VERONICA #59: Cinquanta sfumature di bianco ⚪️

Jul 1Lorenzo Zantedeschi6 min
VERONICA #59: Cinquanta sfumature di bianco ⚪️

Ciao e benvenuti su Veronica - la voce scomoda del tennis, la newsletter editoriale di Ace Cream!

Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.

Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

Facciamo un gioco: prendete una foto della top 10 del 2005.

I migliori del mondo, i nomi che riempivano gli stadi. Guardate come sono vestiti, uno per uno.

Quanti marchi diversi riuscite a contare nel loro abbigliamento?

Due. Forse tre, se vi va di lusso.

C’era Nike e c’era Adidas. Punto.

Lo swoosh o le tre strisce. E chi non li aveva addosso, li voleva: erano le uniche due porte per entrare nella stanza che conta, l’unico timbro che ti certificava come “uno che ce l’ha fatta”.

Bene, adesso fate la stessa cosa con la classifica di oggi.

Massimiliano Ambesi (commentatore di Eurosport) qualche settimana fa l’ha fatto su X e, foto alla mano, è un dato che ci ha fatto fermare un attimo: nella top 40 ATP ci sono diciannove marchi tecnici diversi. Nella top 40 WTA, diciassette.

19 e 17. Su quaranta.

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Da questo suo post nasce l’editoriale di oggi.

Guardate la lista maschile e vi gira la testa:

Sinner e Alcaraz in Nike, ok. Ma poi Shelton e Cobolli con On. Bublik e Darderi in EA7, cioè Armani. Fritz con Hugo Boss, oltre a Berrettini che vabbè è fuori classifica per i vari infortuni. Rublev con K-Swiss, Tiafoe in Lululemon, Machac in Joma, Tabilo in Ellesse. Poi Djokovic e Medvedev con Lacoste, Musetti con Asics, De Minaur con Wilson e non facciamo l’elenco intero per non tediarvi (e anche perché potete vederlo da voi nelle immagini qui sopra) ma avete capito il concetto.

Sono tutti brand che anche solo dieci anni fa, nel circuito, erano di nicchia. Oppure nemmeno esistevano.

Oggi si dividono la fetta più ricca del ranking.

Il vecchio duopolio - quel muro di gomma che per vent’anni ha deciso chi era dentro e chi fuori - si è praticamente sgretolato. Non è più una sfida a due. È un mercato aperto.

E, sinceramente, questa cosa la troviamo bellissima.

Eh sì.

Perché per anni ci hanno raccontato che fuori da Nike e Adidas non si fosse realmente considerati. Che un brand “minore” addosso fosse quasi un certificato di seconda fascia. Un giocatore col logo strano era uno che “non ce l’aveva fatta” a firmare coi grandi, o perlomeno non ancora.

Beh, oggi questa cosa non esiste più.

Anzi, già da un pezzo è iniziato il processo opposto se ci pensate: giocatori da sempre con Nike e Adidas che abbandonano i colossi per vestire un altro marchio.

Marta Kostyuk che da Nike passa a Wilson.

Emma Raducanu che sempre da Nike passa a Uniqlo, che prima aveva sottratto Roger Federer al brand del baffo e prima ancora vestiva Djokovic. Mica due nomi a caso, insomma.

Già lì il messaggio era chiaro:

il logo non fa il campione.

Il campione fa il logo.

Oggi quel messaggio è promosso dall’intero circuito. Lacoste veste gente che è stata numero uno del mondo (Medvedev e Djokovic). Asics, Yonex, Hugo Boss, Vuori, EA7, Wilson, K-Swiss e On vestono tra i giocatori e le giocatrici più forti attualmente.

È successo nel tennis quello che qualche anno prima è successo nella musica.

Una volta c’erano quattro major discografiche e o firmavi con loro o non esistevi. Poi è arrivato lo streaming, e all’improvviso chiunque con un microfono in cameretta poteva scalare le classifiche senza chiedere il permesso a nessuno. Il monopolio è caduto, e all’improvviso la roba interessante era dappertutto.

