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Aug 26Lorenzo Zantedeschi6 min
Nick Kyrgios è sospeso per cocaina. Halep, Swiatek e Sinner sono tre contaminazioni riconosciute: lui è l'unico dei quattro che ha scelto, e ripeteva che quella differenza non conta niente.

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Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

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Il 19 agosto l’ITIA (l’agenzia che si occupa dell’integrità del tennis, quella che gestisce i casi di doping del circuito) ha annunciato la sospensione provvisoria di Nick Kyrgios.

Campione raccolto il 22 giugno all’ATP 250 di Maiorca, il torneo dove aveva perso al primo turno con Adam Walton. Il 17 luglio un laboratorio accreditato dalla WADA (l’agenzia mondiale antidoping, quella che scrive la lista delle sostanze vietate) conferma la benzoilecgonina: il metabolita della cocaina.

Dal 4 agosto è fermo. Non può giocare, non può allenare, non può nemmeno farsi vedere a un torneo.

Nessun ricorso.

Su Instagram, una riga sola che conta:


“Ho commesso un errore enorme e me ne assumo la piena responsabilità”.

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Ora facciamo un passo indietro. Anzi tre.

Settembre 2023. Simona Halep viene squalificata quattro anni per due violazioni: il roxadustat, una sostanza che stimola la produzione di globuli rossi, trovato in un controllo agli US Open 2022, e un’anomalia nel passaporto biologico. Lei si è sempre difesa dicendo che veniva tutto da un integratore contaminato. A marzo 2024 il TAS (Tribunale Arbitrale dello Sport) le darà ragione su tutta la linea - contaminazione riconosciuta, test del sangue giudicato non valido - e ridurrà la pena a nove mesi. Ma nel frattempo era rimasta ferma diciassette mesi, tra i 31 e i 32 anni: la fetta di carriera che non ti restituisce nessuno.

Mentre lei era lì dentro, Kyrgios commentò così:

“Forse i tennisti dovrebbero smetterla di prendere roba sospetta. Guardati allo specchio alla fine della giornata e dì: sì, ho fatto la cosa giusta. Non è poi così difficile”.

E aggiunse che lui, nelle battaglie al quinto, andava avanti a banane e Coca-Cola.

Agosto 2024. Esce il caso Sinner. Kyrgios scrive su X:

“Che sia stato accidentale o pianificato [...] ti trovano positivo due volte a una sostanza vietata, uno steroide [...] dovresti sparire per due anni”.

Gennaio 2025, conferenza stampa a Brisbane. Nel frattempo è arrivato anche il caso di Iga Swiatek, positiva alla trimetazidina per una melatonina contaminata, un mese di squalifica. Kyrgios mette tutti nello stesso mucchio: due numeri uno del mondo pizzicati per doping sono “una vergogna per il nostro sport”, “una pessima immagine”. L’integrità del tennis è “una cosa penosa”.

E poi la chiusura:

“Non ho intenzione di stare zitto”.
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Ad aprile, dopo i diciotto mesi rifilati a Max Purcell per delle flebo di vitamine, la sentenza finale: “tutto il sistema è marcio”.

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Bene. Adesso rimettete in fila i quattro nomi.

Halep: integratore contaminato. Swiatek: melatonina contaminata. Sinner: clostebol entrato dall’entourage, senza intenzione e senza vantaggio, tre mesi patteggiati con la WADA.

Tre volte in cui qualcosa è entrato in un corpo senza che quel corpo lo avesse deciso.

Poi c’è il quarto.

Nessuno gli ha versato la cocaina nel bicchiere. Nessun fisioterapista distratto, nessuno spray, nessun barattolo comprato online. Lo ha ammesso lui, e questo va riconosciuto: non ha cercato scuse.

Nick Kyrgios è l’unico dei quattro che ha scelto.

Ed è l’unico dei quattro che aveva passato anni a spiegare al mondo che la differenza tra un incidente e una scelta non conta niente.

