dell’altra notte lo spiega meglio di noi.
Venus e Serena l’hanno persa, contro Kostyuk e Stearns. Ma l’hanno persa 6-2 1-6 10-8: un set strappato a due ottime singolariste e un super tie-break finito a due punti dal ribaltone.
Tenete accanto i due punteggi di questa settimana. Venerdì: 6-2 6-2, sessantasei minuti, un’avversaria che a fine partita chiede scusa. Martedì all’alba: 10-8, due punti.
Stesso torneo, stessa giocatrice, stesso campo. Due sport completamente diversi.
Dettaglio da film: dall’altra parte della rete c’era Peyton Stearns. L’ultima giocatrice che Venus abbia battuto in singolare, un anno fa a Washington.
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Eppure a New York l’invito è arrivato di nuovo per il singolare, dove sarà la più anziana al via dai tempi di Renée Richards nel 1981. E ne hanno tenuto da parte un altro, ancora senza nome: se lo vuole, dicono, è per Serena.
Pensate ai cantanti. Quelli da stadio, a sessant’anni, dal vivo le canzoni le abbassano di tono. Cambiano l’arrangiamento, tagliano gli acuti che non arrivano più, mettono in scaletta quelle dove serve la voce e non la potenza. E nessuno grida al tradimento: il concerto è bellissimo lo stesso.
Poi c’è quello che parte lo stesso con l’acuto originale. E per tre minuti lo stadio smette di ascoltare la musica e tifa soltanto perché ce la faccia.
Ecco, il singolare di Venus è diventato quell’acuto.
Il tennis a lei deve tutto: la parità di montepremi a Wimbledon è roba sua, cinque titoli su quei prati sono roba sua. Le si dia il doppio, il misto - si è iscritta con Bublik a quello col milione di dollari in palio -, la standing ovation, la serata di gala col suo nome sopra.
Il tabellone di singolare, invece, andrebbe chiuso. Perché è l’unico posto dove il regalo si trasforma in referto: 6-2 6-2, sessantasei minuti, quaranta gratuiti.
E rischia di rovinare il ricordo di una gigante del tennis.
E allora ditecelo voi, che tanto lo sappiamo già che sotto questo post ci si ammazza.
Team “Venus gioca finché le pare, e chi se ne frega del punteggio”? O team “basta singolare, si prenda il doppio: là la partita è ancora una partita”?