Stessa identica dinamica tra i brand di abbigliamento tennistico. E quando il potere si spalma, vince la varietà.

Ma è dopo questo grande cappello introduttivo che arriva il bello: come fai a parlare di varietà proprio adesso che si gioca un torneo che ti obbliga a vestire tutti i giocatori di bianco?

Tutta questa libertà - una ventina di brand, mille identità diverse, ognuno col suo stile - da lunedì hanno sbattuto contro il muro dell’uniformità e della tradizione.

Wimbledon.

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I Championships sono iniziati il 29 giugno e andranno avanti fino al 12 luglio. E lì, come sapete, c’è una regola che non si tocca dal 1877: si gioca in bianco. Bianco totale, predominante, integrale. Niente colori, niente fantasie vistose, manco la suola delle scarpe può sgarrare (Federer lo sa bene!).

Il dress code più rigido del pianeta tennis.

Ed ecco il paradosso meraviglioso: una ventina di marchi che hanno passato un’intera stagione a farsi notare come a dire “guardate quanto sono diverso io”, a Londra si ritrovano tutti obbligati a vestire i loro campioni esattamente dello stesso colore.

Bisogna differenziarsi nella somiglianza. La sfida più difficile che esista.

Perché è facile distinguersi quando puoi usare il fucsia, il fluo, le grafiche aggressive. Bravi tutti. Provateci quando avete a disposizione un’unica tinta e la stessa, identica gabbia regolamentare di tutti gli altri.

Lì esce la creatività vera.

Adidas, ad esempio, ha puntato tutto sull’ingegneria. A Wimbledon lancia il Climacool+, un tessuto nuovo di zecca: niente colori vietati, ma strutture in rilievo, goffrate in 3D, piazzate dove il corpo scalda e suda di più. Petto, spalle, schiena. Roba mappata col body-scan in camera climatica. Lo vestono Zverev, Auger-Aliassime, Svitolina, Muchova.

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Wilson va nella stessa direzione, ma con un’anima più sartoriale: piqué, lavorazioni traforate senza cuciture, tessuti opachi al posto di quelli lucidi. La stessa Marta Kostyuk ripropone il suo “Marta Dress”: già nel 2024 scese in campo con una versione del suo vero abito da sposa.

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Nike, da brava regina decaduta che decaduta non è, gioca sull’heritage: bianchi prodotti senza candeggio, bordini verdi da circolo inglese anni Sessanta, polo che sembrano uscite da una cartolina. Per Osaka, addirittura, un vestito con applicazioni floreali e orlo micro-plissettato.

Tradizione, eleganza, vintage.

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On invece va semplice e mette Swiatek - campionessa in carica - in una silhouette pulitissima, tutta tessuto tecnico e logo ricamato. Minimalismo svizzero.

E poi c’è la mossa più sfacciata di tutte: New Balance che porta Gauff in campo con un completo disegnato da Miu Miu. Sì, la maison di moda. Facciamo parlare le immagini:

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Quindi dobbiamo dire anche “grazie Wimbledon”, che con quel suo regolamento da nobiltà ottocentesca che sembra fatto apposta per rompere le scatole, sta facendo un favore enorme allo sport.

Costringe i brand a essere creativi.

E la creatività, lo sa chiunque abbia mai fatto qualcosa di buono nella vita, fiorisce quando ha un limite contro cui spingere. Non quando ha tutto a disposizione.

In queste due settimane di bianco assoluto, sull’erba di Church Road, capiremo chi sa vestire davvero un campione e chi si limita a fare il compitino.

Il duopolio è morto, lunga vita al caos.

E adesso diteci voi: chi ha l’outfit più bello?

Ma soprattutto, chi ha fatto la figura peggiore?

Vi aspettiamo nei commenti.