Non l’ha detto meglio nessuno di Halep, che ventiquattr’ore dopo l’annuncio ha pubblicato una storia con una bottiglia di Coca-Cola e un casco di banane (esatto: proprio le due cose con cui lui sosteneva di reggere le partite al quinto), e poi una frase:

“Non colpire mai qualcuno quando è a terra. La vita ha uno strano modo di ribaltare le situazioni. E un modo ancora più strano di rivelare la differenza tra un incidente e una scelta”.

Senza mai fare il suo nome. Chirurgica.

La vendetta è un piatto che va servito freddo. (@simonahalep)
La vendetta è un piatto che va servito freddo. (@simonahalep)

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Ma la parte che ci interessa davvero è un’altra, e riguarda uno che in tutta questa storia non ha mai aperto bocca.

Perché mentre Kyrgios twittava, andava in conferenza, rilasciava interviste, faceva il podcast, Jannik Sinner faceva una cosa sola: stava zitto e giocava. Non una replica. Non una frecciatina. Non un “rispondo una volta e poi basta”.

In quei mesi ha vinto gli US Open, gli Australian Open e Wimbledon. Ha scontato i tre mesi senza mai perdere il numero uno, ed è rientrato a Roma.

Kyrgios, nello stesso periodo, ha messo insieme due vittorie in singolare in quattro anni: una a Miami nel 2025, una a Stoccarda a giugno. Una settimana dopo Stoccarda si ritirava da Halle per il ginocchio destro. Oggi è fuori dai primi 900 del mondo.

Nessuna dichiarazione, solo trofei.
Nessuna dichiarazione, solo trofei.

Ecco: uno dei due ha passato quei mesi a spiegare al pubblico cos’è l’integrità di questo sport. L’altro l’ha semplicemente vissuta, vincendo tre Slam senza rispondere a nessuno.

E alla fine il confronto si è chiuso da solo, senza bisogno che nessuno dei due dicesse una parola in più. Da una parte un giocatore che ha continuato a essere un giocatore. Dall’altra uno che ormai il tennis lo faceva solo a parole.

Ed è qui che vale la regola più vecchia del mondo, quella che nostra nonna avrebbe applicato in tre secondi:

chi urla più forte sulla purezza degli altri, quasi sempre, ha un armadio che preferisce non aprire.

Non stiamo dicendo che Kyrgios attaccasse per coprirsi. Non c’è niente che lo dimostri e non ce lo inventiamo. Diciamo un’altra cosa: che il volume è sempre un indizio. Che quando qualcuno si nomina custode della morale di uno sport, la domanda giusta non è mai “avrà ragione?”, ma:

perché proprio lui, e perché così forte?”.

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Da mercoledì scorso, la credibilità di Kyrgios come voce sull’antidoping è finita. Non ridotta: finita. Qualunque cosa dirà da qui in avanti su questo tema verrà letta sotto una didascalia sola, per sempre.

Solo che c’è un problema.

Perché come giudice è morto. Ma come personaggio, non è mai stato così vivo.

Ve lo avevamo scritto dopo quel doppio sul Campo 17: la gente non ha mai pagato per vedere Kyrgios vincere, ha pagato per vedere cosa sarebbe successo. È l’heel, il cattivo del wrestling: quello che il pubblico fischia e non si perderebbe per niente al mondo.

E l’heel perfetto non è quello che perde. È quello che viene smascherato.

Il predicatore beccato con le mani nel sacco è dieci volte più interessante del predicatore. Nel 2019 tirava pallate addosso a Nadal. Oggi è il moralista dell’antidoping fermato per cocaina. Provate a immaginare il primo torneo in cui rimette piede, quando rimetterà piede: campo pieno, telecamere, il pubblico che non sa se fischiarlo o abbracciarlo.

Ha bruciato la reputazione e ha raddoppiato l’attenzione.
Il che, se ci pensate, è la cosa più Kyrgios che potesse succedere.

E allora ditecelo voi.

È finito - un ipocrita smascherato che il tennis può finalmente smettere di ascoltare?

O tornerà, e sarà di nuovo il match più visto della giornata, perché in fondo è sempre stato questo il patto tra lui e noi?