Il vantaggio eterno: Kukushkin 1-0 Sinner

ApprofondimentoOct 25 min
Mikhail Kukushkin con la maglia del Kazakistan

Il tennis tiene una contabilità che non consola nessuno. Si chiama head to head, vive in fondo alle schede dei giocatori e sopravvive ai tornei, ai ranking, alle carriere intere. Due colonne di numeri che non spiegano niente. Registrano soltanto chi ha vinto, e quante volte.

In quella contabilità Mikhail Kukushkin conduce 1-0 su Jannik Sinner. Lo conduce da sette anni e lo condurrà per sempre, perché il kazako smette: ultimo torneo l'Almaty Open, in ottobre, a 38 anni e con un ranking scivolato oltre il numero trecento. Poi passa dall'altra parte della rete, ad allenare.

"È curioso che io sia in vantaggio 1-0 contro Jannik Sinner",

ha detto a Ubitennis nell'intervista d'addio. Curioso. È la parola di un uomo che ha capito con precisione cosa gli resterà in mano.

San Pietroburgo, due volte

16 settembre 2019, primo turno dell'ATP 250 di San Pietroburgo, indoor. Da una parte del campo Kukushkin, numero 57 del mondo, trentuno anni, nella migliore stagione della sua vita. Dall'altra un ragazzo di Sesto Pusteria che aveva compiuto diciotto anni un mese prima, fuori dai primi cento, entrato in tabellone con una wild card. Finì 6-3 7-6(4) per il kazako, che gestì il primo set e poi il tie-break come chi ha giocato quelle situazioni cento volte.

Nove anni prima, nello stesso torneo, Kukushkin era il ragazzo. Ottobre 2010, numero 88 del mondo, in finale contro il top ten Mikhail Youzhny: 6-3 7-6(2). Unico titolo ATP della sua carriera. Lo stesso punteggio, quasi alla cifra, delle due partite che San Pietroburgo gli ha regalato a distanza di nove anni.

Sinner, meno di due mesi dopo quella sconfitta, vinse le Next Gen ATP Finals di Milano. Da lì la strada è quella che sappiamo: cinque titoli dello Slam e novantuno settimane complessive da numero uno. Non si sono più incontrati. Il ranking di Kukushkin scendeva mentre quello di Sinner saliva, i tabelloni hanno smesso di intersecarsi e quel 1-0 si è congelato lì, come una fotografia scattata prima che la storia cominciasse.

La palestra del carcere

Chi sia l'uomo dietro quella riga, la riga non lo dice.

Kukushkin nasce a Volgograd nel 1987, in un posto dove d'inverno i campi coperti non esistono. La soluzione arrivò da una trattativa improbabile:

"Abbiamo parlato con il personale penitenziario e siamo riusciti a utilizzare un campo multifunzionale".

Si allenava là, nella palestra di un carcere, nei mesi in cui fuori non si poteva colpire una palla. Nel 2008 cambia bandiera e passa al Kazakhstan, e nell'intervista lo spiega senza retorica:

"L'ho fatto perché avevo bisogno di sostegno per la mia crescita tennistica".

Il suo best ranking arriva il 25 febbraio 2019: numero 39. A trentuno anni. La maggior parte dei tennisti tocca il massimo a venticinque anni e poi difende; lui ci è arrivato quando i coetanei iniziavano a organizzare le esibizioni d'addio. Nel 2012 è il primo kazako a raggiungere il quarto turno degli Australian Open, nel 2019 fa lo stesso a Wimbledon, quattro volte il Kazakhstan arriva ai quarti di Coppa Davis con lui in squadra. Il bilancio a livello ATP dice 175 vittorie e 239 sconfitte: la matematica di chi ha vissuto tre quarti della carriera a giocare partite che il mondo non guardava.

"Sono ancora piuttosto soddisfatto della mia carriera e non ho rimpianti".

Poi ammette che qualche rimpianto ci sarà sempre, ma che è difficile dire quale. Le due frasi convivono nella stessa risposta, e nessuna delle due è falsa.

Cosa sopravvive

L'archivio del tennis conserva a caso.

Fra vent'anni nessuno andrà a cercare la finale di San Pietroburgo 2010. Youzhny era un top ten, quel titolo ha significato per Kukushkin più di qualunque altra cosa gli sia capitata in campo, e resterà una voce in una tabella che nessuno apre. Quella riga con il nome di Sinner, invece, verrà consultata ogni volta che qualcuno si metterà a compilare l'elenco di chi ha battuto il numero uno prima che lo diventasse. Il mediano viene conservato dalla grandezza che lo ha ignorato. È un effetto collaterale dell'archivio e dura più di qualunque targa.

Kukushkin sembra averlo capito prima di noi, e lo racconta senza gonfiarlo. Dice di essersi reso conto che Jannik sarebbe diventato un grande giocatore e probabilmente un campione Slam, e nella frase successiva ammette che allora nessuno poteva esserne sicuro al cento per cento. Intanto ha già aperto la sua accademia a Marbella, la Mikhail Kukushkin High Performance Tennis Academy, dove sarà head coach di ragazzi che nel 2019 andavano all'asilo.

Nella seconda metà di ottobre, ad Almaty, giocherà la sua ultima partita. Probabilmente la perderà, davanti a un pubblico che lo applaudirà per quello che ha rappresentato più che per quello che ha vinto. Il giorno dopo, la tabella continuerà a dire 1-0.