VERONICA #53: Boicottaggio: la parola che fa tremare gli Slam

May 13Lorenzo Zantedeschi4 min
VERONICA #53: Boicottaggio: la parola che fa tremare gli Slam

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C’è una parola che nel tennis non si era mai sentita davvero.

Non nei corridoi, non nelle conferenze stampa, non nelle dichiarazioni ufficiali. Una parola che nello sport individuale per eccellenza - quello in cui ognuno corre, vince e perde per sé - sembrava quasi un controsenso. Eppure, al Foro Italico, quella parola l’ha pronunciata la numero uno del mondo. Poi l’ha ripresa la numero quattro. Poi un’altra, e un’altra ancora.

Boicottaggio.

Non è stata una conferenza stampa come le altre. È stata una prima crepa nel muro.

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Facciamo un passo indietro.

Il 17 aprile il Roland Garros ha annunciato il montepremi più alto della sua storia: 61,7 milioni di euro per l’edizione 2026, con un aumento del 9,5% rispetto all’anno precedente. Da fuori sembra un’ottima notizia. Da dentro, no. Perché nel frattempo il fatturato del torneo è cresciuto ancora di più: 395 milioni di euro nel 2025, +14% sull’anno prima. Tradotto in percentuale, la fetta che resta ai giocatori si è ristretta - dal 15,5% del 2024 al 14,9% proiettato per il 2026. Un calo piccolo sulla carta, ma abbastanza per alimentare la sensazione che la crescita del tennis non venga redistribuita allo stesso modo.

Il 4 maggio una lettera firmata da una ventina tra i migliori tennisti del mondo - Sinner, Alcaraz, Sabalenka, Gauff, Swiatek, Paolini, Zverev, tra gli altri - è arrivata sui tavoli dei quattro Slam, parlando di “profonda delusione” per una decisione presa senza consultare nessuno.

Non è la prima lettera. È la terza in un anno.

Tre lettere, zero risposte sostanziali.

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Il giorno dopo, a Roma, i giocatori sono usciti uno alla volta in sala stampa. Sabalenka per prima, dicendo che prima o poi si arriverà a un boicottaggio se le cose non cambiano. Gauff subito dopo: “Lo vedrei al cento per cento, se ci mettessimo tutti d’accordo”. Paolini: “Se siamo uniti, e in questo momento lo siamo, si può arrivarci”. Solo Swiatek ha frenato: “Boicottare è un po’ estremo, prima si dialoga”. Djokovic, che di questa battaglia è stato il pioniere fondando la PTPA nel 2020, stavolta guarda da fuori - ha lasciato la PTPA a gennaio - ma fa sapere che “i giocatori sapranno sempre di avere il mio supporto”.

Sinner, dal canto suo, non si è sbilanciato - ma non ha nemmeno chiuso la porta. “Non posso prevedere il futuro, ma credo che da qualche parte bisogna iniziare. Non mi sento il solo a pensarlo.”

Ora, la domanda che tutti ci siamo fatti almeno una volta.

“Ma dai, parliamo di milionari che si lamentano di guadagnare poco. Davvero?!”

Fermi. Il punto non sono i soldi in senso assoluto. Nessuno sta dicendo che i 2,8 milioni al vincitore di Parigi siano una miseria. Il punto è la proporzione, e soprattutto il principio. Nei Masters 1000 (Roma compresa) i giocatori ricevono circa il 22% dei ricavi. Negli Slam si fermano al 15%. Nelle grandi leghe americane (NBA, NHL, MLB), gli atleti si spartiscono circa la metà dell’intera torta.

Ma soprattutto: il punto è chi decide.

Il calendario lo decide qualcun altro. Le palline le decide qualcun altro. La quota di ricavi la decide qualcun altro. E i giocatori, senza i quali non c’è niente da vendere, hanno sempre accettato perché vincere un torneo importante valeva più che protestare. Come ha detto Sabalenka a Roma: “Senza di noi non c’è spettacolo”. Sembra ovvio. Nel tennis, non lo è mai stato.

Il dettaglio più importante di tutta questa storia è che la protesta non viene dai numeri 200 del mondo, quelli che vivono di rimborsi e biglietti aerei. Viene da chi ha già vinto, da chi non avrebbe nessun motivo personale di alzare la voce. Quando i giocatori più ricchi e famosi del circuito parlano di equità anche per chi sta in fondo alla classifica, di solito è un sintomo: qualcosa, dentro il sistema, ha smesso di funzionare anche per loro.

Ma non è la prima volta.

Il tennis ci è già passato: siamo nel 1973, a Wimbledon. Il tennista jugoslavo Nikola Pilic viene squalificato dalla sua federazione - e poi dall’ITF - perché sceglie di giocare un torneo professionistico invece della Coppa Davis. Il neonato sindacato ATP si impunta: o gioca Pilic, o non gioca nessuno. Wimbledon è convinta che sia un bluff, e tiene il punto.

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Ottantuno giocatori disertano il torneo più famoso del mondo.

I giornali inglesi li massacrano: “Stupidi e affamati di soldi”. Eppure quel boicottaggio cambia tutto e segna l’inizio dell’era del professionismo moderno in cui i giocatori iniziano ad avere voce in capitolo su cosa succede dentro al loro stesso sport.

La storia, come sempre, non si ripete uguale. Ma fa rima.

Allora: si arriverà davvero al boicottaggio?

Probabilmente no, almeno non al Roland Garros 2026. E forse questa è proprio la forza della situazione.

Il sindacato che funziona è quello che sa di non potersi permettere di scioperare davvero - e per questo riesce a non doverlo mai fare.

La minaccia credibile è già metà della partita: una volta che la parola è stata pronunciata, gli Slam sanno che potrebbero. E sapere che potrebbero, nei negoziati, cambia tutto.

Sinner che “non esclude nulla”, Gauff che dice “cento per cento”: queste frasi valgono già qualcosa nella “Situation Room” di Parigi, anche senza che nessuno salti una partita.

Ma una soglia è stata attraversata. Una volta che certe parole entrano nel dibattito pubblico, è difficile tornare semplicemente a come si stava prima.

Il tennis che usciva dagli anni Settanta era uno sport di gentiluomini che giocavano per la gloria. Il tennis di oggi è una multinazionale da centinaia di milioni in cui i protagonisti continuano ad avere pochissimo spazio nelle decisioni che li riguardano. Da qualche parte, prima o poi, qualcuno doveva pur alzare la mano.

I giocatori hanno ragione, oppure no?

Voi da che parte state?